COMBATTERE PER L’IDEA

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Nel romanzo di Alessandra Mantovani La soffitta una storia di impegno civile nei giorni bui dell’occupazione tedesca e di Salò

di Luca Zorzenon

Alessandra Mantovani
La soffitta
Manni Editori, 2026
pp. 128, euro 17,00

Per Attilio la soffitta è il posto dove dedicarsi alla pittura: paesaggi della sua terra, la Bassa modenese, scorci della cittadina dove è nato e dove vive, con Ilde sua moglie, suo fratello Ettore e la cognata Olga, i bambini. Attilio e Ettore lavorano assieme alla piccola azienda di famiglia, a riparare e riverniciare automezzi. Il regime sta fuori da quella casa, da quella famiglia – i Moretti – e dal loro lavoro, né deve entrare in quella soffitta, dove Attilio, nelle sue forme e nei suoi colori alla Cezanne, trova un suo mondo ideale, cerca nell’arte la sua Idea: oltre il lavoro e la quotidianità della vita. Attilio e Ettore non prendono la tessera, non vestono i figli con le divise delle carnevalate collettive del fascismo che, prima ancora che ideologicamente, ricusano per una loro tempra etica e civile, istintiva e naturale; i Moretti se ne stanno per conto loro, in un dissenso silenzioso e laborioso, a difesa del loro nucleo famigliare.

Accanto a pennelli, colori e cavalletto, in soffitta c’è una vecchia cassapanca, nella quale Attilio conserva una lettera che il suo maestro, Giulio Nasti, gli ha scritto nel 1936, da Barcellona, dove è corso a combattere per la Repubblica. «Giulio sta bene – gli scrive  – e combatte per l’Idea». Attilio la recupera e la rilegge – così il romanzo si apre – quando ormai l’Italia fascista è nella bufera della guerra.

La storia de La soffitta – romanzo di Alessandra Mantovani – potrebbe esser raccontata attraverso le “vicissitudini” di quella cassapanca che, in un arco storico dal 1940 alla Liberazione, con un appendice negli anni ’50 –, si riempie di volantini, documenti, vestiario per i partigiani; e, infine, accoglie anche una pistola.

Il pregio storico del romanzo sta anche in ciò: il fascismo, il suo crollo, l’8 settembre, la guerra partigiana, il 25 aprile, i primi anni del dopoguerra sono visti attraverso l’ottica di una famiglia piccolo-borghese, di origine popolare artigiana, che gli eventi della Storia, prima temuti e slontanati, coinvolgono sempre più e ne vincono l’iniziale renitenza ad esporsi. Una pur dolorosa presa di coscienza, storica e politica, a grado a grado spingerà Attilio e i suoi all’impegno e all’azione. I Moretti diventano così un nucleo famigliare che, tra Bassa padana e l’Appennino modenese, tra rischi crescenti nel periodo dell’invasione nazista e della Repubblica di Salò, costituisce uno dei punti rilevanti della locale rete civile di assistenza partigiana. E per Attilio, prudente, accorto nel proteggere la famiglia, il progressivo coinvolgimento nella lotta antifascista sarà anche un trovar se stesso in quella ricerca dell’Idea che dal chiuso della soffitta trascorre nell’azione civile e politica, per quanto sofferta e traumatica. E saprà, Attilio, unire nell’Idea l’arte e la prassi, la soffitta e la Storia, quando, nella commemorazione paesana del decennale della Liberazione, un suo quadro verrà premiato: «un viale fitto di rami spogli, grigi in una luce opaca di nebbia, di alba fredda. Si intravedono alcuni corpi appesi agli alberi: i volti sono nascosti, piegati in basso, sotto la massa scura dei capelli. Li riconosci sullo sfondo indistinto per la massa bianca della camicia. Solo qualche pennellata di rosso e giallo, a terra, di foglie rimaste lì, come per un autunno tardivo».

Alessandra Mantovani

Per Attilio e la sua famiglia quelli tra il fascismo e la guerra sono anni di una dolorosa formazione umana, in cui un segreto, indicibile, custodito dalla cassapanca, affonda nell’acqua di un fosso di campagna, per mai più riemergere.

Nella vicenda narrata anche le donne sono protagoniste, talvolta gli stessi Attilio ed Ettore, vengono anticipati e sorpresi nella determinazione a compiere scelte rischiose dalle donne della famiglia, la Ilde, la Olga, la nonna Luigia, e da altre del paese che si prestano a pericolose, talora fatali, azioni di staffetta. Mantovani le ritrae con particolare misura narrativa, poche parole, molta sofferenza trattenuta; con il loro impuntarsi improvviso di decisioni e scelte nette e ferme, le donne del romanzo assumono una forma di protagonismo sobria, asciutta, scolpite in una occhiuta pazienza femminile che sa insieme di eterna natura e di silenziosa razionale misura etica.

E tra esse Bruna, giovanissima compagna di Franco, fratello di Olga, anch’egli nel raggio largo della famiglia Moretti. Franco, impetuoso, imprevedibile, animato anch’egli dall’Idea – quell’Idea che nel racconto altro non è, in fondo, per ognuno dei personaggi, che la ricerca di se stessi, della realizzazione personale dei principi di giustizia e di libertà – si unisce prestissimo alle prime formazioni garibaldine dopo l’8 settembre con quella determinazione ideologica che rimprovera al moderatismo di Attilio e Ettore. Nella lotta di guerriglia conosce la paura, gli stenti, la morte da infliggere, la cattura e infine Dachau. Franco dà vita nella parte finale del romanzo al dramma del reduce dai campi di sterminio, che Mantovani, in pagine di asciutta finezza psicologica, ritrae in un progressivo declino di disadattamento alla vita civile, di cui prime vittime saranno la compagna Bruna e il figlio Paride. Il confronto tra Attilio e Franco, serrato e senza reticenze, a Liberazione avvenuta, che occupa l’intero capitolo intitolato Una vita diversa, è il cuore del racconto. Fra i due prende vita un dramma intenso di dolorosa reciproca incomunicabilità: indicibile per Franco l’esperienza del lager nazista, indicibile per Attilio il suo segreto. Un’indicibilità delle cose cui talora la Storia costringe la vita perché sopravviva alle sue tragedie. La soffitta del titolo del romanzo, con la pistola che custodisce, è metafora di uno spazio e di un tempo in cui, come si accennava, le tragedie della Storia intridono le vite dei singoli, sconvolgono un ordine solo privato e interiore e lo schiudono all’agire collettivo, in cui si riaprono vecchie cassapanche che poi il dolore patito nell’aprirle deve richiudere per sempre. 

Nel suo declino psicofisico Franco non ritrova più se stesso e sarà il figlio Paride a promettere di ricostruire, un giorno, la giusta memoria del padre, con la lettera dall’Argentina che chiude il romanzo, speculare alla lettera di Giulio Nasti con cui il racconto era iniziato.

Mantovani dà vita a questo romanzo con una scrittura dal ritmo intenso e scandito a passo rapido, tenuto costante dall’inizio alla fine, pregio stilistico notevole. La frase incisiva, che trova generalmente una misura non ampia, la scelta del tempo verbale al presente, la preferenza per la paratassi, il linguaggio asciutto, in cui l’aggettivazione è quasi sempre calibrata a misurare l’indugio della lettura in tempi non dilatati, danno forma stilistica a quello che è un tema forte del racconto: il passaggio dall’inerzia all’azione quando la Storia chiama alla nettezza di scelte di vita non dilazionabili, quando gramscianamente bisogna “odiare l’indifferenza” e occorre essere “partigiani” nella scelta decisa della parte in cui stanno giustizia e libertà.

Alessandra Mantovani la conoscevamo in tutt’altra misura formale, nel suo memoir di poco precedente, La casa grande (Manni, 2025), più intimamente autobiografico, in cui la scrittura della memoria personale si era distesa in quadri stilistici di una classicità sobria e limpida, di atmosfera solariana, con qualche cenno di sapore proustiano. Una modulabilità stilistica e strutturale della tecnica narrativa frutto di lunghe, diverse e intense letture di un’autrice che si dedica tardivamente al romanzo dopo il tempo dell’insegnamento nei Licei e all’Università, dopo gli studi sulla letteratura del ’900 e sulla cultura letteraria dell’Umanesimo.