ANITA E TRIESTE
Claudio Grisancich | Il Ponte rosso n. 118 - luglio/settembre 2025 | profili
Un poeta ricostruisce, tra affettuoso omaggio e lucida memoria, la figura di una grande donna, del suo lavoro geniale e della sua casa-laboratorio nei “dintorni reazionari” della Borsa Valori di Trieste
di Claudio Grisancich
fotografia,1940 ca.
Trieste, Fondo Anita Pittoni
Biblioteca Civica A. Hortis
Mi sono sempre chiesto perché Anita Pittoni non abbia goduto in vita di una benevola popolarità a Trieste. Il sentimento più comune nei suoi confronti è stato di invidia diffusa e, tutt’al più, per una certa parte, di rispetto, ma sempre di segno ringhioso, ostile. Eppure “la Pittoni” (come abitualmente la si nominava in città) qualcosa ha fatto perché Trieste andasse fiera del rispetto e dei riconoscimenti che si era guadagnata con le proprie fatiche di artigiana, prima, e, successivamente, di editrice de “Lo Zibaldone”.
La sua storia inizia in sordina, a Trieste, alla fine degli anni Venti e, come ogni storia esemplare, si può ben dire cominci dal niente. Cresciuta in una famiglia di socialisti – il padre, Francesco, ingegnere civile è tra i fondatori delle Cooperative operaie nel 1902, lo zio Valentino è deputato socialista al Parlamento di Vienna – per traversie familiari, in primis la perdita prematura del padre, terminato il liceo non potrà proseguire gli studi universitari; spirito indipendente, libero e anticonformista, pur legatissima alla madre e ai due fratelli, decide di staccarsi dalla famiglia per affermare in piena libertà e autonomia quel complesso nodo di valori di fondo che sente di dover difendere mirando, attraverso un’azione quotidiana strenuamente percorsa da febbrile creatività e sorretta da una ferrea e lucida metodicità, a quella che sarà la sua rivoluzione personale.
(Si pensa, sbagliando, che le rivoluzioni si facciano dall’esterno verso l’interno, cioè che conti solamente la conquista del potere. Anita riteneva che le rivoluzioni dovevano seguire un duplice percorso: farsi, cioè, anche dall’interno verso l’esterno. Partire dalle mentalità, dalle coscienze, dalle sensibilità. Solo a queste condizioni una rivoluzione può acquistare tutto il suo significato. Ecco perché alcune rivoluzioni falliscono e ristagnano, diventano burocrazie, perché l’uomo non è cambiato. Al contrario, è diventato più mediocre. «E con un uomo mediocre – diceva Anita – si può fare un esercito, ma non si fa una rivoluzione»).
Non è più giovanissima, non ha soldi, pochi amici e nessuno che possa offrirle un lavoro: deve provvedervi da sola; gli studi liceali non sono i più indicati per trovare un’occupazione. Ma dalla sua c’è un intelletto aperto alle scienze esatte, una prepotente inclinazione artistica e, qualcosa di più di una consuetudine, un consolidato magistero nei lavori di cucito e a maglia con i quali fino a quel momento ha puntellato la precaria economia familiare. Intuisce in sé un talento artistico sicuro, sa di poter contare su una naturale e prodigiosa manualità, ha fiducia in se stessa, determinazione da vendere e, motore vincente di tante sue iniziative, uno spiccato senso pratico.
Va a vivere da sola trovando ospitalità nelle soffitte dello studio delle sorelle Marion e Wanda Wulz, fotografe in gran voga all’epoca e sue provvidenziali amiche. Davanti ai loro obiettivi posano le borghesi più in vista della società triestina: quei ritratti, esibiti all’elogio ammirato degli ospiti e a perpetuo ricordo delle generazioni future, hanno certo bisogno di adeguati “involucri” che ne esaltino la bellezza, quando c’è o, almeno, il tratto classista esclusivo: la caratura del censo.
Anita Pittoni intuisce un felice redditizio sbocco per la sua abilità nel maneggiare gli umili ferri a uncinetto e gli aghi di lana: quel sonnacchioso artigianato casalingo da lei opportunamente rivisitato nelle tecniche e investito dalla sua creatività potrebbe affrancarsi dalla ripetitività monotona dei risultati e ambire a esiti di perfezione e di bellezza fino allora impensabili. Realizza così alcuni “prototipi” (maglie, golfini, sciarpe) da far indossare a quelle modelle d’eccezione: il successo è immediato, dal “salotto buono” cittadino piovono numerosissime e fruttuose le commissioni. Ben presto non riesce più da sola a far fronte a tutte le richieste e contemporaneamente sente di aver raggiunto sicurezza nel mestiere, di poter fare il grande balzo: attrezzare un suo laboratorio-studio. Sarà lei l’ideatrice, che studierà le tecniche più adatte alle realizzazioni, che sceglierà i materiali, ma sarà uno stuolo di lavoranti da lei istruite su un personalissimo metodo di lavorazione che provvederà all’esecuzione.
Trova gli ambienti per l’installazione al terzo piano di “casa Rusconi”, il palazzetto d’angolo su piazza della Borsa e via Cassa di Risparmio, firmato nel 1860 dall’architetto Scalmanini. è il luogo della sua vita, dove impiantare il laboratorio e dove anche stabilmente abitare: la tanto sognata “casa-lavoro” (la “sua” Bauhaus). Già all’esterno l’interezza architettonica, spoglia e ariosa nel disegno necessario delle sue linee di forza (ed estetiche), corrisponde in concreto alla disposizione del pensiero di Anita, le rivela la cifra di uno stile: il suo.
Affacciata in sordina sulla piazza, quella copia onesta di un modello architettonico rinascimentale appare ai suoi occhi emblematica dei riferimenti ideali – alterezza e rinuncia – sui quali innervare la sua ricerca di artigiana e ancorare saldamente l’ispirazione d’artista.
(Anni dopo ribadirà con ossessiva insistenza e intransigenza quella disposizione sostanziandone i pilastri necessari: metodo, conoscenza, passione, le tre condizioni indispensabili per fare qualsiasi cosa: una maglia, una poesia, un muro, un libro, lo stare tra gli uomini).
Il lato sulla via Cassa di Risparmio dà di fronte all’entrata della Borsa nuova. La fabbrica di questo edificio è terminata da poco, nel 1928: il cuore emporiale della città pulsa là dentro (ma già meno gagliardi di un tempo i suoi battiti!). Anita firma il contratto d’affitto pochi anni più tardi, nel 1935; sente confusamente quel vicino edificio come un ingombrante nemico; cresciuta negli ideali socialisti la sdegnano di quel luogo le ciniche speculazioni, gli azzardi disinvolti di un ceto mercantile che ormai letargico s’infetta con il regime fascista. Ma prova insieme, vergognandosene e bruciando d’orgoglio, l’esaltazione della sfida nel muovere in quei dintorni reazionari i suoi primi e trepidi passi di imprenditrice artigiana indipendente.
fotografia, anni Sessanta
Trieste, Fondo Anita Pittoni
Biblioteca Civica A. Hortis
Infilàti nel portoncino di via Cassa di Risparmio che porta il numero civico 1, si sale per una suggestiva (pur se un po’scomoda) scala a chiocciola: una semplice ringhiera in ferro, gradini di pietra bianca appena bruscati sul bordo per non scivolare; dopo aver suonato alla porta, posando oziosamente gli occhi attorno, si scopre che l’impiantito del pianerottolo è fatto di rozzi – pur se ben squadrati – masegni di pietra grigia, i lastroni del selciato urbano. L’elegante signora, la cliente in attesa, ne è intimamente turbata e intimidita: nervosamente tradisce l’imbarazzo aggiustandosi con la mano guantata la tesa del cappellino (ma anche la lampada del soffitto: che luce fioca!); improvviso dall’interno il rumore di alcuni passi leggeri, rapidi, decisi: appena il tempo di far scivolare lo specchietto nella borsetta e alla giovane donna che, aperta con decisione la porta, ora le sta di fronte e l’osserva con negli occhi una luce arguta e curiosa, chiede titubante, incredula: «la signora Pittoni?».
Entrati, sul piccolo vestibolo si aprono tre porte. A sinistra, rialzata appena un inciampo rispetto al resto dell’appartamento, lacucina a piastrelle pepe-sale; una porta, interna a questa, dà su un breve ballatoio che prende luce da una corte stretta attraverso due finestre e che avvia allo stanzino del bagno. La seconda porta, al centro del vestibolo, si apre su una stanza luminosa la cui unica finestra centrale guarda sul triangolo di piazza della Borsa. Il panorama che da lì si ammira suscita una trama di sentimenti complessi. Durante il giorno la concitata quotidianità del traffico; suoni, voci, rumori e, frequenti, frammischiate, prepotenti, le presenze della vita del mare poco distante: il prolungato, esaltante fischio delle sirene dei piroscafi che attraccano al porto o ne salpano.
Ma è nelle ore dei trapassi di luce, al tramonto o all’imbrunire o al primo iniettarsi della notte nell’aria, quando le voci sembrano esiliarsi lontane o, solitarie e concitate, scoppiare improvvise e d’improvviso tacere, che le azioni, le parole, i pensieri della giornata trascorrono nel breve cielo della piazza e l’animo ancora inquieto si rammarica e ha nostalgia per un altro vivere, per un altro cielo e, misteriosamente, gioisce dell’indefinita, disperata, serena percezione.
«Sai un’ora del giorno che più bella/ sia della sera? tanto/ più bella e meno amata? è quella/ che di poco i suoi sacri ozi precede;/ l’ora che intensa è l’opera, e si vede/ la gente mareggiare nelle strade;/ sulle moli quadrate delle case/ una luna sfumata, una che appena/ discerni nell’aria serena./ …/l’ora che la mia vita in piena va/ come un fiume al suo mare;/…/è l’ora grande, l’ora che accompagna/ meglio la nostra vendemmiante età».
Sono versi di una poesia di Umberto Saba, L’ora nostra, della raccolta Trieste e una donna. Anita conosce quelle poesie: un nuovo amico, uno dei rari e meravigliosi amici, Dionisio Romanellis, gliele ha lette un pomeriggio di primavera, seduti gomito a gomito, intenti, al tavolo di una bettolaccia di cittavecchia e i loro due cuori tumultuavano di opposte emozioni, ma identica la perfezione del sentire. Gli occhi di quel greco arenato a Trieste da antichi lidi di grazia, percorrono la pagina commossi, vanno a quand’era felice nel cerchio sereno della famiglia, degli amici, purtroppo quel tempo si è dileguato per sempre: morta la figlioletta, anche la moglie perduta, senza più l’impiego, trascina il tizzone scurito del cuore negli interstizi più oscuri e negletti della città celando nel velo dell’alcol, dietro la maschera di un irridente cinismo, la vivida intelligenza, l’arguzia di un tempo che l’avevano reso caro a Svevo, a Saba, a Giotti, a Giani Stuparich. A quella giovane amica, a lei e, forse, a pochissimi altri compagni di sventura nelle sue peregrinazioni quotidiane da un’osteria all’altra offre della sua pesta ma immutata, inesausta umanità rare gemme che per brevi istanti brillano – da mozzare il fiato! – preziosissime.
Anita ha congiunto le mani al petto quasi soffocando d’emozione; stringe nella destra le chiavi della nuova casa. è andata più volte attorno per sincerarsi delle stanze che siano proprio quello che cercava. «Là metterò i tavoli da lavoro, e sarà il laboratorio – pensa, intenta a quanto ha visto – là, subito comunicante, la stanza per la prova alle clienti. E questa…questa sarà la mia stanza: per i libri – la libreria lungo tutta la parete e per dormire e riposare, nell’angolo, tra la parete e la libreria: un letto-divano; per gli amici: un tavolo basso, due poltrone e tutta la luce di questa finestra sulla piazza».
Riflesso nel vetro dell’antina crede per un attimo di scoprire accanto al suo il volto di Dionisio Romanellis e la luce del suo sorriso d’approvazione. «è l’ora grande» – allora si ripete, come una formula magica che la nuova casa cela nel suo grembo, talismano segreto a lei sola rivelato.
«L’ora che la mia vita in piena va / come un fiume al suo mare».
