DE HENRIQUEZ, IL SOGNO IMPOSSIBILE

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Una biografia e una personalità originali sotto molti aspetti quelle dell’eccentrico compulsivo raccoglitore di cimeli e di ogni altro oggetto e documento

Il “Museo della guerra per la pace” che da lui prende il nome

di Lucio Fabi

Diego de Henriquez

Ricordando “l’omo dei canoni”.

Il 2 maggio 1974 moriva a Trieste, in circostanze non del tutto chiarite, diciamo pure misteriose, Diego de Henriquez, trovato asfissiato nel rogo del suo magazzino, nella bara di legno in cui era solito dormire, il volto coperto da una maschera da samurai. Finiva così un eccentrico collezionista di armi e di cimeli, che voleva redimere il mondo dalle guerre attraverso l’esibizione degli strumenti di morte delle stesse. Accanito raccoglitore di ogni genere di materiali bellici – «Sottomarini usati compro e vendo» sarà uno dei suoi più eclatanti annunci comparsi sui giornali del dopoguerra –de Henriquez ha lasciato un’ingombrante eredità che solo da poco il Comune di Trieste ha provveduto ad esibire, ancora in forma parziale, nel Museo della Guerra per la Pace che porta il suo nome.

Matto e geniale, ossessivo collezionista dalle inquietanti frequentazioni che, così suggerisce la giornalista Gabriella Ziani, avrebbero contribuito a quella morte misteriosa. D’altra parte Diego de Henriquez è considerato da molti un pacifista vero: lo dichiara Claudia Cernigoi, polemista triestina non certo tenera con militari e nazionalisti. Dalla sua vita Claudio Magris ha tratto spunto per un romanzo, Veit Heiniken l’ha trasformata in un’intricata inchiesta noir e in un docufilm, Manlio Cecovini, Guido Botteri e vari altri hanno scritto di lui con toni appassionati, curiosi o critici, molti hanno visitato in tempi diversi le sue collezioni, oggi esposte in parte nell’omonimo museo che non a caso occupa una grande caserma dismessa.

Ricordo che Tonino Sema parlava di lui con ammirazione, Antonella Furlan ne ha descritto la vita in un libro affettuoso e partecipato, tutti quelli che hanno incrociato “il professore”, come si definiva e veniva chiamato, ne ricordano i modi gentili e affettati, propri di un signore d’altri tempi, che alla sera, dopo la chiusura del magazzino, andava alla vicina trattoria “Ai maestri” e ordinava due uova cucinate tenere «per non consumare i denti», conversando con la giovane banconiera a cui non poche volte toccava mandar via giovani di poco cuore che lo prendevano in giro o cercavano di approfittarsi di lui.

Lo vedevo, ormai provato da una vita complessa e disordinata, aggirarsi tra osterie e rigattieri del Ghetto, non posso dire di averlo proprio conosciuto, ma dopo aver visto migliaia di foto e documenti del suo archivio, essermi aggirato tra i numerosi reperti ancora non esposti al pubblico, letto centinaia di fogli scritti di suo pugno e respirato la polvere dei suoi oggetti nei magazzini del museo, posso dire di averlo perlomeno sfiorato, e forse in parte capito. Certo, non è facile capire come potesse realizzare il suo sogno acclarato, costruire cioè il «Primo centro al mondo per la lettura e modifica del passato e del futuro per mezzo dell’inversione del tempo quale conseguenza dello svincolamento dallo spazio-tempo per abolire il male e la morte», mettendo in fila carri armati, sottomarini, cannoni, divise, armi di ogni genere, soldatini e armi giocattolo.

Una imponente collezione, quella del professore, messa insieme in anni e momenti diversi, tutti critici della storia di Trieste, del confine orientale e di tutto il Novecento. Dalla giovanile passione per l’archeologia, Henriquez passerà ben presto allo studio delle guerre e all’acquisto di foto, documenti militari, armi e residuati bellici. L’idea del Museo, sempre presente in lui, prende consistenza con il Secondo conflitto mondiale e la conseguente chiamata alle armi a San Pietro del Carso (1941), come caporale della GAF (Guardia alla Frontiera). Facendo leva sulla sua erudizione, convince il comandante a incaricarlo della costituzione del museo di guerra del reparto. Con mezzi e soldati a disposizione, raccoglie mezzi meccanici, rastrella armi e divise dell’esercito jugoslavo e dei reparti partigiani con cui viene in contatto. Con la caduta del fascismo e il ribaltone che ne consegue si lega con analogo incarico alle subentranti autorità tedesche, spostando a Trieste i materiali della caserma di San Pietro (Pivka) e incrementando la sua raccolta militare. Alla fine della guerra, quando arriva la resa dei conti, riesce a porsi come intermediario tra tedeschi, neozelandesi e l’esercito jugoslavo di Tito. Viene accreditato dal GMA, che con appropriato documento scritto gli riconosce lo status di studioso, al punto da consentirgli di utilizzare prigionieri e mezzi tedeschi per i suoi recuperi ed entrare tra i primi alla Risiera per copiare le scritte dei reclusi sui muri. Sembra quasi uno Zelig, perfettamente a suo agio in situazioni diverse, ma con l’arrivo dell’Italia le cose cambiano. Senza più appoggi militari, Henriquez deve fare da sé, chiedendo aiuto alle amicizie, tra cui quella a lui molto cara di Silvio Rutteri, allora direttore dei Civici musei triestini. Lusingato da promesse vaghe di politici e alti ufficiali, organizza un’avventurosa trasferta ed esposizione del suo museo a Roma, da cui ritorna con le ossa rotte e le tasche vuote. Continua però ad ingrandire la collezione, indebitandosi e rovinando la famiglia, che lo abbandona per non naufragare nella sua ossessione. Ha depositi dislocati in vari luoghi, a Padriciano sul Carso triestino, nel rione allora periferico dei Campi Elisi e in vari magazzini sparsi in città, tra cui quello di via San Maurizio in cui vive negli ultimi anni. Nel 1969 riesce a mettere insieme un consorzio pubblico/privato per la gestione del suo museo, che in seguito passerà, non senza contrasti, difficoltà e varie traversie, prima alla Regione che con un oneroso acquisto riceve i diritti di utilizzo da parte della famiglia e poi al Comune di Trieste, che provvede al restauro della sede del museo e al parziale allestimento dello stesso nel 2014 con l’esposizione relativa alla Prima guerra mondiale e nel 2020 con due hangar riservati all’esposizione dei mezzi e degli eventi della Seconda guerra mondiale. Purtroppo, per vari problemi degli edifici, la visita di questo segmento espositivo è preclusa al pubblico, ma si spera che nei prossimi mesi si possano risolvere questi problemi essenzialmente burocratici.

Diego de Henriquez davanti a un carro, Trebiciano – Trieste

Linee guida per un museo

Raccontare le guerre per divulgare il concetto stesso di “pace” è un problema non da poco.

Una società militarizzata non prepara nulla di buono, come la storia del Novecento ha bene o male insegnato. Lo stesso Henriquez, troppo immerso nel suo mondo di residuati e documenti per avere una chiara visione didattica e museale (non si confrontò con tecnici, docenti universitari e teorici del pacifismo del suo tempo, preferendo frequentare militari e studiosi locali), non va oltre una speculazione filosofica lontana dal reale. Anche la vastità della collezione è una leggenda. Era forse vero finché era in vita il collezionista, ma anche allora ci furono numerose vendite, scambi, ruberie da parte di creditori e collaboratori. Dopo la sua morte, le cose si sono complicate, grazie all’intervento di numerosi e non sempre disinteressati intermediari. Certo, rimane l’unicità delle sue collezioni, i mezzi militari raccolti nel dopoguerra, il cannone atomico tedesco e il non meno prezioso sottomarino tascabile italiano della Seconda guerra mondiale, assieme a caterve di giocattoli, soldatini, fotografie, libri, documenti, oggettistica militare e tanto altro.

L’importante dicitura di “Museo di guerra per la pace” proposta dal fondatore e accettata dalle istituzioni impone una riflessione su cosa questa affermazione apparentemente contraddittoria voglia dire. Il problema è come interpretare il museo di guerra in un’ottica di pace, e quindi non di contrapposizione nazionale né tantomeno razziale o ideologica. E non può essere “soltanto” un museo storico, in cui si tenga una per quanto possibile equidistanza tra le parti in causa nell’esporre e narrare i fatti bellici e le loro conseguenze. Per seguire il pensiero generale del fondatore, può essere utile presentare la società del ’900 come globalmente pervasa dal concetto di guerra, scontro ideologico, sopraffazione e genocidio. La storia di Trieste è paradigmatica di un angolo di Europa in cui gli eventi bellici e i loro strascichi si sono riverberati in maniera singolarmente intensa, con comprensibili riflessi sulla mentalità e sulla storia di popolazioni da sempre “di confine”. La fine dell’egemonia comunista, con il conseguente crollo del muro di Berlino e l’unificazione delle due Germanie, a cui segue la dissoluzione del blocco orientale, ha dato il segnale di un cambiamento che culmina con le guerre balcaniche, la dissoluzione della Jugoslavia negli stati nazionali che in sede locale ha come conseguenza il superamento del confine con la Slovenia per effetto della sua entrata nell’Europa comunitaria. Caduto il confine, restano da superare i suoi fantasmi, che Henriquez ha ben riassunto e assemblato nella sua collezione e nelle preziose memorie di un protagonista del suo tempo, attento osservatore della questione giuliana e di Trieste in particolare.