BRUGNEROTTO, BRAND E ZOTTI
Giancarlo Pauletto | Il Ponte rosso n. 127 -maggio 2026 | la memoria
La bella vita del critico d’arte / 53
Artisti dalla “Felice Marca Trevigiana” (ma Zotti era nato a Trieste)
di Giancarlo Pauletto

2007, pittura a tempera su legno tamburato
«Le cose, nella pittura di Mirella Brugnerotto, “accadono”. Si fermano nel momento in cui vengono fissate sulla tela, provenendo da un tempo appena trascorso, ma già volgendosi al tempo successivo, in direzione del quale è il dinamismo stesso che le percorre – come una sorta di elettricità – a travolgerle: ciò che appunto carica lo spazio della tela, palcoscenico di questo accadere, di una integrale inquietudine, di una provvisorietà che è, a mio parere, evidente metafora dello spazio, e del tempo, della vita».
Così scrivevo, nel settembre del 2011, a proposito di una personale della pittrice trevigiana Mirella Brugnerotto presso la Galleria Sagittaria di Pordenone, nel tentativo di comunicare, in breve, l’impressione fondamentale proveniente dalla sequenza delle opere allineate sulle pareti.
Erano opere in cui veniva inscenato uno spazio obliquo, barocco e sovraffollato, saturninamente sottratto ad ogni possibilità di ordinamento razionale.
Saturninamente – cioè ansiosamente e forse angosciatamente – si stipavano nell’area del dipinto quinte, tralicci, sedie e tavolini, scatole, cose insomma, cose che non lasciavano spazio praticabile, respiro possibile; oppure – per esempio nel quadro intitolato Apparecchi superautomatici – computer disposti come in una sorta di concitata discussione, con fili animati come lombrichi o serpenti, e il mouse che sembrava esso stesso una sorta di blatta velenosa pronta all’attacco.

Apparecchi superautomatici
1999, tempera su tavola
Figure animate e animistiche, che richiamavano certo la realtà, ma per darne un’immagine fantastica, come dotata di vita propria, alludente ad un’energia perennemente sul punto di travolgere i confini della “cosa”, in cui essa energia appariva come incarcerata, e dunque pericolosamente in tensione.
E c’era poi un’altra sezione della mostra occupata da opere dal sapore biologico, aventi a tema forme che parevano legate all’osservazione della vita marina, o della vita interna degli organismi: coralli, complessi invertebrati, cellule animali o vegetali naviganti su fondi come una sorta di liquido amniotico, nitidamente definiti in colori preziosi ma mai minerali, sempre vitalmente pulsanti, quasi specimen di organismi indagati attraverso vetrini di laboratorio, minuscole parti ingrandite migliaia di volte.
Insomma una pittura raffinata e sapiente, ambigua e drammatica, né pacifica né pacificante, in grado di stimolare continuamente la riflessione sulla natura della realtà, e per conseguenza sul nostro rapporto con essa.

Ellora, 2003, tecnica mista
Un’altra artista trevigiana, tra il maggio e il luglio 2006, era stata presente alla Sagittaria con una mostra pure molto bella, sottotitolata Il continuo altrove.
Si trattava di Brigitte Brand, artista tedesca nata a Rastatt, laureata all’Accademia di Stoccarda e venuta poi in Italia, nel 1979, con una borsa di studio per la classe di pittura di Emilio Vedova, presso l’Accademia di Venezia.
Artista trevigiana – dunque – per elezione, e naturalmente anche per attività e mostre condotte in Veneto e in Italia, oltre che in vari altri paesi del mondo.
Venne con una mostra tutta incentrata sull’India e i suoi grandi monumenti, conosciuti in tre lunghi viaggi svoltisi tra il 1995 e il 2001.

Kumbakonam, 2001
tecnica mista
Attraverso di essa Brand riusciva a trasmettere, mediante vaste opere in tecnica mista, tutto il fascino non solo spaziale, ma anche “antropologico” delle emergenze architettoniche prese in attenzione. La cui imponenza e diversità, pur al visitatore che nulla conoscesse dell’India, si rivelavano tuttavia piene di una suggestione che in qualche modo le rendeva familiari, le ricomprendeva dentro quel senso di meraviglia, che è frequente esperienza umana e che non manca, almeno nelle sensibilità più avvertite, di far riconoscere il comune sostrato visibile attraverso e nonostante tutte le diversità culturali.
Ciò che avveniva anche per la netta scelta antispettacolare, antiedonistica dei suoi lavori, tenuti in una tramatura grafica e cromatica di tono basso, come di racconto quotidiano che faceva ancor più risaltare, almeno agli occhi dei non competenti in cose indiane, la novità di quanto si andava osservando.
Concludevo il mio intervento in catalogo scrivendo che avevo bensì sfogliato vari libri d’arte e visto molte riproduzioni fotografiche di quelle meraviglie, ma «niente che possa lontanamente paragonarsi all’emozione suscitata dalle “visioni” della Brand. Se mai andrò in India, non sarà certo perché ho visto quelle fotografie, ma perché invece ho visto questi quadri».

2005, tecnica mista su carta
Carmelo Zotti (1933-2007) era già stato presente a Pordenone nel 1975, con una personale presentata in catalogo da Enrico Crispolti.
In quella mostra io non ebbi parte organizzativa, ma ne feci una recensione che, anche col senno di poi, mi sembra non inadeguata alla vicenda dell’artista, pur considerata nei suoi tempi ulteriori.
Dicevo infatti che il suo mondo pittorico, legato ad una tradizione onirico-surreale con illustri precedenti, da Ernst a Savinio, inscenava misteriose metamorfosi in una assorta immobilità, in gesti di ritualità come sognata, prospettando un’inquietudine che metteva in dubbio la distinzione tra realtà e immaginazione, a mostrare cioè che la realtà è più complessa di come viene normalmente appresa all’interno di una società, appunto la nostra, che sembra voler ridurre tutto a “cosa”, a oggetto manipolabile.

2001, acquarello e carboncino su carta
Un’idea che si confermò ampiamente nel 2016, quando presso la Sagittaria fu inaugurata la mostra Carmelo Zotti. Carte inedite 1952/2007.
Essa ripercorreva intera la sua attività, attraverso carte anche di notevole dimensione e sempre di grande freschezza, collocandone definitivamente l’immagine in una sorta di “classicità” estetica continuamente confermata dalla sicurezza del segno, dall’esatta, mai conclamata, efficace qualità della cromia.
E interpretavo tutta la mostra come un “teatro dei sentimenti”, cioè come continua apprensione e testimonianza, da parte dell’artista, che i rapporti con gli altri esseri umani e con il mondo sono caratterizzati da una sostanziale inconoscibilità e che quindi – essendo essi inevitabili, oltre che necessari – non possono non diventare costante sorgente di attrazione e domanda, da un lato, e dall’altro sorgente di trauma, dunque di movimento drammatico e di tensione psicologica.
Questo trovava le sue figure simboliche, come già nel ’75, in alcune immagini ritornanti: la coppia, la sfinge, l’angelo, l’isola, l’annuncio, ma anche il Crocifisso, quando l’attenzione dell’autore andasse alludendo a fatti della storia recente, com’era allora la guerra nella ex Jugoslavia.
E il “teatro dei sentimenti” si chiariva, per esempio, in indifferenza – con la figura maschile che si allontana dalla figura femminile che sembra volerla trattenere; ma anche nell’atteggiamento esattamente contrario, la ripulsa della donna verso l’uomo; oppure nella presenza della sfinge, che è il non detto, sia nel senso di “consapevolmente taciuto”, sia nel senso di “inconscio”, comunque sempre alludente a difficoltà, a ostacolo da superare, come peraltro è nel significato tradizionale di questa figura; o ancora l’angelo, forse significante un allentamento della tensione, una sosta nel quotidiano persistere della difficoltà di vivere.
Tutto questo reso credibile dalla libera souplesse che continuamente informava le creazioni figurali di Zotti.
