LA SCUOLA DI STUPARICH E LA MIA

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Leggendo di un mitico professore, confrontandolo con l’esperienza di una sua giovane collega di oggi

«La bellezza di questo mestiere è direttamente proporzionale alla fatica»

di Micol Villa

Bruno Vasari
Giani stuparich.
Ricordi di un allievo
Lint, Trieste 2008
pp. 80, euro 8,00

Recentemente mi sono ritrovata a riflettere sul mio lavoro da insegnante. Un lavoro meraviglioso, che mi ha fatta innamorare fin da subito. Sono entrata in classe quasi per caso e non ne sono più uscita: a distanza di cinque anni da quella scoperta del tutto casuale mi sono laureata per la seconda volta, in Lettere, quindi potete facilmente capire cosa sia scattato in me. Ho capito di non poter più fare a meno di quegli oceani di sguardi che mi si presentavano davanti ogni mattina, con la loro unicità e la loro tendenza a fiorire come piccole piantine alla luce della conoscenza. Una passione vera, originale e autentica. Ho iniziato come maestra, ma in seguito alla laurea sono diventata professoressa delle medie: il mio lavoro è diventato ancora più appassionante, perché finalmente potevo trasmettere l’amore per le materie che amavo. Fin qui sembra una storia bellissima e avvincente, coronata da un lieto fine: invece, purtroppo, la realtà si è rivelata una medicina piuttosto amare da mandare giù, a dispetto della dolcezza iniziale. Essere insegnante non è solo un mestiere, è una vocazione: ma la passione spesso si scontra con un ambiente complesso, fatto di molte barriere e ostacoli. Non intendo cadere nella retorica che le risorse non sono mai abbastanza, che i bisogni sono sempre maggiori, che il ruolo di insegnante è spesso screditato. In realtà mi trovo qui oggi per parlare di un’altra questione più complessa, e per farlo vorrei partire dalla parte “dolce”, cercando di trasmettere un po’ della bellezza che in questi anni ho raccolto e maturato grazie al mio lavoro. Per farlo mi avvarrò dell’aiuto di Bruno Vasari, autore del volumetto Ricordi di un allievo pubblicato da Lint nel 1999. Mi ci sono imbattuta per caso durante la stesura della mia tesi, di cui ho parlato in alcuni numeri precedenti (La Risiera di S. Sabba: tra deportazione e memoria letteraria, relatore Giuseppe Langella, correlatrice Elena Rondena, A.A. 2022-23). L’autore Bruno Vasari, scrittore e partigiano di origini triestine, ha un ricordo bellissimo del suo insegnante di liceo e ne parla con una sorta di venerazione spirituale. Sa di dovere al suo professore l’iniziazione verso le pietre miliari della letteratura e i pilastri della lingua italiana, ma soprattutto è consapevole che la testimonianza del suo maestro ha plasmato, in parte, la parte migliore della sua persona: «Naturalmente alla mia formazione, che amo credere continui ancora, concorsero anche altri impulsi, indirizzi, guide, eventi, presenze ed affetti, ma l’influenza di Giani Stuparich fu grandissima» (Bruno Vasari, Giani Stuparich. Ricordi di un allievo, LINT, Trieste 1999, p. 24).

Ad ogni insegnante che svolga il proprio lavoro con consapevolezza capita di pensare al modo in cui sarà ricordato dai suoi allievi e spera sempre di stare seminando qualcosa di importante per loro. Anche sapere che una semplice lezione ha suscitato qualcosa, ha smosso le correnti interne degli studenti e li ha portati verso nuovi orizzonti e consapevolezze, può essere una soddisfazione così grande al punto di ripagare le fatiche di un anno intero. Naturalmente non tutti gli insegnanti hanno lo spessore culturale e umano di Giani Stuparich e non tutti si rendono conto della delicatezza e dell’importanza del proprio ruolo. È una professione che si coltiva giorno per giorno e che cresce grazie al tempo trascorso insieme ai propri studenti, un tempo di qualità, attivo e ricettivo: l’errore più grande è quello di immaginare i propri allievi come contenitori vuoti da riempire, senza considerare la reciprocità che una relazione necessariamente comporta, cioè una corrispondenza sempre biunivoca, un do ut des. A sostegno della mia tesi porto un pensiero che parte da molto lontano, dall’Antica Grecia, il quale ha ritrovato un ruolo fondamentale nella pedagogia moderna: Socrate e la sua teoria della maieutica. Il filosofo greco definisce sé stesso un “levatore di anime”, un “ostetrico”: «la mia arte di ostetrico in tutto il rimanente rassomiglia a quella delle levatrici, ma ne differisce in questo: opera su gli uomini e non sulle donne e provvede alle anime partorienti e non ai corpi. […] Poiché questo ho di comune con le levatrici, che anch’io sono sterile… di sapienza; e il biasimo che già tanti mi hanno fatto, che interrogo sì gli altri, ma non manifesto mai io stesso su nessuna questione il mio pensiero, ignorante come sono, è verissimo biasimo»(Platone, Teeteto in Opere, vol. I, Laterza, Bari, 1967, pag. 277). Questo concetto è stato ampiamente ripreso e proposto da numerosi studiosi, ad esempio nelle teorie educative di Stefano Rossi, psicopedagogista che ho avuto il piacere di ascoltare durante un corso di formazione per insegnanti. All’interno del suo libro Menti critiche e cuori intelligenti Rossi parla di un approccio “orizzontale” dell’educazione, «quello maieutico elaborato da Socrate in cui l’educatore, invece di “mettere dentro” agisce come una levatrice che aiuta l’allievo a partorire la propria verità»(Stefano Rossi, Menti critiche e cuori intelligenti, Pearson Academy, Milano – Torino, 2020, p. 27). Ma il ruolo di un insegnante è molto più complesso: deve essere in grado di creare un clima di confronto e condivisione, deve altresì essere capace di farsi rispettare senza alzare la voce e di creare un contesto di cooperazione e reciproco rispetto, in cui ciascuno degli allievi possa sentirsi libero e senza oppressioni, garantendo allo stesso tempo concentrazione e serietà. In parole povere, deve essere autorevole ma non autoritario, severo ma non opprimente. Compito difficilissimo, che solo l’esperienza e la capacità di mettersi veramente in relazione con i propri studenti possono rendere possibile: per questo è indispensabile avere davanti degli esempi, dei grandi maestri che abbiano tracciato la strada prima di noi insegnanti “novelli”, per ricordarci che la bellezza di questo mestiere è direttamente proporzionale alla fatica. È emblematica la frase di Vasari all’interno del volumetto prima citato: «Come ricordo i suoi rimproveri, ma quanto l’amavo» (B. Vasari, cit., p. 18). Gli studenti hanno bisogno di limiti, di rimproveri, chiedono a gran voce che qualcuno li guidi alla ricerca del senso della vita: spesso non vogliono carezze ma “scossoni”, terremoti interiori. Vogliono che qualcuno si accorga di loro, che gli voglia bene nel senso più stretto dell’espressione: cercano lo scontro e desiderano fortemente che qualcuno li costringa continuamente a mettersi in discussione. È ovvio che la relazione educativa risulta in questo modo più complessa, faticosa, una continua dialettica talvolta senza uscita, ma è l’unica via per educare davvero. Stuparich tutto questo lo sapeva molto bene e lo applicava quotidianamente, per questo i suoi studenti lo amavano. Inoltre offriva il valore aggiunto di essere un intellettuale straordinario e di avere la stima incondizionata dei suoi allievi, che potevano imparare da lui attraverso un doppio canale, beneficiando non solo delle sue lezioni ma anche della lettura dei suoi libri: Trieste nei miei ricordi, Ritorneranno, Colloqui con mio fratello, Un anno di scuola, strumenti per comprendere la realtà sociale e storica circostante. Vasari ricorda queste opere come parte integrante della sua formazione, anche se ammette «di non averci capito molto ai tempi».

Stefano Rossi
Mentii critiche cuori intelligenti
Sanoma 2024
pp. 256, euro 21.00

Vorrei a questo punto allargare la riflessione allo stato attuale, perché credo che tutte le considerazioni fatte sull’importanza della scuola non possano prescindere da un bagno di realtà nella situazione presente, ben lontana dalla descrizione idilliaca di Vasari. Ogni scelta importante parte da un sogno, è vero, ma se quel sogno si rivela essere una strada sempre impervia, per cui non si dispone mai dell’attrezzatura adatta, rischia di tramutarsi in una continua lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile e stagnante, e ciò può risultare molto pericoloso. Quest’anno ho vissuto un’esperienza che mi ha portato a riconsiderare seriamente la mia scelta di insegnare, non perché l’amore per il mio lavoro sia diminuito, ma perché ho compreso la profonda inadeguatezza del sistema scolastico con cui dobbiamo fare i conti, specialmente il processo di reclutamento. Nello specifico, a dicembre 2023 si è aperto il bando del concorso scuola: un’occasione per stabilizzarsi e prendere il ruolo dopo vari anni di incertezze e precariato. Da subito, tutto appare molto confuso e disorganizzato: le prove scritte vengono calendarizzate con tre mesi di ritardo ed è piuttosto chiaro che non sarà possibile concludere il processo di selezione entro l’avvio dell’anno scolastico 2024/2025. Inoltre, gli esami si svolgono in maniera molto “vuota” e impersonale: è previsto un test a crocette di cinquanta domande per la prova scritta, una lezione da preparare in meno di ventiquattr’ore su un argomento estratto a sorte, seguita da una singola domanda disciplinare e un breve colloquio in lingua inglese per la prova orale. Non sono previste interrogazioni approfondite volte a indagare la preparazione nella propria disciplina, colloqui motivazionali e attitudinali, valutazione serie dei curricula e delle esperienze umane e professionali maturate. Sono contemplate invece discutibili riserve di posti, che sembrano fatte apposta per scremare in modo sbrigativo; allo stesso modo le domande delle prove, sia scritte che orali, sembrano tirate fuori da un quiz a premi. A settembre 2024 il processo di selezione è ben lontano dalla sua conclusione: l’anno scolastico inizia zoppicando, con tante cattedre vuote e ancora più incertezze. Le graduatorie di merito del concorso, nel momento in cui escono, appaiono poco trasparenti: gli elenchi sono parziali in quanto contengono appunto solo i nomi dei vincitori, mentre per tutti gli altri, idonei ma non vincitori, nessuna informazione sulla propria posizione. Partono i reclami e le richieste di chiarimento: si ottiene nessuna o poche risposte insoddisfacenti, tutto continua ad essere tenuto al buio, inaccessibile. Mentre ci si muove a tentoni, cercando di trovare una breccia in questo muro di silenzio, arriva la stoccata finale: l’11 dicembre viene aperto un nuovo bando di concorso, esattamente identico al precedente, per la selezione di ulteriori posti. Le proteste, che hanno iniziato già ad alzarsi a partire dall’estate, esplodono in scioperi, manifestazioni, comunicati: per ora, tutte inascoltate.
In seguito a questa esperienza, mi sono chiesta come coniugare passione e utopia con la realtà di un’istituzione scolastica che da tempo sembra avere perso la propria bussola interna. La Scuola descritta da Bruno Vasari è ben lontana dalla realtà attuale, gli “Stuparich” dei giorni nostri rischiano di rimanere nascosti nelle pieghe di un sistema scolastico mediocre, in grado di soffocare anche i talenti più sinceri e autentici. Inoltre, in questo sistema sociale complesso, dove tutto è fluido e di passaggio, gli insegnanti non riescono più a essere un punto di riferimento per i loro ragazzi, perché costretti a spostarsi in continuazione da una scuola all’altra. Se sto scrivendo tutto questo è perché voglio lanciare un allarme, dare l’idea del pericolo che stiamo correndo: se l’istruzione muore, muore il cuore pulsante di un paese.  

Avviandomi verso la conclusione, prendo di nuovo in prestito le parole di Bruno Vasari:«che cosa ci riserva l’avvenire? Non possiamo saperlo e tanto meno predeterminarlo, ma progettarlo sì e quindi non solo vagheggiare “il dolce sogno”» (B. Vasari, cit., p. 51). Il “dolce sogno” di una scuola più equa e giusta non deve portarci solo a rimpiangere il passato, deve condurre a nuove consapevolezze e soprattutto a una maggiore sete di bellezza: questo deve essere il sogno da cui partire. Però, credo anche che il sogno debba mutarsi in sana concretezza, che debba poter disporre delle risorse umane e materiali di cui ha bisogno, cambiare il sistema di reclutamento rendendolo più giusto, più umano e veramente meritocratico. Se vogliamo “partorire” il meglio dalle menti dei nostri studenti, dobbiamo offrire loro l’ambiente più fertile e le persone più motivate e appassionate come Maestri: per ora, questo non sta avvenendo.