CONFESSO CHE HO VISSUTO

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In un libro di Claudio de Polo-Saibanti il rendiconto di un’assai dinamica esistenza

Quarant’anni a capo della Fratelli Alinari: un’avventura culturale e imprenditoriale

di Roberto Curci

Vittorio Alinari sale le scale della Torre di Arnolfo di Cambio a Palazzo Vecchio
Firenze, primi del ‘900
dalla copertina del volume “Fratelli Alinari. Photographers
in Florence” (Alinari 2003)

Chissà se trattasi di casuale coincidenza o di concidenza voluta e programmata. Fatto sta che, mentre nel triestino Magazzino delle Idee è aperta l’assai bella mostra dedicata dall’Erpac alla dinastia dei fotografi Wulz (Giuseppe, Carlo, Wanda, Marion), in libreria esce – e sui quotidiani nazionali è pubblicizzato a tutta pagina – l’automemoriale di Claudio de Polo-Saibanti, Sacha per gli amici, che dell’immenso archivio Wulz fu, nel 1984, il provvidenziale salvatore, inserendolo nelle tanto più immense e ultracentenarie collezioni dei Fratelli Alinari (di cui all’epoca era presidente e factotum) e consentendo all’ultima dei Wulz, Marion, grazie anche a quell’acquisizione, di vivere dignitosamente gli anni estremi della sua lunga e laboriosa vita.

Che tante persone (abbiano vissuto o meno un’esistenza per qualche verso, o per tanti o per nessuno, memorabile) avvertano in tarda età l’esigenza, anzi la necessità, di lasciare di sé una traccia ai posteri è quasi fisiologico: per tentar di beffare l’impermanenza e l’oblio, per sopravvivere a se stessi (non omnis moriar), per erigersi quello che può apparire un monumentum aere perennius, magari sotto forma di un’autobiografia fatta stampare a proprie spese da qualche editore piccino. Per mettere le cose in chiaro, per dare una propria versione (postuma) dei fatti, per saldare vecchi conti.

La via che ha scelto Claudio de Polo (semplifichiamo il cognome) è quella del rendiconto, ragionato e scandito in brevi capitoli, di un curriculum indubbiamente intenso e intensamente vissuto, redatto a 83 anni – con la collaborazione di una ghost writer, Rossella Scalise, per la bella forma – con l’intento di lasciare ai figli, ai nipoti e appunto ai posteri un’immagine di sé a tutto tondo. E l’ha affidato a un editore tutt’altro che piccino, cioè al sicuro timone della Nave di Teseo di Elisabetta Sgarbi: Il potere delle immagini. Un’eredità per le future generazioni.

«Ho guardato per capire, ho ascoltato per comprendere, ho imparato per condividere»: riassume così, de Polo, i principi, i tratti essenziali del suo carattere, e quindi della sua carriera. Un percorso fitto di esperienze ricchissime, di contatti umani e incontri prestigiosi, di fortune e (inevitabilmente) di sfortune, di nobili ascendenze e di onorificenze illustri (in primis quella di Commendatore al merito della Repubblica, a soli 36 anni). Pagina dopo pagina il “ragazzo monello”, benché di ottima famiglia e figlio di un bibliomane da 65 mila volumi che lo inizierà a un profondo e variegato interesse culturale (un sacro fuoco rimasto sempre acceso), cambia pelle e si tramuta, nel tempo, in un manager capace di dedicarsi per quarant’anni, con verace e vorace passione, alla Fratelli Alinari, la più antica azienda al mondo nella storia della fotografia.

Claudio de Polo-Saibanti (con Rossella Scalise)
Il potere delle immagini. Un’eredità per le future generazioni La nave di Teseo, 2024
pp. 232, euro 20,00

Nato a Genova nel 1941, de Polo arriva a Firenze (1982) dopo le iniziazioni professionali vissute a Trieste, alla ditta Parisi diretta dal padre (prime «grandi esperienze di vita») e poi all’allora assai importante Distilleria Stock, di quel Carlo Wagner del quale sposerà la figlia Gianna. Ebrea lei, così come la mamma di lui: una Sara divenuta prudentemente Sonia negli anni più bui delle persecuzioni razziali, per buone ragioni di sopravvivenza. Ebreo, del resto, sarebbe poi divenuto egli stesso, con una meditata conversione: un ebreo “convintissimo, ma molto laico”.

Quante sfaccettature di “Sacha” de Polo! Intraprendente, anzi vulcanico. Coraggioso, anzi temerario. Perfino visionario, in molte sue scelte fatte in quella che rimane l’avventura cultural-imprenditoriale più importante della sua vita: la guida della “Fratelli Alinari I.D.E.A.”. Una politica di grandi mostre, di sontuose pubblicazioni e soprattutto di continue acquisizioni, che fanno implementare di gran lunga la dotazione dei famosi Archivi. Per rimanere alla realtà triestina, cui de Polo guarda con evidente curiosità e interesse, approdano in Alinari parecchi altri fondi: dei Pozzar, «inestimabile fonte documentaria relativa all’industria e alla storia di Trieste»; la Collezione Verchi, sul mondo della moda d’epoca; l’archivio del fotografo Riccardo Camerini, che offre «un’importante testimonianza della Trieste ebraica»; le fotografie di montagna di Giorgio Brunner; quelle di soggetto nautico e marino di Mauro De Pinto; gli archivi del pittore Gino Parin e dell’architetto Donato Riccesi. A Trieste è dedicata anche una nuova campagna fotografica affidata a George Tatge, che si innamora di Cittavecchia proprio quando in città scoppia la polemica sul piano di riassetto denominato “Via dei Capitelli”: ne sortirà il volume Nuovissima Trieste antica.

Leonor Fini, grande amica di Claudio de Polo foto di Hugues Ronald (anni ‘40)

Però, però… “Sfortune”, si è detto sopra. Nel 2014 il Gruppo editoriale “Il Sole 24 ore”, in joint venture con Alinari, si defila ed esce. è un colpo durissimo. Seguiranno anni di incertezze e timori, fra debiti alti e bassi ricavi, su cui – va detto – de Polo glissa. Si difende (non nel libro) affermando che «Alinari, come tutte le altre società nel campo del licensing delle immagini, opera in un mercato molto difficile, dove i diritti spesso non sono riconosciuti economicamente, specie nel settore multimediale». Si va, inesorabilmente, verso la dolorosa vendita della storica sede di Largo Alinari e, poi, la liquidazione dell’azienda, nell’allarme del mondo culturale sulla sorte dell’inestimabile tesoro iconografico (e non solo) della Fratelli Alinari.

Sarà la Regione Toscana a farsi infine carico dell’acquisizione dei materiali di tante accanite acquisizioni: un lascito economicamente valutato (anno 2008) 138 milioni di euro dallo storico della fotografia Italo Zannier. Ne sortirà la Fondazione Alinari Fotografia, da cui oviamente proverranno, quasi in toto, i materiali dell’attuale mostra triestina sui Wulz. Ma sarà già il 2020.

Intanto, altre “sfortune”: nel 2013 il Comune di Firenze “sfratta” il Museo Nazionale Alinari della Fotografia dalla sede (la seconda; la prima era diventata uno showroom di Etro) delle ex Scuole Leopoldine di piazza Santa Maria Novella; nel 2019 si decide di chiudere «senza alcun rimpianto» (scrive de Polo) l’AIM, Alinari Image Museum allestito appena tre anni prima al Bastione Fiorito del Castello di San Giusto, a Trieste: «Un luogo dedicato principalmente all’immagine digitale». Valido per Londra e per Parigi, ma troppo avveniristico per la pigra e attardata Trieste? Di sicuro, come all’epoca disse de Polo in un’intervista, «a causa dell’assoluta mancanza di sostegno da parte della città», cioè del Comune.

Occorre dirlo. Queste parole sarebbe stato bello leggerle anche nel libro, dove se ne fa solo una questione di biglietto d’ingresso alla mostra. Insomma, si glissa ancora. Eppure non solo le vittorie, ma anche le “sfortune”, gli inciampi, le sconfitte vanno nel consuntivo di una vita, tanto più se eccellente. E possono essere di lezione a chi viene dopo.