A CONCLUSIONE DI UN ANNO DIFFICILE
Editoriale | Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025

Anche nel 2025 abbiamo dovuto assistere, mentre sfogliavamo le ultime pagine del calendario, al poco decoroso spettacolo offerto, negli ultimissimi giorni dell’anno dal Parlamento, impegnato, tra natale e Capodanno, a varare la Legge di Bilancio, che come sempre dev’essere approvata prima del veglione di San Silvestro, pena l’esercizio provvisorio, spauracchio vagamente evocato ad ogni frettolosa e caotica discussione relativa alla Manovra.
Non che la cosa costituisca una novità, né che la compressione del dibattito parlamentare sia conseguenza di una pensata della maggioranza di destra che attualmente esprime il Governo: in condizioni analoghe si è agito da ben prima che Giorgia Meloni s’insediasse, nel 2022, a Palazzo Chigi. Tuttavia che anche gli esecutivi di anni precedenti si fossero comportati in maniera analoga non giustifica l’assuefazione a un andazzo di questa fatta, devastante per la democrazia, per il controllo e la trasparenza dei processi decisionali e in definitiva per il rispetto dovuto al Parlamento e agli stessi parlamentari, costretti a votare su testi di centinaia di pagine senza che nemmeno abbiano avuto tempo e possibilità di scorrerle. In particolare per quanto riguarda la seconda lettura, che quest’anno spetta alla Camera dei Deputati, dal momento che la votazione è prevista per domani, 30 dicembre, non esiste la minima possibilità di intervenire con un emendamento anche marginale del testo già approvato dal Senato, pena appunto l’esercizio provvisorio, dato che il testo emendato dovrebbe tornare al Senato. Il tutto senza che le voci dei presidenti delle due assemblee legislative si alzassero a richiamare formalmente l’esecutivo a un maggiore rispetto per le prerogative del Parlamento.
Al di là del rinnovarsi ed estendere il vulnus alla democrazia, sul piano dei contenuti approvati dal Senato, pare che nulla o ben poco abbia ispirato gli eredi della cosiddetta destra sociale che detengono il più rilevante pacchetto azionario della maggioranza di Governo. Nulla è stato pensato in funzione di una riduzione o almeno del contenimento delle emergenze sociali che affliggono il presente del Paese e che compongono un quadro a dir poco drammatico, con 5,8 milioni di cittadini che vivono al di sotto della soglia di povertà, con una sanità pubblica che induce sei milioni di italiani a rinunciare a curarsi, mentre gli altri devono fare i conti con liste di attesa improponibili per ottenere un esame o una visita specialistica, con un numero crescente di cittadini – attualmente circa quattro milioni – privi di assistenza sanitaria primaria a causa del forte divario tra pensionamenti dei medici e nuovi ingressi nella professione, con una diaspora di giovani, in larga misura laureati, che hanno lasciato e lasciano il Paese per trovare una posizione lavorativa all’estero alla ricerca di migliori opportunità lavorative, salari più dignitosi, prospettive di carriera e avanzamento professionale che spesso mancano in Italia. Del Piano casa annunciato a Rimini nello scorso agosto dalla Presidente del Consiglio, che prevederebbe alloggi a prezzi calmierati per giovani coppie e fasce medie con redditi tra 30 e 60 mila euro, a stima valutato in circa 12,5 miliardi di euro, la Manovra 2026 prevede uno stanziamento di soli 20 milioni, misura evidentemente inadeguata per attenuare l’emergenza abitativa.
Per quanto attiene alla crescita economica, sono state completamente ignorate le principali emergenze: non c’è nulla sull’energia, nonostante l’Italia paghi il 30% in più degli altri Paesi. Nulla per contrastare i dazi, nonostante la Presidente del Consiglio avesse annunciato un piano da 24 miliardi di cui si sono completamente perse le tracce.
Avremmo voluto con questo editoriale fare i migliori auguri a quanti ci leggono per l’anno che verrà, ma temiamo che alcuni presupposti determinati da questa Manovra che la Camera si sta accingendo a varare non inducano a consideraretali auspici realisticamente realizzabili.
