ANGELA WULZ, MATTA PER DOLORE
Gabriella Ziani | Il Ponte rosso n. 120 - novembre 2025 | storia
Diana De Rosa ha ricostruito la biografia della moglie del fotografo Carlo Wulz, internata al “frenocomio” triestino di San Giovanni nell’anno di Caporetto
di Gabriella Ziani
Giuseppe era arrivato a Trieste all’età di 10 anni come povero migrante da Cave del Predil, dove era nato nel 1843, e passo dopo passo era diventato uno dei fotografi più importanti della città allora in fastosa espansione. Suo figlio Carlo con la macchina fotografica immortalò gli esponenti dell’alta borghesia, gli artisti, le donne eleganti, e molto insistentemente mise in posa le sue bellissime figlie Wanda e Marion, che a propria volta sarebbero diventate non solo fotografe, ma virtuose artiste dell’obiettivo, appollaiate nella casa-studio di palazzo Hirschl sul Corso, acquistato già dal nonno. Insomma, siamo in casa Wulz, là dove ci eravamo addentrati con la esauriente e brillante mostra allestita al Magazzino delle idee tra dicembre ’24 e aprile ’25 (Fotografia Wulz. Trieste, la famiglia, l’atelier), là dove ci riportano le ottime pubblicazioni precedenti, là dove si specchia un mondo.
ante 1918, Catalogo Fondazione Alinari
Ma in questa “foto di famiglia” tanto giustamente studiata e celebrata manca un elemento: la moglie di Carlo, la mamma di Wanda e Marion. La vediamo bella, giovane e adorna di pizzi in una immagine giovanile assieme al marito (fotografati dal suocero), poi assieme alle due bimbe piccole, ma presa già di sguincio, come se uscisse da una zona buia. In seguito più niente: una donna dissolta proprio là dove le immagini imperano, e parlano, e perpetuano.
A scoprire il segreto e ridare corpo e vita – e dramma – a questa donna, di nome Angela, nata Silla, e sarta prima delle nozze, è stata Diana De Rosa, l’infaticabile esploratrice di archivi che tessera dopo tessera con le sue ricerche ha scoperchiato il lato depresso della ricca Trieste, quello della grande miseria e della fame, dei bambini malnutriti, delle zone oscure in cui i ceti bassi si dibattevano con tanta fatica e senza via d’uscita – all’ombra della vigorosa crescita economica, dello sviluppo vertiginoso del porto e dei commerci, della cultura e delle arti, e dell’altrettanto imponente inurbamento che portava ingegni e braccia, ma anche evidenti e complessi problemi sociali.
1903, Catalogo Fondazione Alinari
Spulciando archivi, De Rosa anni fa aveva messo allo scoperto anche i fascicoli clinici del manicomio di San Giovanni. Inaugurato nel 1908, era allora molto d’avanguardia, non solo per la vastità del parco, l’eleganza dei padiglioni (che potevano contenere fino a 800 persone), il teatro e i laboratori, ma anche per le nuove “moderne” pratiche di approccio alla malattia psichica, che suggerivano di mettere il medico a colloquio col paziente, per individuarne, almeno sommariamente, il profilo umano e sociale, e superare lo stadio della mera contenzione degli “incurabili”.
Erano nati così I mangiatori di pane (1998) e La carrozza di Treves. Storie di donne e della loro follia (2002), quest’ultimo una raccolta di testimonianze appunto di donne ricoverate, che fra il 1909 e il 1918 raggiunsero il numero di 600. Nel 68 per cento dei casi provenivano dalle zone del Carso, dell’Istria interna, della Dalmazia, erano donne stremate da condizioni esistenziali estreme, e per lo più senza alcuna istruzione.
Catalogo Fondazione Alinari
Non che per gli uomini il profilo fosse assai diverso, o migliore. Scriveva allora De Rosa: «Si tratta di persone provenienti da ambienti domestici miserabili e di bassa condizione sociale, contadini, braccianti, pescatori, operai, venditori ambulanti, persone che le vicende della vita avevano gettato nell’angoscia e nella disperazione». Gente che, nel proprio ambiente, risultava ingovernabile, e veniva rinchiusa in casa, o dalla casa cacciata, con frequente rischio di cadere nell’abbandono e nel vagabondaggio, se non aveva la “fortuna” di essere dirottato a San Giovanni.
Dunque il manicomio era il posto dei poveri, malati di vita grama. Ma fra queste cartelle cliniche era apparso già allora il nome di Angela Wulz. Lei, invece, di ottima famiglia. E oggi, con una preziosa piccola edizione curata in modo assai speciale da Comunicarte, ecco che Angela, la foto scartata dalla famiglia Wulz, si prende in pieno la scena e abita per intero le pagine di Scatti di Follia. Il segreto ben custodito – mai le figlie fecero parola della loro madre – è adesso svelato: in un tracollo psicologico che le fu devastante, nel 1917, l’anno della disfatta di Caporetto e quando Trieste era ridotta allo stremo e alla fame, Angela fu visitata dal dottor Gusina, il direttore della ben nota Ottava divisione dell’Ospedale Maggiore, il quale, vista la sua allarmante condizione psicofisica, consigliò il ricovero nel “frenocomio”.
La donna, un tempo allegra e socievole – come testimoniò il coniuge Carlo – era precipitata in uno stato di estremo dolore per la morte in incidente ferroviario di un fratello, per il fatto che il marito era stato richiamato alle armi e rimandato indietro in quanto malato, perché il mondo le pareva tutto in sfacelo, di conseguenza aveva perduto ogni energia interiore e si sentiva malata inguaribile, non più capace di occuparsi della famiglia, e pertanto con un altro peso addosso, il senso di colpa tipicamente femminile per aver trasgredito ai propri obblighi, per aver fallito nel proprio compito domestico, in una famiglia che fra l’altro l’aveva accolta non proprio con entusiasmo, per via della sua estrazione lievemente inferiore.
Nel ’18 (fine della guerra, crollo dell’impero), dopo vari tentativi di rientro in casa e successivi immediati ricoveri, ebbe anche il terrore di «torture» che tutti loro avrebbero subìto col cambio di regime politico, perché il marito era stato irredentista, e anche vicino agli anarchici, anarchici americani che lottavano in favore dei «negri».
Ma le torture furono per lei solo quelle del manicomio, anche se non fu ricoverata fra le derelitte donne dei vari padiglioni, ma nel piccolo reparto dei paganti, con bel mobilio e cibo accurato (mentre negli stanzoni i poveri si portavano via il cibo di bocca: pane non ce n’era per nessuno dopo quattro anni di guerra, neanche per gli ospedali). Quando era agitata veniva “contenuta”, con corsetti e gabbie, e uno strumento oggi poco noto ma allora in auge, e che qui ritroviamo nei meticolosi diari dei medici: era il «diavolino», un attrezzo di ferro con cui venivano bloccate le mani dei ricoverati inquieti.
La sua era un’angoscia così profonda da tentarla non solo al suicidio (che provò più volte, in più modi) ma addirittura a desiderare la morte di tutti i suoi cari, e la distruzione, per incendio, dello studio fotografico. Per contrappasso, anche a San Giovanni c’era uno studio di fotografia. I pazienti, all’arrivo, dovevano sottoporsi alla foto segnaletica, e De Rosa sottolinea da un lato come fosse simile a quella dei casellari giudiziari, e dall’altro quanto vicino andasse all’identificare le fisionomie in senso lombrosiano: una faccia che diventa una storia e prefigura un destino.
circa 1908
Di queste foto Angela si lamenterà come di un ennesimo tormento, ma la cartella clinica dice anche altro: i dottori misero nero su bianco brutti indizi, e cioè che una sua sorella gemella era nello stesso periodo a San Giovanni, e che alienati erano stati due altri suoi fratelli. Dunque, rischio di ereditarietà. Ma lei ai medici confessava: «Xe inutile, no posso viver perché son troppo addolorata… per mi no xe rimedio». Interessante la diagnosi messa a verbale: «Melancolia». E la causa di questa: «Patemi d’animo».
In questa condizione depressa ed eccitata scriveva, come molte altre recluse quando abbastanza alfabetizzate, lettere a casa, con strazianti appelli. Ma le lettere dal manicomio non uscivano mai, e infatti è in quegli archivi che ancora si trovano: muti richiami messi a tacere. Ne ha fatto di recente la Rai del Fvg un bel documentario con regia di Piero Pieri nell’ambito del progetto Corrispondenze immaginarie (ancora disponibile su Raiplay).
Angela sarebbe tornata a casa nel 1919, «riparata» – come scrive De Rosa –, «silenziosa e invisibile».
Scatti di follia
Comunicarte, Trieste 2025
cento copie numerate
pp. 56, senza indicazione del prezzo
Il libro è piccolo, ma per stile, e per una “poetica” caratterizzata da luminosa sintesi, De Rosa lo trasforma in un capitolo di storia della città: la guerra, le condizioni e gli scontri sociali, le privazioni, e l’andamento del manicomio – dove arrivarono nel ’18 anche trenta prigioniere liberate dal campo austriaco di Wagna, «catatoniche, denutrite, con pidocchi e scabbia», che ebbero quasi tutte le diagnosi di «demenza». E naturalmente ci sono il dramma familiare e, non da ultimo, il fatto censorio per cui il quadro familiare dei Wulz è stato “ritoccato” quanto basta a sfumare nel nulla la figura di una moglie e madre che era uscita dai canoni della “società bene”, ed era finita là dove solo i poveri finivano, quelli che – all’interrogatorio – quasi non sapevano fare due più due o ricordare il nome dell’imperatore e quello del Papa.
All’epoca di questo tracollo Wanda e Marion erano adolescenti. Studiavano l’una pianoforte e l’altra pittura. Non è dato sapere che cosa abbiano saputo, o provato. Diventeranno ragazze bellissime, pettinate e vestite alla moda. Il padre le fotograferà veramente tanto, in ogni posa, ciascuna per sé o assieme. Entrambe resteranno a vivere proprio con lui, e a fotografare come e meglio di lui. Angela morirà nel 1923. Essendo nata nel 1880, aveva solo 43 anni. E poiché a San Giovanni era entrata a 37, era sopravvissuta di poco a quel trauma, ma non si sa che cosa le sia successo: è un’immagine che sfuma e svapora.
Doppio risarcimento, dunque, con Scatti di Follia: una storia cancellata che si prende il primo piano, e un libro che sarà da collezione, con la copertina che riproduce una cartella clinica del “frenocomio”, una foto di Angela con le sue bimbe, un inserto ripiegato con le immagini del manicomio del tempo, e stampato in 100 copie numerate, disponibili solo alla libreria Saba, l’affascinante “antro” del poeta così preziosamente restaurato, e che tante nevrosi ha visto e vissuto, e forse assorbito e archiviato in qualche alto, muto scaffale…
