ANDREA COMISSO E I SUOI RACCONTI

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Pubblicato da Hammerle editori il terzo volume di racconti brevi dello scrittore triestino

Solo apparentemente eterogenei per soggetto e progetto narrativo, i racconti rimandano alla personalità di chi li ha scritti, ma anche al presente di tutti noi

di Walter Chiereghin

Andrea Comisso

Il primo libro di racconti (trentasette) Andrea Comisso l’aveva pubblicato, col titolo Oggi le nuvole regalano una tregua. nell’estate del 2022 – per ironia della sorte devastata quell’anno da una storica siccità – (v. Il Ponte rosso n. 84, settembre 2022). A tale opera prima è seguito pochi mesi dopo un secondo volume, Il contraccolpo dell’abisso, con altri settantadue racconti brevi (v. Il Ponte rosso n. 94, luglio 2023). Adesso ha pubblicato una terza raccolta di racconti brevi (settantasette, se ho contato bene): La fortuna del mercante di anticaglie (come gli altri due pubblicato da Hammerle editori di Trieste). Un ritmo creativo scandito da un passo da bersagliere, tale da mettere a dura prova la tenuta dell’editore, degli amici che lo supportano nelle presentazioni al pubblico, dei lettori più appassionati e, se permettete, anche dei recensori, pressati dall’esigenza di trovare formulazioni originali e nuove per commentare lavori connotati, al contrario, da una solida coerenza formale e dal sistematico conseguimento degli obiettivi che l’autore si prefigge nell’organizzare le sue molteplici e articolate strategie narrative.

All’apparenza, ad una lettura frettolosa o se si vuole superficiale, ben poco lega tra loro i singoli racconti, proprio come le mongolfiere multicolori che punteggiano il cielo dell’opera di Laura Grusovin Aspirazioni, un olio su tela del 2014, che sulla copertina del volume sembra quasi assumere la funzione di sottotitolo, soprattutto significando che si tratta di racconti, di una prosa narrativa cioè che si presenta in svariate forme autonome, indipendenti l’una dall’altra, senza interdipendenze reciproche, senza collegamenti tra essi, senza porte né finestre, proprio come le monadi di Leibniz. Oppure – se preferite una metafora assai meno elegante e ricercata – come le bolle d’aria in una forma di Emmenthal.

Poi, a una lettura più meditata, si cominciano ad intravvedere fili a malapena percettibili che collegano tra loro alcune delle monadi. L’organizzazione dello schema del racconto, per esempio, è la stessa in qualcuno di essi – particolarmente in alcuni dei più brevi – e tende a sottacere o a mimetizzare ogni caratteristica identificativa del soggetto per far scoprire soltanto alla fine al lettore che quello del quale si narra è, magari, un oggetto e non una persona, o comunque una cosa del tutto diversa da quanto si è voluto indurre a credere, sciogliendo soltanto nelle ultime righe la tensione che in tutte quelle che avevano precedute ha fatto quasi trattenere il fiato ai lettori, sapientemente gabbati nella loro ingenuità. è il medesimo schema di un grande classico della fantascienza, il racconto breve (poco più di una pagina) Sentinella, di Fredric Brown, pubblicato nel 1954 e in traduzione italiana l’anno successivo. Uno schema analogo a quello utilizzato dall’illustre precedente di Brown viene reiteratamente applicato da Comisso, per esempio in Le ronde (p. 84) oppure – con un risvolto inopinato e addirittura orrorifico – in I sapori della tradizione (p. 158), oppure ancora in Lo sterco del demonio (p. 248). E in ciascuno dei casi che ho appena citato non si tratta di un mero calligrafico esercizio di stile, ma è al contrario basato su un argomento o un’ambientazione che offrono all’autore il pretesto per intervenire, senza quasi darlo a vedere, su temi sensibili della nostra vita sociale, quali – nei tre casi citati –, rispettivamente: l’abbandono dei cani sul ciglio di una strada, la strage degli innocenti perpetrata sugli agnelli per imbandire i pranzi nelle domeniche di Pasqua, o lo sfruttamento criminale della prostituzione.

Nella generalità dei casi i racconti di Comisso descrivono momenti di profonda empatia con i suoi personaggi, ad iniziare per esempio da Autogrill, il testo che apre il volume e descrive un incontro, sfiorato appena, nello spazio di un non luogo quale appunto un autogrill, come quello tratteggiato in una bella canzone di Francesco Guccini nell’album Tra la Via Emilia e il West, esplicitamente citata nel racconto: «Bella, ti vien da canticchiare, di una sua bellezza acerba. Bionda senza averne l’aria!» che a differenza di quanto ci narra il cantautore emiliano non è la barista, ma una giovanissima prostituta scesa da un autotreno dove ha consumato di prima mattina la sua triste prestazione in «un rapporto mercenario e frettoloso». Il contatto tra la voce narrante maschile avviene “di striscio”, con la colazione della giovane ragazza lasciata pagata dall’uomo, che mette in moto e se ne va, ricevendo in cambio da lei, un attimo prima di partire, uno sguardo e un semplice sorriso a distanza, dopo che presumibilmente la banconiera l’aveva informata circa chi le avesse offerto colazione e caffè. «Preferivo di no, – chiosa il narratore – ma quello sguardo pulito mi scalda, come i primi raggi vigorosi di questo sole che, finalmente, archivia la notte».

Andrea Comisso
La fortuna del mercante di anticaglie Hammerle Editori, Trieste 2024
pp. 264, euro 20,00

Sono tra gli esiti più felici questi incontri accidentali e fuggevoli che sembrano interrompere per un attimo le solitudini, creando un cortocircuito di comunicazione tra estranei o quasi estranei, com’è anche nel caso di un breve colloquio con un autista in pensione, che era stato conducente di un autobus della linea 14, riemerso dagli anni ormai lontani, quando l’autore, una volta di più voce narrante, frequentava le medie al “Dante” e si serviva del vecchio Fiat verde per i tragitti tra casa e scuola. poche battute scambiate tra i due in Verso il capolinea (p. 256), confluiti nella consapevole menzogna di un “arrivederci” rivolto al vecchio di cui il più giovane interlocutore si rende conto alla fine, sceso dall’autobus, consapevole di non conoscere neppure il nome dell’anziano autista incontrato per caso.

Altri fili legano tra loro alcuni racconti, per esempio la rappresentazione – a volte drammatica altre volte divertita – di un nostro più o meno quotidianamente condiviso presente. Così Comisso ci induce a visitare con lui un’estrema periferia di emarginati ambientata in un palazzone, un mostro ecologico abbandonato all’incuria e abitato da una brulicante umanità sottoproletaria che nemmeno da lontano può darsi arie di somigliare a una comunità. Tra tanto degrado ambientale ed umano, viene enucleata la figura di una ragazzina di colore, che trova, per un fortuito accidente, quale la morte di uno spacciatore, la via per tentare una via di fuga da quella loro miserrima condizione per sé e per la sorellina (Hotel House, p. 135). Per contro, in un altro racconto, (Customer service, p. 147), si possono trovare i toni di un ironico e caricaturale iperrealismo nella conversazione telefonica tra un disgraziato utente di un’azienda elettrica e il servizio clienti della stessa, incarnato nella voce registrata di una segreteria telefonica “intelligente” che lo impegna in uno scontro dialettico diseguale, ovviamente senza dare soluzione al problema che l’uomo avrebbe voluto risolvere: un’esperienza alla quale quasi tutti noi ci stiamo mestamente rassegando.

In una pluralità di racconti, al contrario, il realismo cede al surreale, inventando ad esempio un quotidiano che offre la possibilità, agendo con un dito su un cursore sotto le illustrazioni pubblicate, di tornare all’indietro o di sbirciare in avanti nelle vicende delle persone effigiate nelle immagini del giornale (Black Friday, p. 32): una sorta di Ritratto di Dorian Gray, aggiornato alle recenti tecnologie dei più sofisticati touch screen. Oppure il disperato amore di una madre che riesce, grazie a una mano di dadi, a barattare il proprio destino con quello del figlio, nato con una menomazione che avrebbe fatalmente compresso la sua speranza di vita (Il dado a venti facce, p. 151).

Quando una fantasia insofferente di briglie lo conduce ad ipotizzare un futuro di una manciata d’anni discosto dal nostro presente, Comisso si fa autore di una fantascienza allucinata che sempre varca la soglia della distopia, immaginando culture e società capaci di consentire mostruosità legislative che consentano ad esempio, fino ai dieci anni d’età, di «effettuare un aborto posticipato, per comprovate ragioni economiche. In sintesi, un sistema per salvare la famiglia sacrificando un ramo secco, o più immaturo, per proteggere il benessere degli altri. Mors tua vita mea!» (Economia domestica, p. 120).

In questa e in molte altre prove narrative affiorano ansie, frustrazioni e autentiche paure che sono proprie non soltanto della personalità di personaggi immaginari o dell’autore, ma che accomunano tutti noi e rivelano quindi le fragilità che tendiamo a celare anche a noi stessi. Comisso le affronta con un più o meno evidente coinvolgimento, talvolta con lampi di ironia e autoironia, in altri casi con la temperata rappresentazione di situazioni esistenziali al limite, quali, in Non passa nessuno (p. 38), la cronaca della caduta di un anziano nelle scale di un condominio e la sua fine solitaria in un contesto sociale di quasi assoluta indifferenza all’altro. Oppure nella descrizione di «un’accelerata discesa agli inferi» l’incubo di una prematura vecchiaia consumato in un ospizio, col conforto finale di riconoscere in un delirio onirico quella che era apparsa una condanna ingiustamente inflitta (Casa Serena, p. 79).

Ma c’è anche il sollievo di riconoscersi in quella che è ancora una realtà, in un inopinato racconto d’amore coniugale, vissuto in maniera un po’ scanzonata in una serata che rischiava di concludersi con una festa particolarmente noiosa, Tra i molti modi per dire ti amo (p.60), che personalmente mi ha emotivamente coinvolto per l’assonanza che ho creduto di percepire con una poesia di due versi, Senza titolo, di Attilio Bertolucci: «Questo raggio che obliquo ti ferisce / è ancora giovinezza, ancora ancora».

Dal momento che con la frase che precede la recensione è scivolata – o regredita – in una sorta di notarella autobiografica del preteso recensore, continuiamo a farci del male: in una conversazione privata ai tavoli all’aperto di un caffè del centro mi era capitato di esortare Comisso a pubblicare i suoi racconti raggruppandoli secondo criteri che ne evidenziassero almeno alcuni tratti omogenei, per struttura del progetto narrativo, per richiami a contenuti e implicazioni di ordine sociale o morale, per descrizioni di ambienti e situazioni esistenziali che godessero di qualche affinità tra essi. A ripensarci, è come se avessi suggerito a Laura Grusovin di disporre sulla tela le sue colorate mongolfiere schierate in formazione come le Frecce tricolori. Assai opportunamente Comisso se n’è bellamente fregato del mio consiglio e ha continuato a fare di testa sua, usando o forse abusando della scorrevolezza della sua scrittura e soprattutto di un’inventiva fluente e quasi torrenziale, che conduce lui e dietro a lui i lettori a percorrere situazioni ed ambienti eterogenei e apparentemente estranei gli uni agli altri, come le monadi di Leibniz o i buchi nell’Emmenthal.

Apparentemente, ho ripetuto, perché a ben vedere il risultato si presenta come assolutamente unitario, essendo la rappresentazione su vari registri narrativi della personalità di chi scrive. Ma anche, il più delle volte, di quello che siamo tutti, con le nostre ansie, le insofferenze, gli assilli morali, le fragilità e le paure del nostro essere uomini o donne che hanno la ventura di vivere su questo pianeta in questi nostri anni non facili.

Laura Grusovin Aspirazioni, olio su tela, cm-89×73, 2014