ESSERE ADOLESCENTI A TRIESTE

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Presentata a Venezia la nuova versione cinematografica di Un anno di scuola, il romanzo breve di Giani Stuparich

La regista Laura Samani ha spostato in avanti di circa un secolo la vicenda, in un contesto culturale e sociale profondamente diverso

di Gennaro Rega

Laura Samani

Tra i film italiani presentati quest’anno alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia ha suscitato particolare interesse Un anno di scuola di Laura Samani, in concorso nella sezione “Orizzonti”, liberamente ispirato all’omonimo racconto di Giani Stuparich. La cineasta triestina, nata nel 1989, è infatti considerata dalla critica una delle migliori esponenti della sua generazione. All’esordio nel 2022 con il film Piccolo corpo ha ricevuto notevoli attestati di merito, come il David di Donatello per la regia esordiente e l’European Film Awards. L’anno successivo è stata scelta per il prestigioso programma «Cannes Festival Résidence» dove sei registi vengono ospitati per alcuni mesi e ricevono un supporto personalizzato nella scrittura della sceneggiatura del loro primo o secondo lungometraggio. Non a caso dunque nel 2024 Samani ha iniziato le riprese di questo nuovo film, che è una rilettura attualizzata dell’intenso testo letterario di Giani Stuparich. Senza farsi condizionare da precedenti rivisitazioni, quella cinematografica per la TV magistralmente diretta da Franco Giraldi nel 1977 e quella teatrale del 2022 di Alessandro Marinuzzi, ha scelto un approccio contemporaneo a questo piccolo capolavoro della letteratura triestina che lo potesse rendere ancora oggi accessibile a una vasta platea, soprattutto di giovani.

Lei e la sua co-sceneggiatrice e amica Elisa Dondi hanno sperimentato uno specifico sottogenere filmico: la trasposizione anacronistica di testi classici. In Italia qualche rara prova ben riuscita di tale tipologia si è vista negli ultimi anni con Il sindaco del rione Sanità (2019) di Mario Martone e l’originale Martin Eden (2019) di Pietro Marcello.

L’ultimo primo giorno di scuola

Dunque mentre scorrono i titoli di testa del film, è opportuno che lo spettatore (forse soprattutto triestino) accetti una sorta di patto narrativo con l’autrice. In questo modo rielaborerà senza perplessità la visione di una vicenda di cui la regista deliberatamente sposta la trama, i personaggi, il lessico, connotati originariamente dalla Trieste asburgica dell’anno scolastico 1909 – 1910, a una Trieste di un secolo dopo: il 2007 – 2008. Il motivo della scelta di questa data è duplice: anche Laura Samani quell’anno concluse la sua giovinezza triestina e di conseguenza gli studi liceali al classico “Dante Alighieri”, per trasferirsi subito dopo all’università di Pisa e a Roma. Nello stesso anno, però, la Slovenia entrava nell’area Schengen, e le frontiere che per decenni avevano frenato il libero passaggio fra l’Italia e i nostri vicini d’un tratto sparirono, avviando una fase storico-culturale nuova di cui la scelta di Gorizia e Nova Gorica capitali 2025 della Cultura Europea in qualche modo ne rappresenta il coronamento.

Se intrecciamo la valenza storico-antropologica di questi due avvenimenti, l’uno privato l’altro pubblico, avremo una prima chiave di lettura dell’operazione coraggiosa e riuscita di questo adattamento cinematografico, a conferma che l’«infedeltà» al testo originale in termini di forma e ambientazione può risultare accettabile se compensata dall’attenta cura nel mantenerne lo “spirito” e alcuni nuclei tematici fondanti. Infatti Samani con occhio partecipe e limpido ci guida lungo il tortuoso percorso di crescita di quattro adolescenti, compagni e amici di una classe all’ultimo anno di scuola. Fred, questo è il nome che sostituisce quello di Edda Marty nel libro, è una diciottenne svedese esuberante e impavida. Il padre, vedovo, è un corporate headhunter, cioè «tagliatore di teste aziendale», da poco trasferito a Trieste, precisamente a San Dorligo della Valle nello stabilimento industriale di motori diesel della Wärtsilä. La figlia per motivi logistici è costretta a frequentare una classe tutta maschile di un istituto tecnico. Il primo impatto con il nuovo ambiente scolastico è quasi brutale perché intorno a lei sembra scatenarsi soltanto scherno e diffidenza da parte dei coetanei. Ma caparbiamente a poco a poco riesce ad entrare nella compagnia, quasi una setta, di tre giovani della classe: Antero, Pasini e Mitis (in questo caso i nomi sono gli stessi del libro) tra loro legati da una lunga e complice amicizia. In breve la ragazza diventa non soltanto un elemento insostituibile del clan, ma anche una presenza attrattiva del desiderio dei tre maschi che ne altera le dinamiche relazionali. Dunque il film, come il romanzo, ha innanzitutto i caratteri di un racconto di formazione, un coming of age, che fonde il desiderio giovanile teso all’affermazione di sé e al generoso altruismo tipico dell’adolescenza con situazioni complesse e intricate sull’identità, sulla parità dei sessi e sulle aspettative di cambiamento da parte dei giovani al termine del ciclo scolastico. E come Stuparich anche la regista è decisamente dalla parte di Edda – Fred che rivendica la propria libertà individuale e sfida un mondo dominato dagli uomini, dove il corpo e i desideri possono facilmente diventare armi rivolte contro di lei. D’altronde la stessa Samani in un’intervista afferma, preoccupata, che secondo una regola sociale ancora persistente si è convinti che «gli uomini agiscono, le donne semplicemente appaiono».

Stella Wendick

In definitiva, ad un secolo di distanza, tutte le adolescenze continuano per certi aspetti ad essere eguali nella complessa aspirazione a definirsi nella personalità e a liberarsi dai condizionamenti, spesso imposti dai cosiddetti adulti nemici «funzionali» (genitori, insegnanti innanzitutto).

Infatti la storia d’amore fra Edda e Antero nel racconto di Stuparich naufraga per l’intervento autoritario e ricattatorio della madre di lui e per l’immaturità emozionale del giovane. Da qui l’amara delusione e la perplessità sulle conseguenze di un amore fra coetanei che alla fine segneranno la protagonista perfino nel fisico. Nel film, invece, dove le presenze degli adulti risultano quasi sempre o secondarie o evanescenti, sono la possessività e la gelosia irrazionale del maschio che fanno naufragare il rapporto.

Sul tema della «coscienza libera» della donna, fondante sia nel film sia nel racconto, riporto alcuni significativi esempi, senza togliere allo spettatore il piacere di trovarne degli altri per suo conto.

L’epifanico incedere di Edda Marty fra i suoi nuovi curiosi compagni che le fanno ala all’uscita dall’aula dove ha affrontato brillantemente l’esame d’ammissione all’ultima classe di liceo, propone un dettaglio di seduttiva allusività: «teneva in mano il cappellino di paglia ornato ai lati da due mazzetti di ciliegie». Samani non ha tralasciato questo particolare dalla forte valenza simbolica. Infatti nelle prime scene del film Fred, la diciottenne svedese, si presenta ai cancelli della sua nuova scuola indossando un grazioso attraente abito con una fantasia di roselline. Scioccata dalla reazione turbolenta, importuna, aggressivamente maschilista dei coetanei quando la vedono così abbigliata e spavalda, capisce che dovrà prendere delle contromisure per essere accolta alla pari da quella folla vociante di maschi. Quindi, come Edda, escogiterà un sistema per mimetizzarsi e ridimensionare le loro morbose pulsioni.

In Stuparich la sequenza della gita al laghetto ghiacciato di Percedol, è emblematica in tal senso: «Era infatti lei che veniva dalla via del Torrente […] il suo camminare era ostentatamente da uomo col corpo un poco in avanti». Anche nel film, dopo l’iniziale, frustrante inserimento nel mondo dei colleghi maschi, Fred si impone delle strategiche trasformazioni fisiche ed estetiche per riuscire a farsi accettare soprattutto dalla compagnia dei tre amici per la pelle Antero, Mitis, Pasini. Indossa allora pantaloni cargo, maglioni sovra taglia, berretti da baseball, impara le canzoni da osteria triestine, fa a gara di parolacce e modi di dire volgari, sfida i ragazzi nel bere birra a fiumi e corre come loro a perdifiato. Ma in definitiva potremmo considerare questa sorprendente trasformazione di Fred come un nascondersi e un conculcare la sua aspirazione di donna emancipata che pretende una vita indipendente da ogni imposizione.

Innamorarsi a Trieste

L’amore che coinvolge quasi di sorpresa Edda Marty e Antero (nome scelto non a caso da Stuparich perché nel mito greco Anteros è il dio dell’amore corrisposto) illude entrambi di poter vivere indefinitamente in una sorta di bolla che li separi dalla realtà. Avviene anche sullo schermo che l’attrazione sentimentale scaturita ben presto fra Fred e Antero li spinga a svincolarsi dalla routinaria esperienza del gruppo amicale e dei suoi riti. A quel punto entrambi vivono l’illusione di una conquistata libertà assoluta perché nei momenti di intimità percepiscono di poter essere davvero autentici in questa nuova condizione esistenziale.

Nell’uno e nell’altro testo all’inizio del rapporto sono, catullianamente, «baci, baci, baci. Ormai non pensavano ad altro che a baciarsi. Era una sete febbrile di baci». In particolare nel film si manifesta di vivido impatto emotivo e simbolico la sequenza in cui fra Fred e Antero scocca il primo bacio. Il gruppo come d’abitudine sta andando a far benzina in Slovenia. Lungo il percorso i triestini provano a raccontare alla loro amica svedese cosa ha rappresentato fino a quel momento per i due popoli la frontiera. Arrivati all’abbandonato gabbiotto confinario (forse quello di Plavje) Antero con la scusa di spiegare a Fred «la storia della Jugoslavia» scende con lei e fa proseguire gli amici. Una volta soli recitano un divertente dialogo fra poliziotto e frontaliera, fino ad arrivare a darsi un timido bacio sul vetro chiuso dello sportello che subito dopo, però, riaprono per un bacio vero, appassionato. In questo modo un gesto sentimentale tutto privato è metafora di come le frontiere, smesso di dividere, diventano politicamente e umanamente un ponte.

Le affatto scontate location del film propongono una Trieste non da spot pubblicitario, ma autentica. In questo modo la città, come già nel testo di Stuparich, non è solo uno sfondo patinato, ma un contrappunto emotivo alle vite dei personaggi e plasma l’atmosfera sospesa e l’inquietudine assillante che circola, come il suo vento, nei comportamenti, nelle menti, quasi nelle vene, di questi millenians. La regista fa rivivere la gioventù di Stuparich calandola nel «terzo spazio» che caratterizza oggi il percorso di formazione di quei giovani personaggi: la costa e l’altopiano, i Topolini e le vecchie osterie, i circoli nautici e i quartieri popolari, le vie erte prese d’infilata dalla bora e il garage chiamato dal gruppo «trappola». Tra questi scenari e la scuola, Samani conferma che continua ad esistere un diaframma poroso che plasma la vita relazionale di ogni adolescente triestino. è stata dunque felice la scelta dell’istituto professionale “L. Galvani”, per ragioni di privacy titolato “Marie Curie”, che si trova sulle alture del quartiere di Campanelle. La film-maker triestina, coerente con le scelte registiche già messe in atto con successo nel suo primo lungometraggio, ha voluto affidare i ruoli principali a un gruppo di giovani attori debuttanti: Stella Wendick (che mi auguro non scelga come fece Laura Lenzi, protagonista nel film di Giraldi, di abbandonare il set, considerata la spontanea disinvoltura con la quale si è immedesimata nel personaggio), Giacomo Covi (che rende con bravura il carattere sfaccettato e contraddittorio di Antero tanto da essersi meritato il premio come miglior attore della sezione “Orizzonti”), Pietro Giustolisi (che interpreta Pasini, il “perduto” amante deluso) e Samuel Volturno (uno straripante e gigionesco Mitis). Ne consegue una recitazione autentica ed emotivamente vera, frutto di un abile lavoro motivazionale da parte della regista. Inoltre va sottolineata un’altra scelta che aggiunge un tocco di piena adesione alla realtà composita, multietnica e multiculturale di Trieste. I dialoghi del film, infatti, mescidano l’italiano, il dialetto triestino, lo sloveno, l’inglese e lo svedese. Va ricordato, infine, che ad alcune riprese hanno collaborato studenti dell’istituto professionale “L. Galvani” di Trieste, i quali hanno avuto l’opportunità di vivere un’esperienza formativa particolare.

L’offesa

La struttura scolastica di questo istituto, circondata dal verde e con scorci panoramici suggestivi, ha offerto alla Samani lo scenario ideale per filmare alcune scene emblematiche. Cito, in particolare, i due lunghi intensi primi piani che aprono e chiudono la storia di Fred.

All’edificio del “Galvani” si può accedere a sinistra per una scalinata in pietra e a destra da un curvilineo viale alberato. Ebbene, la protagonista entra in scena proprio calcando questi scalini di pietra, gli occhi attratti dalla novità del luogo e il sorriso speranzoso, mentre immagina i compagni che frequenterà. Ma non sa che ad attenderla è un tratto di giovinezza tutta in salita, proprio come l’ingresso che ha scelto. Nell’ultima sequenza del film la macchina da presa inquadra ancora e solo lei per alcuni minuti. Il personaggio questa volta imbocca l’altro accesso, quello del viale verdeggiante. Lei è consapevole che la particolare esperienza scolastica vissuta a Trieste si sta chiudendo con più amarezza che gioia. Eppure discende decisa verso il futuro. Il suo volto è come un prisma che rifletta tutte le luci e tutte le ombre della sua giovane vita. Si è trattato infatti di un anno di scuola che ha concluso la tormentosa adolescenza di ognuno di loro e si è lasciato definitivamente alla spalle i suoi contraddittori riti.