A PROPOSITO DI DATE… D’INCIAMPO
Il Ponte rosso N.° 115 maggio 2025 | Roberto Spazzali | storia
Le date divisive delle commemorazioni, quando la soggettività della memoria che non è un patrimonio pubblico e tantomeno condiviso
di Roberto Spazzali

Deposizione di una corona
alla Risiera di San Sabba
Trieste, 27 gennaio 2025
A Trieste, oltre le diffuse e ben visibili pietre di inciampo (Stolpersteine), inventate e brevettate dall’artista tedesco Gunter Demnig, che dovrebbero rammentare le nefandezze del Novecento e dirci che non c’è mai un limite all’odio nell’odierno, ci sono pure le date di inciampo. Sono ostacoli che spuntano tra i piedi – mica tanto all’improvviso – e che inducono a procedere come un escursionista inesperto e timoroso lungo un sentiero del Carso: passo incerto a tastare terreno e stabilità del fondo ma il più delle volte, per evitare un maligno trabocchetto, preferisce fare un giro più largo, a esorcizzare la minaccia. Insomma, piuttosto di affrontare il rischio è meglio evitare sgradevoli inconvenienti.
Altrettanto così è per la città, quando arriva in prossimità di certi inderogabili appuntamenti con la memoria, ben scanditi e talvolta ravvicinati nel calendario civile e civico. È noto che l’introduzione di una prassi memorialistica non ha trovato unanimità di pareri e giudizi nel mondo un po’permaloso degli storici, soprattutto quando non vengono chiamati in causa nel proporre ma anche decidere, cosa e come ricordare, ma su un fatto si deve essere d’accordo: non si può ricordare a comando senza fare i conti con la soggettività della memoria che non è un patrimonio pubblico e tantomeno condiviso. Il calendario civile italiano è sempre stato divisivo, anche in tempi remoti quando si commemoravano avvenimenti che volevano essere lo statuto pubblico di una storia patria affatto lineare; per cui si è assistito, ancor più in tempi più recenti, a occasioni per affermare una presenza selettiva di forze politiche e sociali in cui cogliere il frangente per esprimere opinioni e manifestare posizioni talvolta esulanti i motivi della ricorrenza. Accade allora che la più alta carica dello Stato debba riportare l’attenzione al senso compiuto e talvolta nemmeno le sue parole sono comprese e condivise, quando esse si richiamavo gravemente alle ragioni storiche di una ricorrenza, soprattutto quelle maggiormente divisive: il Giorno della Memoria (27 gennaio), il Giorno del Ricordo (10 febbraio), l’Anniversario della Liberazione (25 aprile). Sono ormai appuntamenti politici e polemici di vera e propria liturgia retorica dove la piazza, ben connotata, vuole sentire ciò che essa pensa in un esercizio di rafforzamento dei propri convincimenti. E non potrebbe essere diversamente.

Il Capo dello Stato alle Fosse Ardeatine
Insomma, un esercizio consolatorio più che compensativo, inteso a confermare l’identità distintiva di quella piazza, in quanto sempre meno accoglie chi non è mobilitato politicamente e sempre più diventa espressione di militanza non estranea a espressioni settarie. Proprio nel 2025 ricorrevano gli ottanta anni dall’abbattimento dei cancelli di Auschwitz e dalla fine della Seconda guerra mondiale. Occasione per un bilancio di ordine storico? Tutt’altro, perché l’irrompere dell’immanente contemporaneità ha spostato l’attenzione sul più classico piano dell’occasione propizia per spostare a piacimento il cursore del giudizio storico, tanto che gli storici di professione si stanno interrogando se le categorie interpretative adottate fino a ieri sono ancora valide oggi. Per il futuro di vedrà. Ecco, allora, che lo storico dimentica la sua materia e si fa apostolo di punti di vista su un presente che sfugge alle analisi e smentisce le valutazioni perché corre più veloce del pensiero. Così il 27 gennaio ha riproposto, come lo scorso anno e con maggior vigore di quelli precedenti, l’occasione per lo sfogo di rabbia e disappunto per le violenze in atto nella striscia di Gaza che diventano sempre più esibizioni antisioniste contro lo stato d’Israele e pure ostili alla comunità ebraica in Italia, più vicine alle istanze di Hamas e di Teheran che alle aspirazioni del popolo palestinese che non ha mai conosciuto pace né democrazia. Posizioni di cui hanno fatto le spese illustri e non sospetti oratori che sono stati pure zittiti. Oppure, come nel caso di Trieste, qualcuno ha deciso di disertare la cerimonia ufficiale nel piazzale della Risiera di San Sabba con lo scopo, riuscito, di marcare una precisa scelta politica. Due settimane dopo, il Giorno del Ricordo tuttora giudicato da taluni ambienti come uno spazio voluto e ottenuto da quella destra a cui si imputa di non avere fatto i conti con le responsabilità storiche del fascismo e i cascami del neofascismo, e sempre pronta a esibire l’armentario del patriottismo anticomunista ed ora del sovranismo. Motivi che affiorano in quei pressi e che sono una sequenza di rinfacciamenti tra ex e post di stagioni politiche ormai chiuse e spesso condotte da coloro che nemmeno hanno traccia anagrafica di averle viste e praticate. Eppure, diversi decenni fa, con molti testimoni e protagonisti ancora in vita era più facile discutere di quanto invece lo sia oggi, perché si è perduto l’orizzonte storico dell’esperienza e del vissuto, sostituiti da una percezione destrutturata del passato.

Monumento dell’Ossario
Sant’Anna di Stazzema
Si è arrivati così al 25 Aprile, con tutto il portato di un anniversario tondo e di una data altamente significativa che ancora si tende a farla passare per simbolica e comunque vissuta dalla maggioranza degli italiani come un anticipatore di una vacanza da passare tra città d’arte, agriturismo e spiagge non ancora affollate. Uno scampolo di rilassamento come per il 1° Maggio. Le piazze, invece, sono il luogo della militanza permanente di coloro che non possono rinunciare al corteo del sabato pomeriggio in una ritualità di autorappresentazione sempre più ristretta di reducismo politico. Quelle piazze sono pure spazio di retorica pubblica con le clausole inderogabili che discorso e oratore devono essere in perfetta sintonia con la platea, soprattutto il secondo che potrebbe dire cose assolutamente sensate e condivisibili, oppure proporre integralmente il discorso di un illustre intellettuale del passato senza che alcuno se ne accorga, per cui, se si tratta di contestarlo per pregiudizio o per altro motivo, l’imboscata è sempre in agguato nella selva di fischi e contumelie. Ogni occasione favorisce l’esibizionismo di una fazione sempre pronta ad esprimere rumorosamente la propria condizione marginale. E poi, qualcuno si chiede come mai tutti gli altri preferiscono andarsene altrove.
Non è che in passato non accadessero fatti analoghi. A Trieste, poi, piazza sempre difficile e controversa che ancora si divide se riconoscersi nel 25 Aprile, oppure nel 30 Aprile giorno dell’insurrezione ordinata dal locale Comitato di liberazione nazionale, il 1° maggio, ovvero l’ingresso in città delle truppe jugoslave, e infine il 12 giugno 1945, data della loro partenza da Trieste, Gorizia e Pola. E lì iniziava poi un’altra storia. Ma ci si potrebbe spingere ancora più oltre, con il 26 ottobre 1954, data della restituzione di Trieste all’amministrazione italiana dopo nove anni di Governo militare alleato, ma anche perdita definitiva dell’Istria nordoccidentale.
Che a Trieste alcune date possano dare adito a contrasti e risentimenti è scontato per le sue specificità storiche che la contraddistingue, ma ci sono almeno due celebrazioni del 25 Aprile che sono state segnate da episodi poco edificanti. Nel 1955, il decennale, Trieste ospita una importante commemorazione al teatro Verdi, con la partecipazione di Enrico Mattei, Raffaele Cadorna e del sottosegretario Egidio Ariosto alla presenza delle massime autorità locali. La cerimonia, preceduta dalla posa di lapidi e nuove intitolazioni di strade cittadine ha molteplici significati ma viene disturbata in piazza dell’Unità da neofascisti che si scontrano con la polizia e con i partigiani della Osoppo appena usciti dal teatro. La stampa minimizza ma incidenti analoghi erano accaduti pure a Roma in prossimità del Vittoriale. Vent’anni dopo, nel 1975, nella medesima ricorrenza giunge a Trieste il presidente della Repubblica Giovanni Leone per inaugurare la sistemazione monumentale della Risiera di San Sabba. Sono altri anni, contraddistinti da nuove tensioni politiche. Viene contestato da alcuni militanti di Lotta Continua e dagli indipendentisti. Nella solenne cerimonia prendono la parola la superstite alla deportazione Laura Austerliz e l’onorevole Albin Skerk, in lingua slovena. Poi, l’indomani su richiesta delle associazioni degli esuli giuliano-dalmati, il presidente Leone inviava, una corona d’alloro alla Foiba di Basovizza che veniva incendiata nottetempo. Quella corona provocava pure l’irritazione jugoslava e l’agenzia stampa Tanjug, probabilmente imbeccata da ambienti locali, criticava il gesto come un cedimento all’estrema destra e un omaggio a un monumento dedicato a nazisti e fascisti. La polemica si trascinava sulla stampa locale ancora per qualche giorno, a marcare distanze di merito allora siderali e una spartizione delle spoglie della Storia che non sembra tramontare.
