ARTISTE IN FRIULI

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La mostra “Irene e le altre. La condizione della donna artista in Friuli (secc. XVI–XIX)” aperta fino al 23 febbraio a Zoppola

Una selezione di dipinti raramente accessibili, qualcuno anche inedito

di Melania Lunazzi

Eugenio Moretti – Larese
Tiziano insegna la pittura a Irene di Spilimbergo
olio su tela, 1856
Trieste, Museo Revoltella

Irene, Quintilia, Felicita, Emilia, Marianna, Adelaide: nomi di donne  realmente esistite, oggi poco note, che in Friuli, tra Cinquecento e Ottocento, si sono dedicate con talento alle arti figurative, dipingendo, realizzando miniature e incisioni e anche calcando il palcoscenico. Queste e altre figure femminili, incluse coloro che sono state ritratte nelle loro opere, vengono presentate al pubblico nella piccola e preziosa mostra “Irene e le altre. La condizione della donna artista in Friuli (secc. XVI–XIX)” visitabile a Castions di Zoppola, nel mezzo della campagna pordenonese, alla Galleria Civica d’Arte “Celso e Giovanni Costantini” di Zoppola (PN), fino al 23 febbraio. Dipinti selezionati e rari, alcuni difficili da vedere, altri addirittura inediti, e tutti per la prima volta radunati – assieme ad altre opere come incisioni, disegni, libri, per un totale di una quarantina di pezzi – all’interno di una esposizione che, nella volontà dei curatori Stefano Aloisi e Enrico Lucchese, intende anche illustrare il ruolo nel sociale della stessa donna artista nel territorio regionale. Un ruolo che poteva esser cercato e ritagliato, ça va sans dire, quasi sempre da ragazze di provenienza aristocratica, poi nell’Ottocento anche borghese, che con l’aiuto della famiglia potevano assecondare le proprie pulsioni verso le arti con studio e preparazione. Qualcuna riuscì anche a farne una vera professione autonoma, come Marianna Pascoli (da sposata anche portatrice del cognome Angeli), pittrice neoclassica ritrattista: figlia di un avvocato, nata a Monfalcone ma di origini carniche, vissuta a cavallo tra Sette e Ottocento, si potè formare all’Accademia di Belle Arti di Venezia e poi a Roma fu amica di Antonio Canova, che la aiutò nel farle coronare anche il suo sogno d’amore, contrastato inizialmente dal padre. Di lei, che ha seminato opere nel Friuli, nelle chiese della Carnia e di cui c’è un importante fondo di dipinti a Padova, si presenta in mostra un dipinto proveniente dai Civici Musei di Udine raffigurante la contessa Antonini Belgrado, personaggio importante per la cultura udinese di inizio Ottocento.

Emilia di Spilimbergo (attr.)
Ritratto di monaca
(replica da Sofonisba Anguissola)
olio su tela, post 1551
Gorizia, Musei Provinciali
Pinacoteca

E c’è la pordenonese Felicita Sartori, allieva della veneziana Rosalba Carriera, miniaturista e traduttrice di disegni di grandi autori in incisioni. Una donna che dalla provincia friulana approda, grazie al suo talento, alla sua bellezza e ad uno strategico matrimonio, alla corte di Dresda e si distingue lavorando alle maggiori imprese editoriali del Settecento Veneziano tra cui il volume dei due Anton Maria Zanetti (1740) Delle antiche statue greche e romane e Le antichità del Friuli di Gian Domenico Bertoli (1739), per il quale Felicita ha realizzato tutti i “finalini”: in mostra si vede l’incisione tratta da un famoso disegno di Giovanni Battista Piazzetta (il cui originale è alla Morgan Library di New York) con l’incontro tra Venezia, Minerva e la Storia, tutte personificazioni femminili compreso il Genio della Fama. Pare che Piazzetta avesse un ottimo rapporto con la Sartori, oltre che con la più nota pittrice Giulia Lama.

Sono esposti poi diversi dipinti di Jacopo D’Andrea, raffinato pittore ottocentesco nativo di Rauscedo i cui lavori sono di rara visione. D’Andrea fu titolare per oltre vent’anni della cattedra di disegno all’Accademia di Belle Arti di Venezia e a lui si deve, più di tutti, la diffusione del mito di Irene da Spilimbergo, protagonista e spunto originario di tutta la mostra. Oltre al dipinto in cui si vede Tiziano che insegna la pittura a Irene da Spilimbergo, soggetto che fu un magnifico spunto per molti autori in epoca romantica – in mostra anche un bellissimo ovale con lo stesso soggetto proveniente dal Museo Revoltella di Trieste e realizzato da Eugenio Moretti Larese  – c’è anche quello di più rara iconografia che raffigura Bona Sforza di Polonia di passaggio al castello di Spilimbergo che udendo un canto soavissimo da parte di Irene e della sorella Emilia dona a loro un diadema di pietre preziose.

Marianna Pascoli Angeli
Ritratto della contessa Margherita Antonini Belgrado olio su tela, 1820
Udine, Gallerie d’Arte Antica dei Civici Musei

Irene ed Emilia, le due sorelle, sono protagoniste della prima parte della mostra, in un passaggio della mostra che espone le riproduzioni dei loro ritratti cinquecenteschi, conservati a Washington ma realizzati in Friuli – troppo costoso portarli in Italia per l’esposizione – a titolo di testimonianza del fatto che le due donne sono veramente esistite. Delle due, Irene è diventata un mito poco dopo la sua morte, avvenuta a diciannove anni a causa di tifo petecchiale, quando il suo eccezionale e poliedrico talento era già emerso. La morte prematura è stata lo spunto, un po’ come una rockstar contemporanea, della costruzione del suo mito, che viene testimoniato da un piccolo libro esposto in mostra, una cinquecentina del 1561 proveniente dalla Biblioteca Civica di Pordenone, che contiene una raccolta di poesie. In tale raccolta, riprodotta in mostra in tutte e diciassette le pagine che contiene, poeti da tutta Italia si son spesi per raccontarne la vita, dall’infanzia nel castello di Spilimbergo ai genitori Adriano e Giulia, alla loro morte e all’educazione ricevuta dal nonno che portò entrambe le sorelle talentuose a Venezia, dove avvenne l’incontro leggendario con Tiziano Vecellio. Il troppo studio fece poi male alla giovane Irene e fece scomparire dalla scena la sorella, pure lei pittrice – però un bel dipinto di Emilia raffigurante una suora e proveniente dalle Orsoline di Gorizia, a lei attribuito da Lucchese, è esposto nella prima stanza.

Jacopo D’Andrea “La Castellana” Ritratto della figlia,