BELTRAMINI, KUSTERLE E NATA

| |

La bella vita del critico d’arte / 40

Incontri con artisti in occasione del Festival Internazionale di Musica Sacra

di Giancarlo Pauletto

Bruno Beltramini Pradis, 2019

Le mostre legate al Festival Internazionale di Musica Sacra sono ormai più di trenta, dal 2013 in cui si cominciò a proporle: attraverso di esse ho approfondito la conoscenza di artisti prima non contattati, ad alcuni di essi mi pare il momento di accennare.

Avevo conosciuto Bruno Beltramini, udinese, durante una sua mostra alle vecchie carceri di San Vito, ambiente articolato in piccole celle perfettamente restaurate a scopo espositivo.

Detto tra parentesi: San Vito al Tagliamento è un comune assolutamente esemplare per ciò che riguarda l’arte, non solo perché le sue chiese e il suo Museo custodiscono tesori antichi, ma anche per la grande, costante attenzione al contemporaneo: quanti paesi di quindicimila abitanti o poco più allestiscono otto, dieci mostre all’anno, di pittura, scultura. fotografia, installazioni, spesso accompagnate da musica e poesia?

Di Bruno mi colpì in particolar modo un’immagine presa nella laguna di Grado: due grandi barche emergevano dal fondale in forma di antiche carcasse di legno, due resti omerici, colti – pareva – in un mitologico mare greco.

E poi c’erano dei piccoli video in cui un momento di natura veniva, per così dire, immobilizzato nel suo apparire fenomenico, nel suo moto: piccole onde che battono su un molo, per esempio, e questo battere è un battere per l’eternità, veniva dato come ripetizione infinita.

Oppure un paesaggio innevato in cui sembra non accadere niente, e invece poi si vedono radi fiocchi di neve, anche qui, scendere per l’eternità.

Una suggestione fortissima ottenuta con mezzi, almeno all’apparenza, semplicissimi.

Compresi poi meglio il suo modo di lavorare, che aveva tre fasi essenziali: l’attesa del momento giusto, della luce esatta per cogliere, attraverso lo scatto fotografico, l’immagine voluta; la stampa dell’immagine su una carta di pregio scelta appunto per le sue specifiche caratteristiche tecniche; poi il passaggio coi pastelli, in modo che alla fine la fotografia di partenza è diventata una “pittura”, si è cioè assestata definitivamente attraverso gli equilibri cromatici raffinatamente, minutamente topografati dall’autore.

Risultato?

La realtà del paesaggio, pur mantenuta nella sua evidenza, viene continuamente trascesa in una sorta di sorprendente “illuminazione” atemporale, il cui risultato finale è la meraviglia contemplativa.

E concludevo, nello scritto di presentazione alla mostra allestita nel salone abbaziale di Santa Maria in Silvis a Sesto al Reghena: «Questi paesaggi sono, in definitiva, un “profano” – un abituale, un quotidiano – “sacralizzato”, cioè posto di fronte alla sua propria, e alla nostra, domanda.

Perciò questa mostra è davvero pienamente a casa sua dentro il Festival Internazionale di Musica Sacra 2019, intitolato appunto alla Sacralità del profano».

Roberto Kusterle Sacerdotessa, 2019

Anche Roberto Kusterle, goriziano, si trovava completamente a suo agio entro il medesimo tema.

Consideravo, ad esempio, la serie che possiamo definire – per comodità di comunicazione – dei “sottoboschi”.

Sono immagini che inquadrano, all’apparenza, dei “non luoghi”, brani di cose, pur esistenti, del tutto destituite d’importanza, e quindi inadatte a suscitare qualunque genere di attenzione.

Detriti, terra incomposta, forse della neve o della sabbia, forse una vena d’acqua, arbusti e alberi di cui non si vede la cima, radici e fango, sterpaglia: e un po’ alla volta ci si accorge di come siano definiti i particolari, di come quella sorta di confusione non sia affatto una confusione, di come l’intersecarsi dei grigi e dei dorati conferisca preziosità a ciò che sembra innominato, a ciò che pare non poter aggregarsi in un senso preciso.

In virtù della sensibilità dell’autore il “non luogo” diventa apparizione, ricamo d’esistenza, infine inaspettata sorpresa.

L’artista goriziano ha eletto la fotografia a suo mezzo espressivo, ma una fotografia “lavorata”, costruita, che corrisponde assai bene alla sua intenzione di abolire l’ovvio, l’usuale, di far sentire come tutta la realtà è, in fondo, un’immensa “foresta di simboli”.

Come quando – altro esempio – lavorando su sassi e detriti, crea territori sconosciuti che chiamano l’investigazione: emblemi dell’inquietudine, ma anche della necessità di aprire porte chiuse, di lasciarsi alle spalle il già noto per allargare nuovi spazi al respiro, scontando, certo, anche il rischio dell’insignificanza.

Ho in mente, in questo momento, non solo il suo lavoro sulla figura umana e le sue metamorfosi, ma un’altra sequenza presente nella mostra di cui stiamo parlando, allestita negli spazi di San Lorenzo a San Vito, la sequenza delle “piante”.

Qui grandi erbe di campo venivano bloccate in immagini severe e severamente perfette, quasi bassorilievi scoperti su una tomba antica, icone volte a celebrare una bellezza ammantata di solitudine, mistero ed eternità.

Immagini sacrali, insomma, particolari di una trenodia che sembrava provenire da antichissime età.

Come la bellissima figura di donna che si copre il viso con le mani, incorporea, piena di enigma, figura in lutto di un’espressività che definirei greca.

Tutto, mi pareva e mi pare, in perfetta coerenza con il tema.

Nata Sette fiori, 1989

Lo stesso posso dire per le opere di Nata (Natalino Venuto), nella mostra allestita presso il Centro Aldo Moro di Cordenons.

Avevo già fatto conoscere alcune di esse tra il novembre del 1998 e il gennaio del 1999, presso la Sagittaria, in un’esposizione intitolata Segni del sacro. Sculture disegni fotografie pitture di Balena, Cernigoj, Ciol, Cragnolini, Nata.

La mostra tematizzava l’idea del sacro attraverso opere specifiche dei suddetti autori, nel caso di Nata attraverso una serie di “nature morte” su fondo intensamente nero, nelle quali si dispiegava da una parte tutta la ricchezza di una pittura sapientemente barocca, dall’altra una saturnina desolazione, una nigredo, che sembrava non essere più in grado di vedere la realtà se non nell’imminenza della sua disgregazione.

Un incontro con la fine, con la fascinazione del vuoto che sta per inghiottire il vivente: ed è anche attorno all’idea della morte che il senso del sacro si costituì, così come si è costituita la ritualità che cerca di difendere da essa la nostra inesausta tensione alla vita.

Appunto questo genere di opere era presente nella mostra di Cordenons, perfettamente adeguate al tema della “sacralità”, qui però vissuto non in un pur possibile slancio vitalistico, ma invece nella tensione dell’ultimo bagliore prima della fine.

Reliquie, insomma, anche per la loro riconoscibilità spesso incerta, forse fiori, forse erbe, forse piante o frutta la cui ormai consumata vitalità non è più in grado di esprimere una definizione precisa e, pur evidenziandosi sul fondo nero, tuttavia anche accarezza questo nero, e quasi lo corteggia, alludendo alla propria sparizione dentro il suo buio.

Nel buio del giorno era infatti il titolo della mostra.

Accanto a ciò che è solare, vitale, costruttivo esiste – nel giorno, cioè nella vita – ciò che è oscuro, tetro, minaccioso. Il “sacro” della vita è fascinans – affascinante, attirante – ma è anche tremendum, oscuro, insostenibile.

Tutto il ciclo di queste “tele nere”, compiuto tra il 1989 e i 1990, portava a compimento il precedente ciclo dei “relicta”, opere in cui si manifestava una vitalità drammatica, in tensione, quadri che avevano molto interessato Giovanni Testori a Milano, dove furono esposte per la prima volta.

Dopo le “tele nere” Nata troverà la strada di un fare ricco di libertà cromatica e, anche, di “gioco”, che verrà esso pure testimoniato in un’ampia mostra della primavera del 2007, sempre presso la Galleria Sagittaria.