CREPUSCOLO DI UN PROGETTO POLITICO
Editoriale | Il Ponte rosso n. 125 - aprile 2026

La sera del 23 marzo, un elettore che s’era espresso per il sì al referendum sulla riforma costituzionale appena seppellita sotto una montagna di quindici milioni di no si sarà coricato certo con qualche amarezza. Se si trattava di un elettore che alle politiche del 2022 aveva votato per un partito di centrodestra, poteva ancora essere convinto che il voto al referendum avrebbe certificato solo un incidente di percorso, un inaspettato colpo di freno all’attività di un governo che, secondo i sondaggi, pareva continuasse a godere di una solida maggioranza nel Parlamento e nel Paese, destinata a rimanere tale fino a quando le divisioni nell’opposizione fossero perdurate.
Quanto è seguito nel mese trascorso da quel 23 marzo induce invece a ritenere che quel preteso “incidente di percorso” sia stato in effetti uno sganassone al quale Governo e maggioranza stentano assai a riprendersi, a giudicare dall’evidente stato di difficoltà delle reazioni che si sono succedute, nel tentativo di uscire dall’angolo del ring in cui il risultato elettorale li aveva costretti.
Nell’immediato, sono venute le dimissioni di una ministra (che sarebbe stato più opportuno far dimettere un anno prima), del sottosegretario alla Giustizia (già condannato in primo grado nel febbraio del 2025 per rivelazione del segreto d’ufficio) e della capo di gabinetto dello stesso Ministero (le cui improvvide dichiarazioni – “i magistrati sono plotoni di esecuzione” – hanno dato il loro contribuito alla vittoria dei “no”). Tutti a casa, tranne il ministro che il giorno dopo il referendum si era dichiarato politicamente responsabile della bocciatura della riforma che portava il suo nome.
Il 26 marzo si dimette anche il capogruppo di Forza Italia al Senato, a conferma che qualcosa non quadra nella sbandierata coesione della maggioranza.
Delle tre riforme che costituivano l’asse portante del progetto politico del centro destra, dopo il naufragio di quella sulla Giustizia, si arenano anche quella sull’autonomia delle Regioni e quella sul cosiddetto premierato, di tutta evidenza – a risultati ancora freschi di scrutinio – indigeribile dal corpo elettorale.
Si pensa a una riforma di emergenza della legge elettorale, che tuttavia pare trovare subito qualche difficoltà ad assumere forma definitiva, per dissidi tutti interni alla maggioranza.
Ci provano allora con un ennesimo decreto sicurezza, che stavolta infarciscono con una norma vagamente demenziale e sicuramente anticostituzionale che assegna agli avvocati una mancia di 615 euro per ogni migrante che riescono a far rimpatriare. Apparendo dubbio che tale decreto sarebbe stato promulgato dal Presidente della Repubblica, lo accompagnano con un altro, approvato a tempo di record dal Governo, che cancella la norma che istigava gli studi legali all’infedele patrocinio.
Poi ci sono le ammaccature per cause esterne: il 12 aprile gli ungheresi votano decretando la fine dell’era di Orban, tra le più solide vicinanze al nostro Governo. E, costrettavi da una surreale provocazione antipapista del buontempone che abita alla Casa Bianca, la premier di Roma esprime solidarietà al suo vescovo, attirandosi però gli strali del bizzarro interlocutore statunitense. Cade così anche l’illusione di presentarsi come collegamento privilegiato tra l’Europa e gli USA, costata tante scodinzolanti adesioni alla politica dei dazi americani, all’aggressione al Venezuela, a un’impercorribile equidistanza tra l’Iran e i suoi aggressori.
L’amara scoperta di non risultare ancora usciti dalla procedura d’infrazione europea a causa di un rapporto deficit/Pil tuttora superiore al 3% e della conseguente impossibilità di elargire remunerative mance a categorie di elettori. Che poi sarebbe il male minore, rispetto a come potremo affrontare la crisi economica e quella energetica che si annunciano devastanti, in conseguenza dell’aggressione all’Iran da parte del nostro alleato d’oltre oceano. Quello stesso per cui la nostra premier sollecita il conferimento del Premio Nobel per la pace.
Un mese vissuto pericolosamente, al crepuscolo del progetto politico delle destre che ci governano.
