DONNE CON LE VERTIGINI

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Giorgetta Dorfles ha pubblicato i diciotto racconti di La colomba nel buio, il cui sottotitolo (Vertigini della psiche appunto) è stato scelto non per caso

di Gabriella Ziani

Giorgetta Dorfles
La colomba nel buio
Vertigini della psiche

Battello stampatore, Trieste 2025
pp.165, euro 16,00

Amore, temperanza, decoro, dignità indicano una meta psicologica di serena pace interiore e nobile dimensione sociale, ma chi è quel santo in terra che le incarna veramente? Non certo i personaggi (femminili) che Giorgetta Dorfles scolpisce nei suoi racconti, dove anzi un’altra volta mette in palcoscenico donne molto disconnesse da questo paradigma celestiale, che resta quasi un miraggio da perseguire dopo le battaglie, più perse che vinte, della vita che si è presentata aspra: nella speranza, comunque incerta, di ottenere un po’ di pace fra tante spiacevoli “vertigini”. Quelle che connotano i diciotto racconti di La colomba nel buio, il cui sottotitolo (Vertigini della psiche appunto) è stato scelto non per caso.

Ciò che la scrittura ricca e precisa di Dorfles costruisce non è un classico racconto, trattandosi qui – come già nei precedenti Tutti i peccati delle donne e La catena spezzata – quasi di apologhi sul tema della contorsione psicologica e delle sue deludenti manifestazioni. Le sue protagoniste, spesso individuate con nomi scarsamente identificativi – quasi figure fantasmatiche – sono proiezioni di stati d’animo e di caratteri in disequilibrio. Che si tratti di amori, di carriera, del bilanciamento tra vizio e virtù, tra paradiso e inferno, tra pazienza e intemperanza, tra fede e superstizione esse sono le attrici di questi razionali e succinti ritratti che interpellano su una varietà di temi, legati a stretto nodo con le innumerevoli variazioni del “male di vivere”, della incapacità di connettersi con il mondo circostante.

Dov’è dunque la radice di queste vertigini? è un codice genetico, o c’è una entità superiore che si diverte a staccare i fili? Perché solo nel respiro della natura troviamo quell’interezza e purezza che in noi sono tessere mancanti? E sarà vero che scrivere è terapeutico, o non sarà per niente vero dato che molti grandi scrittori sono morti suicidi, quasi sopraffatti dalla grandezza dei loro personaggi? Le varie situazioni suscitano più dubbi che risposte, ed è in questi turbamenti che affiorano tratti dichiaratamente autobiografici, ad esempio circa il rapporto, mai semplice, coi genitori.

Prevale adesso nel ricordo la loro età anziana, che li mostra fragili ma ammirevolmente indomiti. Non più potenti figure da cui non si sente emanare abbastanza sentimento materno e paterno,ma persone che, attingendo a Michelstaedter, potremmo definire “persuase”: se si va in montagna, si va fino in cima senza domandarsi che senso abbia, se il mondo si restringe un prato cittadino diventa un’epifania gioiosa. Alla figlia che oggi riflette su antichi dissapori e amare distanze, anche la presunta “vanità” di una madre sempre esemplarmente abbigliata appare un comportamento meno egocentrico, ma intitolato appunto al “decoro”, specchio di una rispettabile modalità interiore.

E tuttavia non è un libro triste, anche se le “attrici” sono sempre sull’orlo di una crisi di nervi – modello Almodovar – e se non mancano situazioni sgradevoli e perfino malattie. Tra situazioni che incalzano, tra domande  che premono, Dorfles ha inserito due testi che esulano dallo spartito e riguardano infanzia e follia.

Nel primo caso è riprodotto il diario quotidiano di una dodicenne (del secolo scorso…) alle prese coi suoi problemini di scuola, di famiglia, di trepido innamoramento, che ha una freschezza deliziosa – in totale stacco con i pesanti fardelli e crucci delle “altre” di età matura. Il secondo è un monologo che un utente dei servizi psichiatrici butta lì in un brillante flusso di coscienza, riepilogando tutte le creazioni artistiche e le invenzioni che è stato capace di realizzare e che nessuno, troppo stupido evidentemente, ha mai preso in considerazione. Entrambi sono “persuasi”, e le co-protagoniste  potrebbero ben dire, come tanti altri: «Beati loro».

Giorgetta Dorfles