ANDAR PER MARE CON PIERO DORFLES
Gabriella Ziani | Il Ponte rosso n. 120 - novembre 2025 | saggi
“Le parole del mare”, una navigazione tra le opere letterarie nelle quali l’uomo si confronta con il mare
di Gabriella Ziani
«Naufragar m’è dolce in questo mare» scriveva Leopardi concludendo L’infinito, ed era una raffinata metafora di terra. Perché “naufragar” è tutto fuorché dolce, e già il semplice navigare è un’esperienza capace di mettere allo scoperto tutte le facoltà umane, gli strati inconsci, le nature psicologiche dormienti, sollecitate dalla onnipotente forza di quell’acqua su cui gli scafi, magicamente, galleggiano, ma dove in epoche antiche anche affondavano sopraffatti da burrasche indomabili. È su questo vasto crinale che, per via letteraria, si è incamminato Piero Dorfles appunto “imbarcandosi” col suo nuovo libro Le parole del mare. Letteratura e navigazione, in una impresa potenzialmente oceanica, basata su questo pensiero-guida: l’andar per mare è una dimensione ridotta di tutto il groviglio esistenziale possibile. Concentra individui in uno spazio concluso, sottomesso all’indiscutibile potere del comandante di nave, implica fronteggiare situazioni estreme, solletica emozioni di sfida, lealtà o codardia. Da queste latitudini abbiamo dedotto tantissimi modi di dire correnti, e forse non ce ne rendiamo conto (ma l’autore sì): siamo arrivati in porto, abbiamo perso la bussola, ci siamo arenati, siamo tutti nella stessa barca, è un periodo di bonaccia, issiamo le vele, e non da ultimo il “navighiamo in rete”.
Non si parla qui delle lussuose navi da crociera. Dorfles, letterato, autore di programmi televisivi e di “libri sui libri”, ci ha catturati poco tempo fa con la storia della famiglia (Chiassovezzano. Una casa e una famiglia temeraria in tempo di guerra, Bompiani 2024) e poi dilettato con un simpatico excursus nei giochi infantili di un tempo (Amblimblè. Rime e riti dei giochi di strada, Manni 2025), ma qui di getto sfodera una massa enorme di autori e di trame in tema marinaro, stoccando l’enorme materiale – che va da dall’Iliade e dall’Odissea a Biagio Marin – secondo tematiche cruciali: burrasche, naufragi, bonacce, ammutinamenti, sfide…
Galoppando di libro in libro entriamo in un vortice di storie terribilmente avventurose, troneggiano Melville (Moby Dick) e Conrad (Linea d’ombra, Il tifone), c’è tantissimo Salgari – che pure scrisse sempre in terraferma –, una stoccatina va a Cristoforo Colombo il cui Diario di bordo è secondo l’autore a un grado di letterarietà pari a zero (e la sua stessa impresa verso le “Indie” altro non era, scrive Dorfles, che una spedizione «prettamente predatoria», perché molto si riempì le tasche di oro).
E se certi libri, come a volte accade, sono stati sopravanzati dalla loro versione cinematografica (Gli ammutinati del Bounty con Marlon Brando, L’ammutinamento del Caine con Humphrey Bogart), altre turbolente e fascinose storie sono rimaste sotto la sabbia e qui – col “bignami” del riassunto – ce le riportiamo alla memoria, per esempio le strambissime vicende delle donne corsare raccontate da Borges in Storia universale dell’infamia, Le avventure di Gordon Pym di Poe, L’isola del tesoro di Stevenson: quest’ultimo si legge da ragazzi, ma l’autore manifesta i propri dubbi sul fatto che sia adatto a quelle età, così denso di violenze e tradimenti com’è.
Un altro dubbio va a stuzzicare quel mostro sacro di Hemingway, il cui Il vecchio e il mare altrettanto ha acquisito fama larghissima grazie al film e alla grande interpretazione di Spencer Tracy. Secondo Dorfles, è piuttosto probabile che l’autore di Per chi suona la campana abbia pizzicato l’idea della lotta del pescatore con la creatura marina proprio da Melville, dal suo irripetibile capitano Achab che va disperatamente a caccia della balena bianca. Il quale – secondo Claudio Magris qui citato – «è uno dei grandi Faust, umano e oltreumano, della letteratura». Lo stesso Magris è autore di un bel libro illustrato sulle Polene, artistici ornamenti di prue dei velieri messi in salvo proprio in seguito a naufragi.
In questo genere di narrativa, riflette Dorfles per dare un senso alle trame, si mette in scena la «rivalsa prometeica sulle frustrazioni dell’umanità», e si coniuga in altra dimensione il «mito della frontiera». Perché naturalmente il mare è sempre stato non solo mezzo di commercio e di guerra, ma anche strumento per sfide estreme di scoperta. Prima di Cristoforo Colombo, o del povero Magellano, è ritenuto possibile che siano stati i nordici Vichinghi a toccare per primi le sponde delle “Americhe”. Diversa la sorte del Robinson Crusoe di Daniel Defoe, la cui “colonizzazione” della terra in cui era naufragato è stata interpretata dalla scuola di Adorno addirittura come «l’embrione di una organizzazione capitalistica dello sfruttamento dell’ambiente», ma che qui viene tradotto piuttosto in una rappresentazione dell’Homo Faber, e che comunque mantiene il suo fascino incorrotto visto che il supplemento letterario di Repubblica si è dato quel titolo.
Più ancora singolare che la casa editrice fondata da Umberto Eco e Elisabetta Sgarbi sia stata battezzata La nave di Teseo. L’origine è nella nota vicenda della classicità: l’ateniese Teseo, sconfitto uno spietato brigante e – grazie al filo di Arianna che lo guida nel labirinto – salvati dal Minotauro sette giovani e sette fanciulle, dovrebbe issare vele bianche al ritorno per annunciare al padre, come concordato, che la missione era riuscita. Sciaguratamente, si dimentica di questa comunicazione simbolica, e il padre, disperato, vedendo le vele nere, si suicida. Brutta storia in verità. Ma poi quella nave, arenata al Pireo, diventa per gli ateniesi un simbolo, e – restaurata e conservata – è «una sorta di monumento immortale». A questo probabilmente pensò Eco, e non alle funebri vele nere.
Resta da notare, con l’autore che cita un’osservazione di Goffredo Fofi, come l’Italia, tutta sul mare, non abbia sviluppato una vera e propria letteratura sul tema. Vengono qui ricordati, oltre a I Malavoglia di Verga e a Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo (libro classificato «indigesto»), solo un paio di autori (Biamonti con Attesa sul mare e Ernesto Franco con Usodimare). E infine appaiono i versi del poeta Biagio Marin riportati in traduzione dal dialetto gradese («Barca della mia vita mai / arrivata in porto /, finita su d’un dosso morto /di sabbia gialla, zitta») e la voce di Umberto Saba («Era un piccolo porto, era una porta / aperta ai sogni»).
Le parole del mare
Letteratura e navigazione
Sellerio, Palermo 2025
pp. 257, euro 15,00
Di tutto c’è in questo libro-repertorio dove si può anche affondare come fuscelli, a volte stregati e a volte un po’ stremati dal succedersi ininterrotto di trame e storie dalla Grecia classica a oggi: ma è un potente invito alla lettura o rilettura di romanzi mirabolanti, di miti istruttivi. A ricordarci che non siamo solo quelli sempre allegri della Barcolana, ma navicelle in pericolo tra scogli e tempeste.
Di fronte a tanto, e che comunque mai potrebbe essere tutto, è perfin ridicolo notare una assenza, ma sembra non sia stato citato il famoso racconto La scialuppa di Stephen Crane, resoconto autobiografico di un naufragio in Florida (Elliot, 2014). È uno dei tanti, ma il motivo che spinge a prenderne nota è che di questo autore, tanto apprezzato da Conrad e Hemingway (e di cui Il segno rosso del coraggio è considerato un piccolo classico del ‘900), morto di tubercolosi a soli 28 anni, nel 1900, dopo una turbinosa vita e una intensissima produzione letteraria e giornalistica, si è innamorato lo scrittore Paul Auster. Deprecando l’oblio in cui era finito il fiammeggiante giovane, gli ha dedicato una biografia di ben 1000 pagine (Ragazzo in fiamme, Einaudi 2022). Fra mille naufragi letterari, ecco un postumo salvataggio – letterario – della memoria.
