FABIO BIONDI E L’EUROPA GALANTE
Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025 | Luigi Cataldi | MUSICA
Un’inaugurazione particolarmente brillante per la 94a Stagione della Società dei Concerti al Teatro Verdi di Trieste
di Luigi Cataldi
La novantaquattresima stagione della Società dei Concerti di Trieste è stata inaugurata al Teatro Verdi il 24 novembre scorso da uno dei gruppi musicali più gloriosi e rinomati nel mondo, l’Europa galante, orchestra fondata nel 1989 e ancora guidata da Fabio Biondi. Un gruppo che non ha bisogno di presentazioni, ma di cui basterà dire che ha dato un contributo determinante alla definizione della prassi esecutiva della musica sei-settecentesca, oltre che alla riscoperta e alla diffusione del repertorio di quell’epoca.
Teatro stracolmo e pubblico vario: oltre a quello elegante delle grandi occasioni, c’erano turisti, studenti delle scuole cittadine (grazie al progetto “Giovani a concerto”, che permette agli allievi delle scuole triestine di partecipare gratuitamente) e persino famiglie intere. Un pubblico vario, ma unanime nell’applaudire con calore gli interpreti.
Europa galante si è presentata con un organico essenziale, in parti reali e senza raddoppi strumentali: tre violini (principale, primo e secondo), viola e, per il basso continuo, violoncello, violone, tiorba e cembalo. L’essenzialità può essere un pregio, perché rende più intelligibile la struttura musicale dei brani, ma rappresenta anche un limite, soprattutto per i concerti grossi come quelli eseguiti a Trieste, che si fondano sulla contrapposizione, strutturale e sonora, fra “tutti” (l’orchestra piena) e concertino (le sole parti reali), la quale, senza raddoppi strumentali, va perduta.
Il programma presentato era consolidatissimo per gli esecutori e ben noto agli ascoltatori, a parte l’esordio, il Concerto grosso op. 7, n. 12 di Michele Mascitti, opera di stile francese, pubblicata nel 1728, ma più vicina al gusto del secolo precedente e al modello imposto da Arcangelo Corelli, con i suoi Concerti grossi opera VI (pubblicati postumi nel 1714, ma in circolazione ben prima di questa data), di cui, a seguire, è stato eseguito il Concerto n. 11 in Si bemolle maggiore. Ha concluso la prima parte il Canone in Re maggiore di Johann Pachelbel, composizione su basso ostinato tanto celebre, quanto di origine sconosciuta. Nessuno ne mette in discussione l’autenticità, né l’attribuzione, ma tarda è la fonte più antica (un manoscritto conservato nella Bibloteca di Stato di Berlino del 1838, in cui il Canone è seguito da una Giga), attorno alla quale non ci sono notizie. Charles E. Brewer ha messo in relazione questa composizione con una Ciaccona di Heinrich von Biber, di cui sarebbe la risposta, circostanza che daterebbe la composizione a non prima del 1696. Hans-Joachim Schulze ipotizza invece che sia un dono nuziale per il matrimonio di Johann Christoph Bach (23/10/1694), fratello maggiore di Johann Sebastian. Se così fosse il Canone, ancora oggi eseguito di frequente ai matrimoni, ad un matrimonio dovrebbe la sua origine. Si tratta, come si vede, di pure congetture, prive di qualsiasi riscontro. Eppure le 28 ripetizioni delle due battute del basso ostinato, che lo costituiscono e che danno origine a 14 variazioni musicali, affascinano ogni tipo di pubblico da quando, nel 1919, il Canone fu per la prima volta pubblicato.
Nella prima parte del programma, insomma, sono stati eseguiti autori di stili diversi (francese, italiano e tedesco), ed opere, a dispetto delle date di pubblicazione, più di stile tardo seicentesco, che del secolo successivo.
L’esecuzione mi è parsa non solo impeccabile, ma anche spontanea (più che ragionata) e bella: senza eccessi, chiara nelle parti contrappuntistiche, trascinante nell’espressione degli affetti musicali: il senso patetico del Largo contrapposto alla gioia della Giga nel concerto corelliano; la suggestione del basso ostinato (forma musicale su cui si fondano la Passacaglia, che costituisce il secondo tempo del Concerto di Mascitti, e il Canone di Pachelbel).
La seconda parte del programma era la più attesa: Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi. «Le potremo eseguire a testa in giù», ha detto Fabio Biondi alla presentazione del concerto, «ma facciamo lo stesso tutte le prove necessarie, perché la nostra non diventi un’interpretazione di routine e non è un sacrificio, perché ad ogni esecuzione si scoprono sempre cose nuove», parole confermate dalla bella esecuzione ascoltata in teatro.
Biondi ed Europa galante devono una parte considerevole della loro fama a Vivaldi e in particolare alle Stagioni. Le incisero per la prima volta nel 1991 (per l’etichetta Opus 111, ma il disco fu pubblicato solo nel 2000). Scelsero di eseguire il “manoscritto di Manchester”, accuratissimo, in parti strumentali, fatto copiare da Vivaldi stesso nel 1726 per il cardinale Ottoboni, privo di trascrizione fra i pentagrammi dei sonetti (compaiono solo in apertura del fascicolo del violino principale) e soprattutto delle didascalie, dunque più attento agli aspetti musicali che a quelli extramusicali. Quell’esecuzione ebbe enorme successo e, ancora oggi, è pietra miliare fra le esecuzioni vivaldiane. La sua particolarità fu di non trascurare i contenuti extramusicali (le vicende narrate e i suoni evocati nei sonetti), ricomponendoli però in un equilibrato tessuto musicale. Nel 2001 il gruppo incise l’intero Cimento dell’armonia e dell’invenzione, ricorrendo all’edizione a stampa di Le Cène, che contiene tutte le parti letterarie. In questa esecuzione si nota una maggior propensione a sottolineare gli aspetti extramusicali e una maggiore polarizzazione dei tempi e delle dinamiche rispetto alla precedente. L’esecuzione ascoltata a Trieste mi è parsa più vicina alla prima delle due incisioni, ma senza che vi fosse a priori la scelta di una particolare linea interpretativa. Un’esecuzione più affidata all’estro del momento che meditata, ma senz’altro degna di nota: sapiente, ma non appariscente l’ornamentazione; rapidi, ma non vorticosi i tempi veloci (come il Presto dell’Estate); molto espressivi i tempi lenti (il Largo della Primavera e quello dell’Inverno in particolare); ben ritmati i movimenti di danza (il primo e il terzo tempo di Primavera e Autunno). Un’esecuzione, come si è detto, molto apprezzata dal pubblico.
