AUTODAFÉ DI UN ESULE DI SECONDA GENERAZIONE

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Tra narrativa, autobiografia e saggio storico un nuovo libro di Diego Zandel

di Roberto Dedenaro

Forse non è sbagliato ripetere, non perché ritenga che i solerti lettori del Ponte rosso siano un po’arrugginiti, ma perché mi pare sia necessario sottolineare come una delle caratteristiche principali della scrittura di Diego Zandel sia una costante tensione verso la scrittura saggistica e autobiografica, anche negli scritti scopertamente narrativi, quelli che portano in copertina la dicitura romanzo. Come se tutto fosse una lenta opera di digestione di una vita forse non particolarmente ricca di elementi straordinari, ma si potrebbe anche dire che qualsiasi vita è a suo modo straordinaria, quanto segnata da un vulnus iniziale che, anche a distanza di tanti anni, si fa fatica a digerire, a vivere con una sostanziale naturalezza. Ci riferiamo naturalmente al fatto che Zandel sia figlio di profughi istriani, nato in un campo profughi e vissuto per diversi anni poi nel Villaggio giuliano di Roma.

Questa particolare vicenda umana, negli ultimi anni è tornata ad affacciarsi con forza nei libri di Zandel, su tutti quello che forse è il lavoro maggiormente riuscito di questa sua stagione creativa, Eredità colpevole, che ruota intorno alla figura di Oskar Piškulić, capo dell’ OZNA, la polizia politica jugoslava a Fiume, responsabile dell’eliminazione, in modi brutali, di molti fra chi si opponeva in qualche modo all’annessione jugoslava e alla costruzione di uno stato socialista alla fine della seconda guerra mondiale.

Diego Zandel
Autodafè di un esule.
Nel ricordo delle foibe
e dell’esodo giuliano-dalmata

Rubettino, 2025
pp. 96, euro 12,00

Adesso, riprendendo lo spunto narrativo di Eredità colpevole e quello saggistico di I testimoni muti, Diego Zandel pubblica presso l’editore Rubettino questo Autodafé di un esule, con il sottotitolo Nel ricordo delle foibe e dell’esodo Giuliano-dalmata, con una prefazione di Andrea Consoli e un richiamo in ultima di copertina: «Un grido contro l’indifferenza verso le vittime delle foibe e una difesa della dignità del popolo istriano e fiumano costretto a pagare il prezzo di una guerra persa». In realtà, almeno così è parso a me, ci troviamo davanti ad un racconto autobiografico, ma fortunatamente, come è abitudine di Zandel, molto poco gridato e molto più ragionato, anche se fermo nei suoi principi: sono ottantotto pagine che si leggono anche in fretta, se uno, come noi triestini nel bene o nel male, conosce già a grandi linee lo sfondo degli avvenimenti e delle situazioni prese in esame, forse meno se il lettore arriva completamente a digiuno di tutto. Anche questo tipo di lettore non si scoraggi, una delle doti principali della scrittura di Zandel è la sua nitidezza, il saper rendere con pochi tratti situazioni complesse, descrizioni di momenti concitati con pochi decisivi tratti.

Comunque il libro, che fondamentalmente racconta la biografia e la formazione politico-intellettuale di Diego Zandel, solleva una serie di problemi in realtà molto complessi: infatti stiamo, in fondo, parlando di come la società italiana ha vissuto e narrato il fascismo, la seconda guerra mondiale, e tutto ciò che ne è conseguito, soprattutto in quello che viene spesso chiamato il confine orientale. E tutto questo enorme coacervo di problemi, le conseguenze che hanno avuto, ma ancor di più quelle che potrebbero esserci state sono pagine ancora aperte, non perfettamente, digerite.

Per capire meglio quello che sto tentando di dire, è utile ricordare che la legge istitutiva del Giorno della memoria, il 27 gennaio, in cui ricordiamo quell’enormità che va sotto il generico nome di Shoà, risale al luglio dell’anno 2000, a più di cinquant’anni cioè dalla fine del conflitto. Perché ci sia stato bisogno di così tanto tempo per arrivare a tale celebrazione, così per tanti altri aspetti è naturalmente una questione che supera i limiti di questa recensione e anche delle mie forze, ma una parte dell’indifferenza, richiamata sulla quarta di copertina sarebbe poi da incastonare dentro a queste problematiche, e questo non certo per sminuire responsabilità precise e ben individuabili.

Ma torniamo alle pagine di Zandel da dove nasce questo suo autodafé? Innanzitutto dal non aver saputo del processo intentato a Oskar Piškulić nel 1997, processo conclusosi ben sette anni dopo con il proscioglimento dell’imputato per difetto di giurisdizione della autorità giudiziaria italiana. Come dice il risvolto di copertina il nostro Diego ha il sospetto di «aver ceduto ad una sorta di amnesia, perché scriveva su giornali di una sinistra che giustificava le foibe e imputava gli esuli di essere fascisti fuggiti dal paradiso socialista di Tito». Nel testo del racconto che Zandel fa della propria formazione e del suo girovagare fra socialisti, comunisti e persino anarchici, sembrano entrare in gioco, nel prendere coscienza dell’adolescente di origine fiumana, soprattutto il periodo storico, quello dell’impegno politico sociale degli anni sessanta-settanta e il bisogno di allontanarsi da un modello paterno, che è poi tipico di ogni adolescenza. Quanto al rapporto fra il Partito Comunista Italiano o più in generale quello che si dice sia “la sinistra” entriamo in un territorio davvero complicato.

Diego Zandel

Non sta certamente ai limiti di questa recensione aprire in maniera approfondita questo capitolo, ma per quanto riguarda il confine orientale e la sinistra triestina, che forse è stata anche una cosa un po’diversa dal P.C.I. nazionale, suggerirei la lettura o rilettura dell’intervista fatta da Patrik Karsen e Lorenzo Nuovo a Stelio Spadaro, posta in apertura del libro dello stesso Spadaro, L’ultimo colpo di bora, uscito nel 2009. Spadaro che fu segretario provinciale del Pds e dei Ds, tra il 1993 e il 2007, era nato a Isola d’Istria dunque un esule. Per altro la sua prima dichiarazione pubblica sulla questione delle foibe risale all’agosto del 1996, per intenderci. Queste affermazioni non debbono essere considerate con un intento assolutorio, ma piuttosto come il bisogno di mettere tutte le tessere al giusto posto.

Nella testimonianza di Zandel, che è soprattutto autobiografica e non vuole essere certamente un nuovo studio ma un racconto esistenziale, passano sotto traccia ad esempio, le responsabilità delle D.C. triestina che aveva una dirigenza largamente formata da persone di origini istriane e che oggettivamente non fece molto per una più larga comprensione dei fenomeni dell’esodo e delle foibe a livello nazionale per dei motivi che adesso sarebbe lungo riportare. Un capitolo poi sarebbe quello che la destra, oggi al governo, ha fatto e sta facendo per creare un racconto delle foibe e dell’esodo distanti dalla realtà storica e non privi di un sentimento di rivincita e di equiparazione, nei confronti dei crimini e delle violenze fasciste.

In fondo le ultime pagine del libro con la missiva a Zandel e a Laura Marchig, coautori di una lettura scenica avvenuta a Torino sui crimini di Oskar Piškulić, di Paolo G. Parovel, personaggio singolare, che a Trieste  gode di una certa fama, che cerca ancora una volta di intorbidire le acque, è anche il sintomo di quanto sarebbe opportuno fare ulteriore chiarezza sulla storia tragica di queste terre.

Siccome in una recensione bisogna essere anche sintetici, non vorrei non aver restituito appieno i punti di forza del libro, che sono a mio parere l’aver posto la biografia di un esule – anche se per poco di seconda generazione, Zandel è nato infatti nel campo profughi di Servigliano – in relazione con la storia italiana del Novecento. In altre parole potrei dire che Zandel, accettando coerentemente fino in fondo la sua “istrianità”, dopo un lungo e sofferto percorso, attraverso la sua attività di scrittore, i suoi interventi nelle scuole, il suo attivismo nell’associazionismo istriano sta contribuendo in maniera sostanziale a farla divenire una parte dell’identità italiana nel suo complesso.