UNA NOTTE NELL’ALLOGGIO DEI FRANK
Gabriella Ziani | Il Ponte rosso n. 102 - aprile 2024 | testimonianze
La scrittrice Lola Lafon ha trascorso una notte nel rifugio in cui fu segregata Anna Frank con i suoi prima di essere deportata
Ora che siamo circondati dalle devastazioni armate anche molto vicine, questa sensibile ricostruzione immersiva di Lafon è un richiamo a non sfuggire di lato
di Gabriella Ziani
Quando ascolterai questa canzone traduzione di Silvia Manzio
Einaudi, Torino 2024
pp. 154, euro 17,50
Era un’idea balzana, è diventata un libro che si aggiunge alla sterminata bibliografia su Anna Frank. La bambina martire dei campi di concentramento più famosa al mondo per quell’intramontabile suo Diario scritto durante i venticinque mesi di autoreclusione nell’Alloggio segreto, ricavato nel retro dell’azienda paterna ad Amsterdam per scampare alle grinfie della Gestapo, dal 1960 è l’icona assente nel museo ch’è diventato quel rifugio, svuotato dalla violenza e dal saccheggio, meta di migliaia di visitatori commossi. La storia è nota: 6 luglio 1942, i Frank, dal 1940 banditi dalla vita sociale per le leggi antiebraiche del regime nazista che li escludono da uffici, scuole, mezzi e luoghi pubblici, entrano nel tombale nascondiglio; 4 agosto 1944, la Gestapo fa irruzione e arresta il padre Otto, la mamma Edith, le figlie adolescenti Margot e Anne, la famiglia van Pels che si era unita a loro (padre, madre e figlio quindicenne) e l’amico Fritz Pfeffer, e rinchiude tutti nel campo di raccolta di Westerbork; 3 settembre, sono caricati su un treno che sarà l’ultimo convoglio a partire per Auschwitz-Birkenau, anche se gli alleati sono alle porte i tedeschi continuano imperterriti a far piazza pulita di ebrei; 28 ottobre, le figlie sono separate dalla madre (che morirà il 6 gennaio 1945), e ingabbiate su un altro carro bestiame che le scaricherà dopo tre giorni e tre notti a Bergen-Belsen. Per gelo, tifo, scabbia, denutrizione le due moriranno in sequenza, prima Margot, e poi Anne, nella indicativa data del 31 marzo 1945, sepolta in una fossa comune. Il 27 gennaio 1945 viene liberato il campo di Auschwitz, Otto Frank è l’unico sopravvissuto della famiglia e con estrema fatica riuscirà a tornare ad Amsterdam il 2 giugno di quell’anno, cercherà le figlie con ogni mezzo, finché la lettera di una infermiera-testimone gli dirà la verità il 18 luglio.
Una tragedia per date. Il 18 agosto 2021 Lola Lafon, scrittrice francese di origini russe e rumene, con un tragico passato alle spalle (nonni fuggiti dalla Russia per i pogrom del 1920, infanzia nella Bucarest di Ceausescu) mette appunto in atto la sua idea balzana. La sua casa editrice le aveva suggerito di trascorrere una notte in un museo, e l’istinto la calamita nell’Alloggio segreto, una immersione che diventerà – in maniera anche divagante, anche autoreferenziale – un monito a ricordare altre tragedie familiari, l’angoscia irrimediabile dei “salvati” e degli esiliati, e dei due volte traditi: prima dalla loro patria (per i suoi parenti la Russia, per i Frank la Germania) e poi dalla patria di adozione in cui avevano creduto di essersi guadagnati la salvezza, rispettivamente la Francia e l’Olanda, invase invece dai tedeschi e “nazificate”. Proprio l’Olanda dove l’antisemitismo era stato blando, tanto da richiamare molti rifugiati (come i Frank che vi arrivarono da Francoforte nel 1933), mandò in campo di sterminio 107 mila dei suoi 140 mila ebrei, dei quali fecero ritorno solo 5.500. A catena, come un gene ereditario, i nati “dopo” vivranno con questa oscurità alle spalle, «afflitti da uno sgomento persistente» scrive Lafon, che non a caso dal Diario enuclea anche questa frase del 1943: «L’angoscia è quella massa tetra che non ci lascia salire né scendere, e che ci sta davanti come un muro impenetrabile, che ci vuole distruggere, ma non può ancora farlo». Solo la scrittura può contenere i flussi delle anime livide, in quanto «gesto apolide, una spedizione senza campo base, in terre sconosciute». Per questa poetica del divagare entra nel quadro, con la prepotenza dell’ultimo capitolo, un’altra vittima innocente, un ragazzo cambogiano conosciuto dalla scrittrice ragazzina a Parigi, costretto a rientrare in patria col padre ambasciatore dopo che i Khmer rossi hanno preso il potere, il 17 aprile 1975. E che nostalgico poi le scriverà: «Quando ascolterai questa canzone penserai a me». Una frase che deraglia dall’asse portante del racconto e diventa il titolo del libro, per dire che anche il ragazzo è stato ucciso da poteri nefasti, proprio come Anna, che nel Diario aveva lucidamente scritto: «Non credo che la guerra sia causata solo dagli uomini grandi, dai governanti e dai capitalisti. No, il piccolo uomo lo fa altrettanto volentieri, altrimenti i popoli si sarebbero ribellati già da molto tempo! Nell’uomo c’è proprio l’impulso di distruggere, di uccidere, di assassinare e infierire, e finché tutta l’umanità, senza eccezioni, non avrà subito una grande metamorfosi, la guerra continuerà a infuriare, e tutto quello che è stato costruito, coltivato e cresciuto, sarà di nuovo distrutto e disintegrato, per cominciare da capo!». La sua così precoce intelligenza profetica si teneva in fragile equilibrio tra il credere «nell’intima bontà dell’uomo» e il vedere che «il mondo lentamente si trasforma in un deserto».
Ora che siamo circondati dalle devastazioni armate anche molto vicine, questa sensibile ricostruzione immersiva di Lafon è un richiamo a non sfuggire di lato. Vibrando in una notte disabitata dalle curiosità del giorno, la realtà erompe proprio nel contatto pelle a pelle con il vuoto e con il silenzio. In quelle stanze, come eco di fantasmi, si risente la voce del ministro olandese in esilio a Londra che dalla radio invita i connazionali a conservare lettere e diari per le testimonianze di un ancora inimmaginabile domani, si vede Anna eccitata che decide di trasformare il proprio diario in un’opera letteraria, si vedono gli impiegati della ditta che clandestinamente e a rischio della vita assicurano cibo, giornali e libri ai segregati, e il pensiero corre: «C’è della follia – scrive Lafon, che ha anche intervistato sopravvissute entrate in contatto con Anna, prima o durante la tragedia – nella storia dell’Alloggio segreto, una folle incoscienza: dei protettori, e di Otto Frank che si fida». L’eroismo, dunque: «Non potremo dire che non sapevamo; potremo dire che non sapevamo cosa fare di quello che sapevamo. Potremo dire dell’impotenza che ci coglie, che ci schiaccia, più sappiamo e meno possiamo».
Parole che rimandano al tragico dilemma etico sulla condiscendenza di chi sapeva e lasciava fare, che ha segnato per sempre il Novecento, e che l’ottimo film La zona d’interesse di Jonathan Glazer ci ha da poco messo sotto il naso, e cioè la vita ricca del comandante di Auschwitz, Rudolph Höss, con villa adiacente al campo di sterminio. Film che rimanda, quasi in automatico, all’autobiografia del medesimo (Comandante ad Auschwitz, Einaudi), un terribile documento sul “com’è possibile” diventare efficienti carnefici, e a ruota – come ignorarlo a questo punto? – al romanzo-verità di Martin Amis, altrettanto intitolato La zona d’interesse (del 2014, ma che Einaudi sta ristampando a gran richiesta), articolato su una gamma di ancora più spietati e disgustosi eventi, e che nulla ha a che fare, se non per il titolo, con la più settoriale idea cinematografica.
Ma il cinema fa il suo, e anche del Diario di Anna Frank, divenuto bestseller dopo la pubblicazione in America nel 1952, fu tratto un film l’anno dopo, che puntava tutto sul flirt tra Anna e il quindicenne recluso con lei, sulle foto sorridenti della ragazzina, e su un finale che, a favor di pubblico, non doveva essere triste, cosicché – ci rammenta Lafon – nell’ultima scena, quando l’Alloggio è devastato dalla Gestapo e il baratro si spalanca per i Frank, a papà Otto si farà dire: «Negli ultimi due anni abbiamo vissuto nella paura, adesso possiamo vivere nella speranza». Tre premi Oscar. Laureen Nussbaum, amica d’infanzia di Anna, dirà alla scrittrice: «Il suo Diario è l’opera di una ragazzina vittima di un genocidio perpetrato nell’assoluta indifferenza di tutti quelli che sapevano. La prego, non usi mai la parola speranza».
Pur segmentato, e in parte autobiografico e divagante al modo che si è detto, il libro sulla notte nell’Alloggio segreto è una dettagliata ricostruzione della figura di Anna Frank, dei familiari, dei protettori, della scoperta del diario, del lavoro di editing fatto dal padre – assolto qui da ogni accusa di atti censori –, dei processi cui il povero Frank dovette prender parte contro bande che negavano l’esistenza stessa della ormai celebre figlia, che fu certificata non solo da analisi grafologiche ma dalla testimonianza diretta del sergente del reparto Unità di caccia all’ebreo che aveva fatto irruzione nell’alloggio, Karl Josef Silberbauer, nel dopoguerra un tranquillo poliziotto, scovato dal cacciatore di nazisti Simon Wiesenthal.
Una cosa manca, nel libro di Lafon, e forse è un bene. È la storia della incredibile squadra investigativa che si mise in moto nel 2016 ad Amsterdam aggregando un nucleo di superesperti tra cui un ex agente dell’Fbi per avviare una indagine a tutto campo, con tecnologie sofisticate, analisi psicologiche, grafologiche, interrogatori e “cacce all’uomo”, che portasse risposta alla domanda: chi tradì i Frank? La vicenda è niente di meno che appassionante, l’ha raccontata in ogni dettaglio Rosemary Sullivan in Chi ha tradito Anne Frank. Indagine su un caso irrisolto (HarperCollins, 2022). Tutte le ipotesi furono vagliate, con enorme dispendio di mezzi e di lavoro. L’unica che rimase in campo, sotto ogni aspetto plausibile e inconfutabile, e sorretta dalla prova del fuoco che «Otto Frank sapeva» (ma per vari intuibili motivi non denunciò), era la più agghiacciante: a fare la spiata sarebbe stato l’avvocato Arnold van den Bergh, un ebreo. Ecco una dura risposta anche alle provocazioni di Lafon: che cosa facciamo di ciò che sappiamo?
Conclude Sullivan, e non siamo obbligati a condividere in pieno la sua tesi: «Arnold van den Bergh era una persona posta davanti a un dilemma diabolico a causa di circostanze di cui non aveva colpa e, sotto pressione, potrebbe non aver compreso appieno le conseguenze delle sue azioni. Non consegnò informazioni per cattiveria o per arricchirsi, come fecero molti altri. Come per Otto Frank, il suo obiettivo era semplice: salvare la propria famiglia. Che lui ci sia riuscito mentre Otto Frank abbia fallito è un terribile fatto storico». Sotto la pressione continua dell’arresto e della morte, «come fa una persona a mantenere l’equilibrio morale?». Sono gli sprofondamenti che Primo Levi, con intelligenza razionale, ha messo a tabella partendo dalla propria esperienza di internato.
Nella notte dell’Alloggio segreto tutto ciò, e anche il non detto, si affolla attorno alla scrittrice inquieta: l’alloggio è vuoto, ma si va a vedere proprio il vuoto, ogni cosa vi è silenziosamente contenuta, ed è quel silenzio la sola “canzone” da ricordare.
