Ricordo di Mario Schiavato

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Tra valutazione letteraria e rievocazione di una appagante amicizia

di Diego Zandel

 

Lo scorso 28 settembre è morto a Fiume Mario Schiavato, uno dei più rappresentativi scrittori della minoranza italiana in Istria e a Fiume. Istriano di adozione, era nato nel 1931 a Quinto di Treviso, primo di otto figli di una famiglia di contadini. Durante la seconda guerra mondiale, nel 1942, si trovò a dover emigrare con la famiglia in Istria, a Dignano, paese del quale d’allora si sentì sempre parte, nonostante un breve ritorno, con la fine della guerra, in Veneto. I suoi libri, le storie che ha raccontato, sono lì a testimoniarlo. I titoli: L’eredità della memoria, Il ritorno, Storie di gente nostra, Terra rossa e masiere i più significativi. Ma io ho memoria di tanti bellissimi racconti anche di ambiente operaio. Tornato in Istria si sistemò a Fiume, assunto dall’Edit, la casa editrice della minoranza italiana dove fece prima il correttore di bozze e poi il linotipista. Ed io lì l’ho conosciuto la prima volta, seduto davanti alla sua linotype all’Edit la volta che nel 1965 – avevo diciassette anni – andai a trovarlo, affascinato da quei suoi racconti ricchi di personaggi dalla intensa vita interiore, sempre un po’ sofferta, uomini e donne colti in passaggi della loro vita e dei loro amori, come in quel racconto di cui non ricordo il titolo, ma che, sempre da ragazzo, lessi su un numero di Panorama, il quindicinale della minoranza italiana, di un amore tra un’operaia e un operaio, e succede qualcosa tra loro, per cui lui non c’è più e lei, rimasta sola, trova il suo asciugamano e ci affonda il viso sentendo in quel tessuto spugnoso l’odore della sua pelle, di sudore e tabacco. Quell’odore mi è rimasto alle narici per come l’ha evocato, tanto da ricordarlo ancora adesso che di anni ne ho settantadue.

Non userò mezze parole: per me Mario Schiavato, insieme a Nelida Milani, sono i più grandi scrittori della minoranza italiana, anzi giudico addirittura riduttivo restringerli al cortile degli scrittori di lingua italiana di Fiume e dell’Istria. Andrebbero misurati con tutti gli altri scrittori italiani, perché questo sono, parte di un’unica letteratura che poi necessariamente varia nelle sue diverse declinazioni territoriali. Com’è per Tomizza, al quale Schiavato e la Milani vanno assimilati, al pari di un Fenoglio o di un Pavese legati alle Langhe, o gli scrittori lucani come oggi possono essere Andrea Di Consoli e Giuseppe Lupo e così via. Il dato territoriale che li caratterizza non esclude l’appartenenza alla letteratura nazionale. E, nel caso di Schiavato e della Milani, il confine, anzi i confini che oggi separano l’Italia dall’Istria e da Fiume, risultano irrilevanti in ragione delle origini e della lingua che questi scrittori (come altri appartenenti alla minoranza italiana) usano.

Detto questo, desidero tornare a me ragazzo diciassettenne con l’ambizione un giorno di diventare scrittore. Dall’età di sei anni appena compiuti ero solito trascorrere tutte le mie estati a Fiume, a casa dei nonni, e i libri che leggevo erano quelli pubblicati dall’Edit, per lo più scrittori di vari Stati della ex Jugoslavia, libri per adulti e, soprattutto, libri per ragazzi. Tra questi mi capitò di leggere l’avventuroso I ragazzi del porto di Mario Schiavato, che mi piacque moltissimo. Era quello stesso Schiavato del quale leggevo i racconti su Il Pioniere, come si chiamava la rivista per ragazzi della minoranza sotto il comunismo (oggi è diventato L’arcobaleno). Quando da mio zio Nino, fratello di mia madre, venni a sapere che lo conosceva, feci di tutto per avvicinarlo. Avevo già cominciato a scrivere poesie e raccontini, le prime già con una loro maturità che a vent’anni avrebbe portato la Società Artistico Letteraria di Trieste, guidata da Marcello Fraulini, a pubblicarle, i secondi acerbi, pretenziosi di una esperienza di vita che, per l’età, non potevo avere, pertanto falsi. Ma di questo me ne resi conto dopo averne portato uno a Mario Schiavato, il primo scrittore vero che ho conosciuto di persona, e il cui giudizio affettuoso quanto sferzante rappresentò una salutare doccia fredda che servì a guardarmi dentro e a cercare una strada che fosse solo mia. Ero già tornato a Roma quando ricevetti una lettera di Mario Schiavato che conservo ancora (e da lui inviata all’indirizzo della casa dei miei genitori, vivendo ovviamente, adolescente com’ero, ancora con loro).

La lettera è datata 22 agosto 1965 e del mio racconto parlava così: “Per essere sinceri” mi scriveva “io l’ho trovato un po’ insipido, un tantino anche banale, senz’altro di poco valore letterario. Naturalmente questo è quello che penso io e potrei anche sbagliare. Vorrei essere un critico più competente per poterti dare un giudizio completo. Ad ogni modo non scoraggiarti. Tutti iniziamo con qualche delusione e poi magari le delusioni continuano anche quando si è più maturi, ma questo sarebbe già un altro discorso. In effetti credo che la più grossa pecca di quel tuo racconto sia proprio la tua immaturità a trattare certi argomenti” (era un racconto ambientato a Fiume durante la guerra, del tutto inventato). E così continuava: “Questa è la causa principale della ruvidezza della trama, ruvidezza intesa non nel senso che tratti di una prostituta ma nel fatto che la trama tutta è troppo fanciullesca, meglio, non è vissuta e ne risulta un insieme insincero, sbiadito, troppo voluto, con quel finale che non ha giustificazione e sa di fumetto proprio perché non hai presentato entro un’esatta cornice sia la figura del giovane che, e soprattutto, quella della donna”. Per poi concludere con un consiglio che d’allora terrò sempre presente: “Devi tendere a che i tuoi personaggi abbiano una loro vita interiore, che può essere anche fantastica e irreale (ognuno di noi ha dentro di sé del fantastico e dell’irreale) ma che deve essere sempre piena, con i contorni ben precisi, con un contenuto succoso e variegato”. Le parole di saluto mi invitavano a non prenderla a male per il suo giudizio “e credimi io di pillole amare ne ho ingoiate e continuo ogni tanto a ingoiarne e sinceramente molto spesso fanno bene alla salute perché ci invitano a riflettere, ad essere più sinceri con noi stessi”.

Nel corso della vita, finché restammo in contatto, perché negli anni un po’ ci siamo persi, ma sempre con l’affetto reciproco nel cuore, mi scrisse altre lettere che conservo tutte. Alcune di complimenti, se non addirittura di ammirazione per il mio lavoro di scrittore, che espressa da un uomo sincero come lui ben mi faceva sperare. La sua ultima lettera è del 22 ottobre 2002, nella quale si scusava per non essere potuto venire alla presentazione del mio romanzo sulla guerra nella ex Jugoslavia I confini dell’odio, avvenuta pochi giorni prima a Fiume, nel liceo italiano. “Purtroppo la stessa sera, in accordo con l’Università Popolare di Trieste che cura il ciclo autunnale di conferenze nelle Comunità degli Italiani ero a Verteneglio a presentare Un viaggio nella terra dei Toraia (Indonesia)”. Ricordandomi così la sua passione per i viaggi, per lo più legati alla montagna, là dove era solito fuggire quando l’inquietudine lo assaliva. In altre lettere non manca di raccontarmi le sue amarezze, ma quello è un altro discorso, che non merita qui essere ricordato per uno che ora è salito sulla vetta più alta.