LA GRADO DI LINA GALLI

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Nella percezione di Grado e della sua laguna la poetessa istriana trovava corrispondenze con la memoria della sua terra perduta

di Elisa Donda

Lina Galli

Un rapporto speciale e poco noto lega l’isola di Grado alla poetessa istriana Lina Galli. Riconosciuta come cantrice di un mondo oramai perduto degli esuli istriani, fiumani e dalmati, Galli nacque a Parenzo nel 1899 e si trasferì a Trieste a partire dagli anni ’30 del Novecento, attratta dagli ambienti culturali dei caffè triestini. Insegnante delle scuole elementari, iniziò a diffondere le sue raccolte di versi negli anni ’50, ma già prima Galli aveva pubblicato alcune opere destinate all’infanzia, Le filastrocche cantate col tempo (1933) e Pianti, risate e stelle (1935).

Nel suo quarto volume poetico, Notte sull’Istria (1958), la poetessa ritorna sul motivo dell’esilio dall’Istria, raccontando con accenti lirici di grande pietà il dramma degli esuli che lasciarono le loro terre per avventurarsi in una nuova vita piena di timori e di incertezze. Tra le poesie della raccolta figura una dedicata a Grado. La basilica di Grado, questo il nome della lirica, si apre con una invocazione alle pietre millenarie della basilica, resa con toni drammatici dalla ripetizione della parola pietre: «Pietre antiche pietre / v’hann rese dolci i millenni».

Dal terzo verso la poetessa entra nella narrazione in prima persona: «Vi fisso con velato sguardo / ché mi siete / amiche lontane d’una infranta età. / V’incontrano sempre i miei giorni. / Crebbe l’infanzia / nel magico cerchio d’un immensa basilica».

Seguono dei versi nei quali la memoria dell’infanzia prende il sopravvento nella voce dell’autrice: «Dal davanzale dimesso / nell’onda grave delle campane / ogni sera miravo

con i miei occhi, ombrati di favola, / le bionde pietre e lo sfrecciar delle rondini / nel solco violetto».

Da questo punto il lettore intuisce che la basilica di Grado, che sta davanti allo sguardo della poetessa, è solamente un tramite proustiano che aiuta la mente a trasportarsi lontano nel tempo e soprattutto nello spazio. I versi ripercorrono alcune immagini della lontana basilica di Parenzo fissate nella memoria di Galli: «Or qui vi ritrovo nel verde-azzurro salino / delle fresche correnti. / Aspra è la mole e più nuda. / Dov’è, dov’è lo sfolgorio delle gemme / l’equoreo oscillar dei musaici / il barbaglio delle pupille di Bisanzio / in meravigliante accordo?».

L’autrice ritrova nelle sfumature del mare Adriatico, i colori, sebbene la struttura della chiesa gradese appaia più aspra e nuda della basilica a lei tanto cara, e si interroga dove siano finiti lo sfarzo, la lucentezza delle gemme, i mosaici doranti che riflettono la luce dell’acqua e lo sguardo severo delle figure bizantine. La trasfigurazione lirica della basilica di Sant’Eufemia di Grado con quella di Parenzo viene esplicitata nei seguenti tre versi che concentrano in sé il dramma dell’esilio, delle radici recise degli istriani e di una terra nella quale è oramai impossibile il ritorno: «Interrotte musiche / d’un mondo incarcerato / o mia Parenzo». Negli ultimi sei versi la poetessa richiama il verso iniziale della lirica «Pietre antiche pietre», rafforzando il dolore per l’esilio con malinconica dolcezza: «Pietre antiche pietre / le esauste cose trasalgono / con tenere dita vi sfioro / per ancorare a voi / in lontana carezza / il mio bisogno di pianto».

Nel repertorio in prosa di Lina Galli sono presenti molti brani dedicati al suo vagabondare; a tal proposito sono degni di nota le sue ricche descrizioni di città, come Venezia, San Marino, Firenze, Livorno e Pisa e in altri viaggi in Abruzzo, in Calabria e in Sicilia. Tra le città della Venezia Giulia vi è nuovamente Grado, nel brano Nostra signora laguna pubblicato in Il Piccolo del 3 ottobre del 1974. Il racconto dell’autrice istriana richiama con toni fortemente paesistici i suoi sentimenti alla prima vista della laguna gradese: «Per la prima volta il barcone mi portava da Grado verso i dossi fiancheggiati da aperte distese lagunari. In quel pomeriggio il cielo era splendente, una foschia argentea avvolgeva le cose, l’orizzonte lontano era indefinito. Nell’estatico silenzio rotto solo dal ritmo del motore i dossi avevano qualcosa di primitivo, di tragico, di incompiuto».

Dopo la prima breve descrizione compaiono i tempi cari alla poetessa. Il primo tratta della contrapposizione tra la modernità e la vita povera degli abitanti, tra gli alberghi «modernissimi, rigurgitanti delle cose più sofisticate», una modernità che avanza e sovrasta i dossi della laguna che invece «davano la sensazione del misterioso affermarsi della vita ancora informe». La laguna non è un luogo di morte, ma di vita, nella quale si intrecciano i colori della giornata, delle tante piante palustri e degli uccelli che si susseguono in pennellate paesistiche degne di un quadro impressionista. In questo habitat malinconico si erge la figura di un poeta che raccoglieva conchiglie, un richiamo implicito al poeta gradese Biagio Marin: «Tutto si muove tacitamente: sotto la sabbia portata dalle correnti, sopra le nuvole errabonde. Come in una sinfonia un andare continuo. Mistero e moto della vita. Pensavo al giovane poeta di allora, al raccoglitore di conchiglie a cui venivano incontro gli argini colmi di una luce raggiante, spazi incantevoli di azzurro, mentre al largo il vento impennacchiava il mare».

Il legame con Marin è confermato da un passo del suo diario La grande avventura. Diario 6 febbraio 1950-31 agosto 1951, pubblicato a cura di Ilenia Marin (2017), nel quale riporta un brano tratto dalla prima raccolta poetica di Galli, Giorni di guerra (1950), che lo facevano ripensare al dramma per la scomparsa del figlio Falco in Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale.

Una grande barca mezza interrata tra le zolle sabbiose richiama in Galli un acuto senso di abbandono e della povertà della vita dei gradesi nei casoni: «di una gente sempre china in attesa sulle acque. Si nutre di pesci e là dentro dorme su un sacco di foglie secche di granoturco». Una vita essenziale, scandita dalla monotonia quotidiana che però viene spezzata dalla celebre festa della Madonna di Barbana: «Una festa rialzava i cuori oppressi e li riuniva. La prima domenica di luglio, sospinti da una fede che agiva da secoli come un incantesimo, andavano con le barche nere infiorate verso Barbana, l’isola dalla leggenda dove l’alta marea aveva portato nei tempi antichissimi la sacra immagine lignea».

Ma al calare del sole, la laguna riprende la sua malinconica solitudine «deserto e povertà. Qualche airone si leva solitario». Nel brano la poetessa richiama anche il dramma degli esuli, questa volta accostati al ricordo dei fuggiaschi di Aquileia durante le invasioni barbariche. La storia antica riaffiora dalle sabbie della laguna, grazie alle scoperte archeologiche, che testimoniano l’antico splendore della città romana. Gli ospiti della barca in cui si trova Galli rimangono in religioso silenzio davanti alla vista della laguna, ognuno porta nella mente e nel cuore i propri pensieri, i propri ricordi, fino a quando la barca si avvicina lentamente al centro di Grado e la magia viene spezzata ancora una volta da due immagini contrapposte: «Al ritorno al centro del canale vedemmo in una barca una grossa donna sola, con gli stivaloni di gomma, tirare su dal fondo, da brava pescatrice una rete. Passavano lenti motoscafi, portavano i ricchi che lasciavano il tumulto della spiaggia, alla passeggiata marina del crepuscolo nella calma trasognante della laguna. […] E dentro restava la meraviglia e la commozione per la nostra terra, che in uno spazio tanto ristretto come per un prodigio raduna gli spettacoli più contrastanti, accosta in una fusione d’armonia un susseguirsi di capolavori».

In conclusione, appare chiaro che l’isola di Grado è vista e sentita da Lina Galli come luogo dell’anima, una fotografia di memorie lontane, legate all’infanzia e alle radici spezzate dell’esule. Galli individua Grado come luogo d’elezione, grazie alla intrinseca poetica paesistica che caratterizza questi luoghi, a un’esistenza perduta ma che è ancora capace, nonostante il dolore e lo smarrimento, di recare lo stupore e la meraviglia della vita.