DONNE E BIBLIOFILIA

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Protagoniste del mercato librario attuale, anche nel passato le donne hanno saputo apprezzare, collezionare e accudire importanti raccolte di libri

di Gabriella Ziani

Jean Baptiste II Charpentier (1779–1835)
Donna che legge in una biblioteca
olio su tela, prima metà XIX secolo
collezione privata

Del cervellino delle donne i dominanti maschi hanno sempre detto tutto il male, ma l’ultimo dei difetti, l’ennesima colpa da mettere in lista, ci mancava: hanno in odio i libri, non li leggono, non li capiscono, ne sono gelose perché distolgono l’attenzione del loro amato che invece perfino li colleziona, se li usano è per arredo del salotto, se sono rari e preziosi li sprezzano rischiando di rovinare tesori. In conclusione l’uomo con la passione per i libri deve evitare il matrimonio, essendo le donne “bibliofobe”. Lo scrisse nel 1897 l’editore e giornalista francese Octave Uzanne nel suo Dizionario Bibliofilosofico pubblicato per i soci dell’Accademia dei Bei libri, dando sfogo a sfrenati pensieri misogini. Oggi questa simpatica perla viene ricordata a chiusura (ironica) di un volumone affidato a una trentina di firme che, al contrario, svaria sui mille aspetti e colori delle Donne che amano libri: sfilano i profili di bibliotecarie, collezioniste, libraie, esperte d’aste e d’antiquariato, e anche xilografe e tipografe, con qualche “cameo” su personaggi e momenti storici.

Si tratta del sesto “quaderno” prodotto dall’Aldus Club, il club dei bibliofili di cui è stato superbo socio Umberto Eco (a lui è stato dedicato il volume uscito nel 2022, Echi di Eco). Ora appare sotto l’egida de La nave di Teseo, la casa editrice di Elisabetta Sgarbi, che – dato il tema e la sua professione – non poteva sottrarsi alla vetrina. Ed è spiritosa nel confessare che i suoi pochi libri del cuore, cui è eternamente fedele, sono conservati in una culla speciale: l’armadio della biancheria.  

È abbastanza evidente che creare un recinto speciale per “donne e libri” fa correre sottotraccia il rischio di trattare questo rapporto come eccezionale e a sé stante, un altro colpo di meraviglia che (sottinteso) non ci si aspettava. Mentre, con correttezza, il volume ha una premessa che evita l’equivoco: Alessandro Danovi ricorda che secondo i dati Istat nel 2024 le donne erano il 74 per cento dei lettori totali, il 75 per cento se sotto i 18 anni, che nell’online rappresentano il 56,6 per cento degli acquirenti, e sono il 63,6 per cento fra i frequentatori di librerie. Mentre l’ultimo fenomeno “popolare”, che resuscita il vecchio “rosa”, il vecchio “fantasy”, e che oggi si chiama “romance”, ha un pubblico di massa tutto femminile, e ha portato nelle casse degli editori la bella sommetta di 56 milioni di euro (sempre dati 2024).

Pierre-Auguste Renoir (1841-1919), La lettrice
olio su tela, 1874-76
Musée d’Orsay, Parigi

Logico che i secoli passati ci mostrino tutt’altro quadro, per molti ed evidenti motivi (poca o nulla autonomia culturale ed economica delle donne, alto costo dei volumi). Ci dice Tiziana Plebani che nel Rinascimento solo le «cortigiane honeste» – cioè le ninfe d’alto bordo – potevano permettersi il libero possesso dei libri, e ne godevano in abbondanza, sfoggiando anche cultura. Ma che cosa leggeva Lucrezia Borgia, la chiacchieratissima figlia di papa Alessandro VI? Portò con sé a Ferrara solo quindici volumi – per l’epoca però non pochissimi – quando si spostò per le nozze, nel 1502, con Filippo d’Este. E Maria Carolina d’Asburgo Lorena, tredicesima figlia dell’imperatrice d’Austria Maria Teresa, regina di Napoli avendo sposato Ferdinando IV, si dilettava di romanzetti e altre pinzillacchere di basso conio, tutte edite in una fortunata collana di libri popolari nota come «collana blu» dal colore della copertina. Quanto alla disgraziata Maria Antonietta, altrettanto figlia di  Maria Teresa, moglie di Luigi XVI di Francia e come lui finita alla ghigliottina, la madre le ordinava per lettera di non leggere «niente» se non con l’approvazione del suo confessore, ma fra le sue cose fu trovata – a ulteriore scandalo –  una copia di Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos. Riabilitata, in senso libresco, risulta qui invece la poco edificante figura di Madame du Barry, potente favorita di Luigi XV, che si guadagnò l’appellativo di bibliothécaire de Versailles.

Ma, a parte queste curiosità, il libro è pulsante di storie e in molti casi apre le stanze di un mondo sconosciuto ai non addetti: quello del libro antico, della sua catalogazione e conservazione, perfino del suo valore commerciale talora immenso. Racconta Chiara Nicolini (già responsabile del dipartimento libri alla Casa d’aste Pandolfini e ora nello stesso ruolo alla Libreria antiquaria Gonnelli di Firenze) che la sua collega londinese Meg Ford ha venduto da Christie’s per 500 mila sterline l’unica copia rimasta in mani private – delle sole tredici esistenti – della cinquecentesca Plantin Polyglot Bible, fatta realizzare su pergamena da Filippo II di Spagna, e per 10 milioni di dollari (nel 2020) l’ultima copia (di sette) della prima edizione a stampa delle opere di Shakespeare.

Jean-Honoré Fragonard (1732-1806), La lettrice
olio su tela, c. 1770-1772
National Gallery of Art, Washington

Ma anche lo Stato italiano ha fatto il suo, acquistando per 330 mila euro il Codice Santini, definito «leggendario manoscritto rinascimentale su pergamena che contiene 136 disegni di macchine ingegneristiche civili e militari e che potrebbe anche essere stato sfogliato da Leonardo». Redatto a Urbino, è stato collocato nel palazzo ducale della città e riconosciuto «patrimonio culturale dello Stato italiano». Transazione a cura di un’altra donna, Stefania Pandakovic.

E a proposito di antichità, Marco Menato – già direttore della Biblioteca statale e comunale di Gorizia e, ad interim, della Statale di Trieste – ci porta nell’appassionante lavoro di catalogazione di “cinquecentine” a partire dal fondamentale lavoro della studiosa Fernanda Ascarelli. Lo stesso Menato aveva in precedenza lavorato alla Biblioteca universitaria Alessandrina di Roma, diretta da un’altra donna, Maria Cochetti. Scorrendo i vari interventi se ne scoprono, fra maggiori o minori, innumerevoli altre di passaggio – senza dire che la stessa Biblioteca civica Hortis di Trieste è governata al femminile, da Anna Rosa Rugliano a Bianca Cuderi, oggi la responsabile è Gabriella Norio.

Ci avviciniamo così alla grande donna dei libri di Trieste, Anita Pittoni, editrice coraggiosa e raffinatissima dello Zibaldone, che Simone Volpato – già docente di Bibliografia, editore e libraio antiquario a Trieste con Drogheria 28 – definisce nel suo saggio non solo «geniale», ma proprio «bibliofila», per l’attenzione severa con cui si curò sia dei contenuti e sia dell’ottima stampa, come raccontò lei stessa svelando la scelta del formato, della carta, del carattere, della copertina, «“nitida nelle sue diciture – scrisse in una relazione autobiografica qui riportata – come nitido e chiaro doveva essere il libro in ogni sua pagina”». Ma non solo, poi si fece catalogatrice di tutte le opere e dei manoscritti di Giani Stuparich, «anticipando di qualche anno – nota Volpato – l’invenzione di Maria Corti e del suo Centro manoscritti di Pavia». Un archivio che sarebbe dovuto diventare un centro propulsore di cultura, così come era stato il suo salotto.

Ma lasciamo a ciascuno il gusto di scoprire questo piccolo giacimento di eterogenei personaggi, comprese le tipografe antiche finora sfuggite a tutti i radar, e le artiste che hanno reso preziose tante pagine. La più curiosa è la vicenda seicentesca di suor Isabella Piccini, figlia di incisori con bottega a Venezia, monacata per forza con l’abito delle Clarisse nel sestiere di Santa Croce, e fino a tarda età impegnata col bulino in mirabili incisioni tipografiche. Per volumi che oggi sono appunto la passione dei bibliofili, senza distinzione di genere.