QUALCUNO DA ODIARE: SOCIOGRAFIA DELLA RABBIA

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Il passato dei genitori, sicuro e panciuto, ha ormai il sapore di una bugia, o peggio, di una trappola

Un Paese di intollerabili diseguaglianze, in cui il lavoro, quando c’è, viene umiliato, e i subalterni si vogliono docili, a forza di decreti-sicurezza

di Fulvio Senardi

Ilaria Rossetti
Qualcuno da odiare
Guanda, Milano, 2026
pp. 248, euro 19,00

Siamo sul crinale alto della narrativa. Difficile dunque dire cosa convinca di più in Qualcuno da odiare (Guanda, 2026, pp. 248, euro 19), l’ultimo romanzo di Ilaria Rossetti, alla sua quinta prova narrativa e con ricca panoplia di riconoscimenti. L’eleganza della scrittura, che scorre vellutata senza mai appiattirsi nel banale-giornalistico, il sapiente intreccio dei piani di narrazione, la capacità di affondare il coltello dell’analisi nelle fibre malate di un Paese che recupera fantasmi che si credevano svaniti mentre scivola verso una modernità senz’anima che lascia tutti insoddisfatti a parte le élite economiche globali? In questo romanzo – una vera sociografia della rabbia sociale – un anziano, Abele e una giovane, Ludovica intrecciano le vite in un nodo di solidarietà, accomunati dalla collera sorda ma inestinguibile nei confronti del mondo dei garantiti. E perché entrambi ritengono che l’Italia abbia, con loro, un debito da saldare: nella società destrutturata galleggiano molecole di odio che fanno sciame per andare  a colpire, attualizzando non sopiti rigurgiti razzisti, i presunti colpevoli del disagio, gli Altri.

Abele, vicino al traguardo dei cent’anni, ha avuto, appena adolescente, una cruciale esperienza formativa combattendo in Abissinia per edificare l’Impero. L’Africa gli insegna che in terra conquistata, domato con le armi un popolo “inferiore”, anche un poveraccio (ma di  pelle bianca) poteva essere un re: «Abele pensa a Bahir Dar, ai corpi degli abissini curvi davanti alle punte dei moschetti e poi pronti a protendersi per raccogliere i talleri e il pane, alle gambe aperte di Daba [la donna etiope che egli si era presa come ci si appropria di una cosa, facendone il suo oggetto di piacere, NdA]: la paura che, come le fondamenta di una casa, regge agli urti e ai contraccolpi, stabilisce perimetri, restituisce profondità» (p. 66).

Nella marcia trionfale di una modernità livellante che diserba dal piccolo commercio spazi cittadini sempre più ampi da consegnare alla grande distribuzione, Abele, rampollo di una famiglia di panettieri e fornaio lui stesso, alla morte dei genitori, deve cedere il passo, nel corso degli anni Sessanta, alla prepotenza travolgente dei supermercati. Chiuso il forno di famiglia, schiantato dalla concorrenza, finirà lui stesso per lavorare nel reparto panificazione di un grande magazzino, masticando rimpianti e amarezza («ad attanagliare il [suo] cuore è una miscela di umiliazione, sogni infranti e confusione: non riconosce più il suo mondo, la sua Italia, nel sonno di tanto in tanto riappaiono l’Africa, Daba, il capitano, finché l’aurora non ne sfilaccia la materia e il senso» p. 54).

Nella morsa di una crescente frustrazione, cercherà di applicare in famiglia la “filosofia” della paura – la lezione appresa in Africa – perdendo moglie e figli. Degli anni d’Abissinia lo tormenta anche un ricordo crudele che cela forse un inconscio senso di colpa. Nello spirito di un razzismo spregiudicato ha ucciso, obbedendo agli ordini, un bambino. A sgravio di coscienza, «lui si ripete che è la guerra, che sono gli ordini. Solo così otterranno ciò per cui sono arrivati in quella terra da soldati, l’Impero e l’Italia a guidare il mondo, solo così ci potrà essere un forno tutto suo, il riscatto delle fatiche dei suoi genitori, l’orgoglio di Roccafredda» (p. 205). A trent’anni di distanza tracce dell’episodio riemergono però nell’ambiente famigliare togliendogli per sempre l’affetto dei figli.

Diventato presto un “esubero”, emarginato dalla vita sociale e dal lavoro, sempre più avvelenato dalla delusione e dalla rabbia (parola tematica del libro), trova il suo unico conforto nella vicinanza di un vecchio commilitone che simpatizza con un gruppuscolo di attivisti di destra, i membri di Idea sociale, in controtendenza rispetto alla loro famiglia politica che ha ormai abbracciato l’“agenda Draghi” dopo averne inflessibilmente osteggiato il governo, e  ai quali si avvicina anche Abele, che condivide le loro stesse nostalgie. Dichiaratamente fascisti, inalberando lo slogan di “prima gli italiani”, i membri del gruppo organizzano dimostrazioni identitarie e razziste scagliandosi contro migranti e stranieri. Il rovescio della medaglia del loro radicalismo di destra è l’impegno solidaristico a favore degli “ultimi” dei quartieri disagiati. Sensibili ai diritti sociali (degli italiani) intercettano i bisogni di coloro che la marcia del capitale lascia indietro. Ed è così che Abele incontra Ludovica, la cui storia Rossetti segue con altrettanta meticolosità, alternando abilmente i due piani narrativi, per mostrarci un’altra faccia della società italiana sfigurata dal neo-liberismo.

Nata in una famiglia di ceto medio-basso (madre impiegata, papà fabbro), «Ludovica, ispirata all’esempio dei suoi genitori, si è slanciata in avanti lungo una progressione agile e coordinata: le scuole medie, le scuole superiori, l’università, mi raccomando non fermarti alla laurea triennale che non conta nulla, segui le tue aspirazioni, fai delle tue aspirazioni il tuo lavoro. Se ti impegni ti verrà dato. Se hai talento e sei capace verrai premiata» (p. 80); qui la voce del narratore si è intrecciata a quella, ricca di ingenuo buon senso, dei genitori, il cui passato però “sicuro e panciuto” ha ormai il sapore di una bugia, o peggio, di una trappola: «le menzogne di una generazione […] convinta che le regole con cui aveva giocato sarebbero valse in eterno, anche se nel frattempo erano spariti tutti i pezzi e le carte migliori» (p. 88). Lo stigma della modernità si concretizza nel suo caso in una parola (e in una pratica) che è stata cara anche a politici della sedicente sinistra: “flessibilità”.

Ilaria Rossetti

Una successione di impieghi precari e sottopagati, contratti a termine, lavoro volontario e gratuito con vaghe promesse di una futura assunzione la spinge ad una decisione drastica e avversata dalla famiglia; prendersi una sorta di “anno sabbatico” dalla vita lavorativa, come ad attendere un segno del destino. Una donna più anziana, incontrata per caso, fa entrare anche lei nell’orbita di Idea sociale, e da qui, a impiegarsi come badante presso Abele, con un sussidio pagato dai “patrioti” in camicia nera, il passo è breve. Una scelta umana, ma anche politica, contestata dai genitori, dalla madre soprattutto («Che ci fai con quello, cosa ti salta in mente?»); cui lei risponde snocciolando le ragioni di un impegno che le garantisce un senso di appartenenza, anche e soprattutto di fronte al disinteresse o al rifiuto. E sono le rivendicazioni che, trasmigrate da una sinistra dimentica della sua storia e delle proprie ragioni di essere, sono ormai orfane di una forza politica che le faccia proprie, le alimenti, le diffonda: «diritto alla casa, mutuo sociale, difesa della previdenza pubblica, aumento delle pensioni minime, difesa dell’assistenza medica gratuita, riqualificazione e ammodernamento degli ospedali pubblici, eliminazione delle barriere architettoniche, assistenza ai disabili, un fisco equo e di sviluppo, aumento della tassazione sui grandi patrimoni immobiliari, lotta all’evasione e all’elusione, lotta agli espropri legalizzati» (pp. 210-211).

Della gente “per bene” che non comprende e disapprova, a Ludovica non importa nulla, come poco la impressiona l’interventismo brutale dei camerati di Idea sociale quando cacciano da una casa popolare una famiglia di stranieri per dare l’alloggio ad italiani (e qui siamo semplicemente alla registrazione di uno dei tanti analoghi fatti di cronaca, vedi Casal Bruciato), o devasta un Circo che proviene dalla Romania.

È proprio il filo rosso della visita al Circo e l’apparizione felliniana dell’elefante prigioniero a fare da filo di sutura ai due piani di racconto che convergono nel finale e preparano una doppia conclusione; nel segno amaro di una nuova delusione per il rifiuto dei figli di riavvicinarsi ad Abele per festeggiarne il centesimo compleanno, e in quello di un surrealismo gioioso, che respira freschezza e libertà e dà la stura a una chiusa briosa che esalta la magia del narrare, il mito del “racconto” come mondo fine a se stesso dove la durezze delle cose si fa leggera e svapora in fantasia. La “linea Baricco”, per intenderci, versione popolare e consumistica dell’altissimo magistero calviniano.

Poco male. Rossetti, ragazza sveglia (e, aggiungerei, di sani principi) opera in modo tale da non sradicare il suo libro da fondamenta solidamente piantate dentro la crosta della realtà. Il mondo che racconta è l’Italia di oggi, con le sue contraddizioni, vigliaccherie, falsità, l’Italia che, alla deriva nella navicella dell’Europa insieme a qualche altro Stato disgraziato, si inchina al feticcio del libero mercato come i musulmani sul tappetino di preghiera. Un Paese di intollerabili diseguaglianze, in cui il lavoro, quando c’è, viene umiliato, e i subalterni si vogliono docili, a forza di decreti-sicurezza; dove il quattrino è diventato la bussola che indica la via, e gli iloti vengono convinti, anche dai demagoghi di “sinistra” (virgolette d’obbligo) concionanti a mezzo busto sul luminescente strumento che distrae le masse, che la ricchezza sempre in crescita dei pochissimi prepara la felicità dei molti: precari, “esuberi”, “flessibili”, “a termine”, cassintegrati, “in mobilità”, a part time, interinali, giovani neet, tutti (facciamo i debiti scongiuri) forse presto carne da cannone (un veloce ripassino?: l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro).

Aggiungiamo ancora che Rossetti è scrittrice cui non manca il coraggio di riaprire, senza peli sulla penna, quel tema del colonialismo che il Bel Paese, avviticchiato nel suo narcisismo, ha da tempo rimosso, quasi che fosse vergine di colpe storiche (come si sa, siamo invece pronti a esigere che il mondo faccia il mea culpa verso di noi, i tedeschi per la deportazione degli ebrei e le stragi nell’Italia occupata, gli sloveni e i croati per le foibe e gli esuli; e perché no gli austriaci per Caporetto e lo stupro del Friuli e del Veneto orientale o i francesi per le marocchinate?).

Difficile dire se le ultime battute del libro – gli elefanti sulla battigia e poi, natanti, sul pelo dell’onda come meduse teneramente goffe, e la città sotto una fiabesca nevicata, quale non si era mai vista – rappresentino una via d’uscita per non esplicitare quel triste bilancio che la vicenda contiene e squaderna, o una svolazzo, come si è detto, di una fantasia che esige i suoi diritti. Resta il fatto che Qualcuno da odiare ci consegna un’istantanea duramente veritiera della nostra Italia, rendendoci possibile vedere ciò che troppo spesso, per l’eccessiva vicinanza, non riusciamo a scorgere.

 

laria Rossetti è nata a Lodi nel 1987. Nel 2007 ha vinto il premio Campiello Giovani con il racconto La leggerezza del rumore (poi pubblicato da Marsilio). Ha scritto i romanzi Tu che te ne andrai ovunque (2009) e Happy Italy (2011), entrambi per Giulio Perrone editore, Le cose da salvare (Neri Pozza 2020), vincitore del premio Neri Pozza, del Premio Salerno Libro d’Europa e del premio del Circolo dei lettori di Milano (sezione giovani), e i saggi Stig Dagerman. Il cuore intelligente (FVE Editori 2021) e Parole. Dire la cosa giusta o l’arte dell’esattezza (2023). Tra gli altri titoli, La fabbrica delle ragazze (Bompiani, 2024), presentato da Paolo Petroni nell’ambito dei titoli proposti dagli Amici della domenica al Premio Strega 2024, Qualcuno da odiare (Guanda, 2026). Tiene corsi e laboratori di scrittura e narrazione, e dal 2022 insegna alla Scuola Holden di Torino.