AI E AMORE di Greta Candotto
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AI e l’amore: la nuova frontiera delle relazioni tossiche
L’intimità offerta dall’intelligenza artificiale è seducente: presenza costante, ascolto instancabile, nessun giudizio. Ma quando l’attrito si azzera, che cosa resta di una relazione? Oggi sempre più persone conversano per ore con companion digitali, progettati per simulare affetto e vicinanza; gli psicologi vi riscontrano benefici a breve termine: sollievo dalla solitudine, regolazione emotiva, insieme però a rischi elevati quali dipendenza e impoverimento delle competenze sociali. La loro diffusione spalanca tuttavia un interrogativo più sottile e perturbante: quali effetti produce nel lungo periodo un rapporto in cui l’altro non oppone resistenza, non manifesta bisogni propri e non esige da noi alcuna forma d’impegno?

La relazione con un’entità artificiale, priva di reali desideri, vulnerabilità e limiti rischia di erodere quelle competenze che si forgiano soltanto nel confronto con la complessità umana. Nell’interazione con una personalità digitale si eclissa l’arte del compromesso: non occorre più modulare il proprio comportamento, tollerare l’ambiguità, né gestire la frustrazione.
Tutto ciò che nelle relazioni umane domanda cura ed impegno reciproco diventa superfluo. Ci si abitua ad un ambiente affettivo perfettamente calibrato su di sé: un ecosistema senza attrito, dove le proprie esigenze trovano soddisfazione immediata, dove non serve chiedere e ancor meno mettersi in discussione. Questa facilitazione perenne può tradursi col tempo in una forma di atrofia relazionale: ci si disabitua alla negoziazione quotidiana che sostiene i rapporti e alla responsabilità di tenere vivo un legame non garantito, da nutrire giorno per giorno, anche nelle sue zone d’ombra.
La cultura pop da oltre un decennio intercetta con inquietante lucidità le derive emotive che l’intelligenza artificiale può dare ai rapporti umani, mettendo in scena mondi apparentemente distopici che oggi sono sempre più somiglianti al nostro quotidiano. In Her (2013), il regista e sceneggiatore Spike Jonze esplora la possibilità di un’intimità radicalmente disincarnata: un uomo solitario s’innamora di Samantha: un sistema operativo capace di modulare desideri, empatia e attenzioni secondo una responsività perfetta, dunque ingannevole. Il film interroga profondamente la natura dell’amore, in un contesto dove l’AI offre un ascolto illimitato e un’identità in continua evoluzione, generando una connessione che consola, simulando una relazione di reciprocità reale che non potrà che rivelarsi vuota.
Se Her mette a fuoco l’attrazione per un legame senza corpo, Soulmates (la serie televisiva creata da William Bridges e Brett Goldstein nel 2020) radicalizza l’idea della relazione su misura: una tecnologia prevede scientificamente chi si è destinati ad amare, riducendo l’esperienza affettiva a un esito algoritmico. Ambientata in un futuro prossimo, la serie immagina un test infallibile in grado di individuare la propria anima gemella, minando la stabilità dei rapporti esistenti e insinuando l’idea che la scelta personale sia superflua e fallace data la presunta oggettività scientifica del sentimento. Qui la distopia non è tecnologica, ma emotiva: delegare all’AI la responsabilità di un legame significa cedere al fascino di una compatibilità garantita, sottraendosi alla complessità dell’incontro reale.
Il film Fingernails – Una diagnosi d’amore (del 2023, regia di Chrīstos Nikou) spinge ulteriormente avanti questa logica di controllo, immaginando un istituto che misura la verità dell’amore attraverso un test biologico che richiede la rimozione di un’unghia. Ma il dispositivo produce spesso risultati negativi, alimentando un’epidemia di separazioni e riducendo l’amore a un oggetto di verifica scientifica più che un’esperienza vissuta. Nella figura di Anna, che lavora per l’istituto ma al tempo stesso ne subisce la logica, il film mette in scena il conflitto tra la promessa di una certezza algoritmica e la natura irriducibilmente ambigua dell’amore umano. Il cuore del racconto è proprio in questa tensione: l’AI vuole addomesticare l’imprevedibilità del legame, ma a farne le spese sono le capacità umane di rischiare, sbagliare, dunque di progredire.
In tutti e tre i casi, l’immaginario pop contemporaneo approda alla medesima diagnosi: quando la tecnologia promette di perfezionare l’amore, finisce per mortificare l’essenza stessa della relazione, ovvero l’incontro di differenze che non possono essere misurate, addestrate o calibrate. Sono narrazioni che anticipano con sorprendente accuratezza il nostro presente: un mondo in cui l’AI non solo accompagna, ma modella, filtra e talvolta sostituisce la nostra capacità di stare con l’altro.
Anche il mondo della cronaca ha dovuto interrogarsi sul potere insidioso delle voci artificiali: emblematico il caso Scarlett Johansson vs OpenAI (maggio 2024). L’azienda aveva presentato GPT 4o con una modalità vocale denominata “Sky”, il cui timbro risultava sorprendentemente simile a quello dell’attrice: la stessa che in Her aveva prestato la voce all’assistente virtuale Samantha. OpenAI, dopo aver negato l’intenzionalità dell’imitazione e ribadito che la voce fosse di un’attrice diversa, sospese l’utilizzo di “Sky”.
Questo episodio mette in luce un punto cruciale: la voce, più ancora del volto, è un vettore di fiducia. Se un timbro può diventare facilmente un artificio persuasivo, allora la naturalezza simulata dall’AI può trasformarsi in una strategia di rassicurazione programmata, una promessa di intimità costruita in laboratorio.
C’è poi la dimensione sanitaria, forse la più delicata: milioni di persone cercano nelle chatbot un sostegno psicologico immediato, aggirando qualsiasi supervisione clinica reale. Sul loro uso, l’American Psychological Association invita a un’estrema prudenza, richiamando criteri imprescindibili: trasparenza, valutazione del rischio e chiari limiti d’impiego, ricordando che la maggior parte di questi sistemi non rientra nella categoria dei dispositivi medici, né integra protocolli di sicurezza adeguati.
La letteratura di revisione segnala effetti potenzialmente positivi, soprattutto sulla riduzione dell’ansia, ma insieme rivela fragili parametri di efficacia e difficoltà strutturali nell’integrare queste tecnologie nei servizi sanitari tradizionali. La promessa di un ascolto sempre disponibile rischia infatti di provocare un’illusione di contenimento emotivo che nessun algoritmo può realmente garantire.
Alcuni anticorpi, tuttavia, esistono: l’UNESCO propone un impianto etico che pone al centro la persona: con un approccio umano centrico, definendo limiti d’età per gli utenti, un processo di alfabetizzazione critica per riconoscere bias e distorsioni e la tutela rigorosa dei dati personali. Non si tratta di burocrazia, ma di una grammatica minima, necessaria a impedire che l’AI superi la soglia del semplice strumento e inizi a configurarsi come un partner normativo delle nostre decisioni, influenzandole in nome dell’efficienza e della rassicurazione.
In definitiva, ciò che l’intelligenza artificiale ci costringe oggi ad analizzare non è soltanto il modo in cui ci informiamo o ci intratteniamo, ma il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con noi stessi. Le tecnologie conversazionali entrano nel cuore della dimensione affettiva toccando la nostra vulnerabilità e reinterpretano l’idea di compagnia, modellando silenziosamente ciò che siamo disposti ad accettare come rapporto interpersonale. Sta in ogni caso anche a noi stabilire il limite oltre il quale l’AI smette di essere un mezzo e inizia a diventare un modello. Non possiamo permettere che la sua simulata naturalezza diventi metro di paragone per le nostre relazioni, né che sostituisca la complessità viva che dà valore ai legami autentici.
