PRIVATO E’ PROPRIO BELLO?
Editoriale | Il Ponte rosso n. 102 - aprile 2024 | Walte Chiereghin

C’è una marcata tendenza, nella nostra società, a trasferire ad aziende private funzioni e competenze che erano un tempo riservate allo Stato o agli enti locali. Va detto che non è un orientamento recente, né si tratta di un fenomeno del tutto negativo, ma negli ultimi tempi sembra che un’accelerazione del fenomeno preluda a una trasformazione globale di settori importanti della realtà economica e della società in genere, ingenerando talvolta qualche miglioramento nell’offerta di servizi ai cittadini, ma in altri frequenti casi esponendo quelli stessi cittadini a disagi o a maggiori esborsi che non tutti possono permettersi.
In questo senso, credo sia sotto gli occhi di tutti il caso della Sanità pubblica, dove il «diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività» alla salute sancito costituzionalmente (art. 32) viene progressivamente smantellato nei fatti, fino al punto di determinare per molti la rinuncia a curarsi per l’impossibilità materiale di accedere a servizi di diagnosi e cura spesso essenziali, trasferiti dal pubblico al privato, che sono naturalmente a pagamento.
E non è l’unico caso di una privatizzazione strisciante e perversa: si pensi alla scuola, ove quella privata è sovvenzionata con soldi pubblici anche se l’articolo 33 della Costituzione, che pure sancisce il diritto a enti e privati di istituire scuole ed istituti di educazione, precisa «senza oneri per lo Stato» (art. 33). E naturalmente i fondi assegnati alla scuola privata, provenienti dalla fiscalità generale, sono sottratti a quella pubblica, senza peraltro che alla prima sia assegnato il compito di aprire sezioni nei paesetti di montagna o nelle periferie degradate delle grandi città, dove nessuno può permettersi il costo delle rette.
Tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni – fossero retti da maggioranze di centro-destra, di centro-sinistra o anche governi “tecnici” che si poggiavano su maggioranze più ampie ed eterogenee – non si sono curati di limitare questi e molti altri esempi di privatizzazione. Non ci sono ragioni per sperare che sia il governo di destra, in carica ormai da quasi due anni, a invertire la tendenza, essendo anche ideologicamente orientato a favorire il ricorso alle imprese private a scapito degli enti pubblici o controllati dallo Stato, che difatti annuncia l’intenzione di importanti privatizzazioni, ad esempio, di Poste e Ferrovie.
Lo stesso andazzo, o anche peggiore, si è determinato nelle materie – Sanità in primis – di competenza regionale o locale, il che amplifica la diffidenza nei confronti dell’istituto in via di approvazione legislativa che va sotto il nome di autonomia regionale differenziata, che dovrebbe istituire una sorta di regionalismo spinto e asimmetrico, a geometria variabile, in cui ciascuna regione potrà richiedere l’autonomia differenziata per quanto attiene a ventitre materie, o a parte di esse.
Anche quelli che teoricamente e nei fatti sono vantaggi conseguenti alla cessione di competenze ai privati – si pensi per esempio alla flessibilità organizzativa, alla riduzione dei tempi decisionali, al controllo sulla qualità delle prestazioni – si rivelano spesso un’arma a doppio taglio, in un Paese così pesantemente provato dalla corruzione e da infiltrazioni mafiose. Un conto è, infatti, non dover istituire una gara d’appalto per l’acquisto di una matita, un altro è consentire la più ampia discrezionalità nella scelte di acquisti o di subappalti oppure anche liberalizzare la selezione del personale secondo un orientamento che consente che al posto di lavoro non si acceda per concorso, ma per scelta diretta del datore di lavoro o dei suoi responsabili delle risorse umane, tanto per fare due esempi.
In generale, il criterio che sembra ispirare i nostri governanti e pure gli amministratori locali sembra confermarsi quello di privatizzare i profitti e di socializzare le perdite, e invertire o perlomeno smussare il criterio non sembra essere un proposito di imminente attuazione, anzi,
