FANTASIE GOTICHE DI UNO SCRITTORE ITALIANO
Il Ponte rosso n. 124 - marzo 2026 | Lucio Fabi e Furio Gaudiano
Fortune e disgrazie di un esteta epicureo moderno: Carlo Hakim de Medici, secondo le più recenti ricerche storiche, Un’attività di narratore esercitata nel segno del noir tra gli anni Venti e i Trenta del Novecento
Si erano lungamente perdute le tracce del suo percorso biografico dopo la Seconda guerra mondiale. Fu informatore dell’Ovra, attività esercitata in prevalenza in area giuliana, che lo indusse a vivere in Lombardia negli anni del secondo dopoguerra
di Lucio Fabi e Furio Gaudiano

La recente fortuna editoriale dello scrittore gotico con interessi esoterici Carlo Hakim de Medici (Parigi 1887 – Como 1956), unico rampollo di un agiato finanziere ebreo che diramò i suoi affari tra Alessandria d’Egitto, Parigi, Milano e Gradisca d’Isonzo, attivo tra gli anni Venti e Trenta, autore di vari libri e racconti noir, alcuni dei quali ripubblicati con successo dalla casa editrice Cliquot di Roma, consente di conoscere la storia complicata e intrigante di un uomo che, certamente, deve essere venuto a patti con i demoni e le suggestioni che animarono il suo scrivere.
I titoli dei suoi principali libri – tra cui Gomoria, I topi del cimitero, Racconti crudeli, Nirvana d’amore – lo collocano nel novero degli scrittori “maledetti” dei primi decenni del Novecento. Con poca fortuna all’epoca, è oggi apprezzato dal pubblico degli estimatori del genere al punto da essere apparso in un fumetto horror, de’ Medici definì se stesso “un esteta epicureo moderno”.
Grazie alle appassionate ricerche del gradiscano Furio Gaudiano e all’intraprendente attività della casa editrice romana Cliquot, specializzata nel gotico e nell’esoterico, oggi la fama del de’ Medicitravalica la ristretta sfera degli specialisti del suo tempo (lo desumiamo dalla scarsa fortuna all’epoca dei suoi scritti), raggiunge una certa notorietà e assurge, secondo vari critici, a misterioso e affascinante scrittore bohemienne, figlio del variegato clima culturale mitteleuropeo del primo Novecento.

La sua storia dimostra una volta di più come letteratura e vita possano incrociarsi, ma anche distaccarsi totalmente. L’infanzia di Carlo, passata in gran parte nella villa di famiglia di Gradisca, ma anche a Milano e Parigi, dove si interessa precocemente di spiritismo e testi esoterici, trascorre felicemente, nonostante la morte del padre nel 1900 e la conseguente perdita di gran parte delle entrate finanziarie delle sue molteplici attività. All’entrata in guerra dell’Italia nel 1915, Gradisca e i territori del Friuli austriaco vengono occupati in forze dall’esercito italiano, lo raggiunge a Milano, dove continua a risiedere per tutta la durata del conflitto.
Parigino di nascita, ebreo per parte di padre, polacco per discendenza materna, influenzato dalle amicizie triestine, aderisce in gioventù al gruppo degli irredentisti giuliani, di cui condivide lo spirito di rivalsa nei confronti della Duplice monarchia asburgica, accusata di tutto ciò che all’epoca poteva essere considerato “vecchio” e passatista, in confronto agli ideali moderni e spregiudicati di chi parteggiava apertamente per il passaggio di queste terre al Regno d’Italia. Appena maggiorenne, si iscrive alla Lega Nazionale, associazione filo-italiana con sede principale a Trieste e collegamenti a vari centri, come Gorizia e Gradisca. Continua i suoi studi esoterici, pubblicando a sue spese saggi in italiano e in francese. Scultore e abile disegnatore, produrrà nel 1908 una cartolina della sezione locale, sempre a Gradisca stringerà amicizia con numerosi coetanei, tra cui il triestino Edgardo Loy, a cui rimarrà legato per tutta la vita.

I topi del cimitero
Irredentista, acceso sostenitore dell’italianità di terre che evidentemente considera sue (nonostante le sue origini lo portino altrove) ma non al punto, come alcune centinaia di giovani irredentisti giuliani hanno fatto, di arruolarsi e rischiare la vita nelle trincee del conflitto. Nonostante la guerra, Carlo conduce a Milano una vita da intellettuale bohemienne che doveva sembrargli piuttosto interessante. Da pochi accenni autobiografici, lo vediamo collaborare con l’editore Bocca per traduzioni e revisioni letterarie, mentre compone i suoi primi saggi letterari, tra cui uno studio esoterico in francese, Roma, pubblicato a Parigi nel 1915. Non tralascia una certa attività imprenditoriale, portata avanti con scarsa fortuna. Azionista della “Società Astro, industria di concimi chimici”, viene diffidato nel gennaio del ’15 per vendita non autorizzata delle sue azioni. Successivamente, partecipa come socio alla “R.S. Sanna e C.”, società in accomandita che si occupava di benzina, lubrificanti e freni, sempre a Milano. Questi affari non dovettero andargli troppo bene, perché già nel 1921 deve vendere la casa di famiglia, a Gradisca d’Isonzo, per pagare vari debiti con banche e società di riscossione crediti. Va forse meglio come scrittore. Pubblica con l’editore milanese Facchi il suo primo e più importante romanzo horror, Gomoria (1921) scritto tra Napoli e Gradisca d’Isonzo, subito dopo I topi del cimitero. Racconti crudeli (1924), racconti macabri, crudeli e voluttuosi. Per la Bottega d’Arte di via Malcanton, al centro del ghetto triestino, pubblica a sue spese Nirvana d’amore (1925) e Lettere a pinco pallino: un libro postumo (1933). Nel 1924 dà alle stampe Leggende friulane, recentemente riedito da Cliquot, in cui intreccia la sua verve gotica ai luoghi della sua giovinezza. Disegna egli stesso copertine e illustrazioni dei suoi libri e collabora saltuariamente con giornali e riviste. Nel 1929 traduce in italiano i romanzi Là Bas e En Route del suo maestro, il francese Joris-Karl Huysmans (1848-1907), precursore dell’estetismo europeo. Gli annuari dell’epoca lo definiscono “scrittore e pubblicista” residente a Milano.
Spiritista, esoterico, scrittore gotico dai risvolti orrorifici. Gli studiosi del genere gli attribuiscono la rara dote di nascondersi all’interno dei personaggi dei suoi libri. Nulla sembra trasparire, oltre al mistero di uno scrittore “maledetto”, lontano dal mondo reale, di cui si sa poco, o nulla.
Eppure. Colpo di scena. Un ritrovamento inaspettato, un documento nascosto nelle pieghe della “Gazzetta Ufficiale” del 2 luglio 1946, lo troviamo all’interno dell’Elenco nominativo dei confidenti dell’OVRA pubblicato dal Ministero dell’Interno. In compagnia di oltre seicento spie e informatori della polizia politica del regime fascista, voluta dallo stesso Mussolini nel 1926 come speciale organismo che raccogliesse tutti i servizi di polizia politica, con una competenza territoriale più vasta e con poteri più ampi di quelli delle questure, funzionante in Lombardia dal 1928.

Lo storico Mauro Canali, nei suoi accurati studi sulle cosiddette spie del regime fascista, lo individua tra le carte dei fondi di pubblica sicurezza presso l’Archivio centrale dello stato di Roma. Da sue recenti pubblicazioni, apparse su Gnosis e sulla Nuova Rivista di Storia Contemporanea del maggio 2025, sappiamo che i rapporti tra Carlo Hakim de Medici, codice 440 e criptonimo di copertura “Cam” e l’Ovra risalgono perlomeno al marzo del 1931. Da quella data, da lui stesso indicata in uno dei numerosi carteggi con le autorità centrali, inizia l’attività di spia e informatore, che eserciterà nei luoghi della sua giovinezza, Gorizia, Trieste, Gradisca d’Isonzo, allo scopo di scovare e controllare persone sospettate di attività contrarie al regime fascista. Zone “miste”, abitate da componenti slovene duramente represse dalle autorità fasciste, dall’insorgenza di cellule comuniste tra i quartieri proletari e l’insofferenza di una aristocrazia austriaca per la presenza italiana.
Per la sua attività, Carlo si trasferisce a Gorizia. Dagli anni Trenta, forse ancor prima, prende alloggio in affitto in una palazzina di tre piani nella centrale via Petrarca, al primo piano del numero tre, di fronte ai giardini pubblici, in centro città. Viaggia molto, in treno e in corriera ed ha così modo di sondare i discorsi delle persone con cui viene in contatto.
La sua zona di operazioni comprendeva la cittadina di Cormòns, Gorizia e i borghi sloveni dei dintorni, ma si spingeva anche a Monfalcone e Trieste. Adeguatamente finanziato dai fondi segreti dell’Ovra, si avvaleva di alcuni collaboratori, come lo sloveno Vittorio Simsič da cui riceveva informazioni sugli ambienti proletari allogeni e un certo monsignor Maghet, ex cappellano della marina militare austriaca, abituale frequentatore dell’aristocrazia di Gorizia e di Cormòns, in gran parte filo-austriaca, di cui riportava atteggiamenti e pensieri non conformi al regime.
Si spiega così il mistero che fino ad ora aleggiava sull’esistenza di Carlo Hakimde Medici, informatore dell’Ovra di cui non si doveva sapere nulla. L’avrà certamente fatto per sollevare le sue disgraziate finanze, visto che come confidente fidato e affidabile, capace di muoversi in un ambienti che conosceva bene e dai quali era riconosciuto come stimato scrittore e artista, poteva contare sull’appannaggio di diverse migliaia di lire, ma non gli sarà stato estraneo il sentimento irredentista e anti-slavo che pervadeva certa società triestina e giuliana d’inizio Novecento, che era sfociata in maniera quasi del tutto naturale in quel “fascismo di confine” precocemente nato nei territori della nascente Venezia Giulia.
Di fatto, i documenti emersi dalle ricerche di Mauro Canali delineano la figura certamente non limpida di un informatore che, agendo nell’ombra e con buona dose di doppiezza, individua, relaziona, denuncia e fa arrestare dalla polizia chi in maniera diversa mostra di non approvare il regime fascista. Si dedicava principalmente all’individuazione e al controllo di nuclei sovversivi tra le componenti comuniste e slovene, ma controllava anche personaggi sloveni influenti, come gli ex deputati don Virgil Šček e l’avvocato Karel Podgornik, confinato a Macerata nel 1941.
Le sue molte informative si rivolgevano preferibilmente nei confronti di militanti comunisti italiani e sloveni del Goriziano, che in alcuni casi fotografava. Contribuì all’arresto e all’incriminazione di diversi gruppi giovanili di resistenza a Cormons e nell’immediato circondario goriziano, molti dei quali finirono davanti al Tribunale speciale del fascismo. Spesso in contrasto con le autorità di pubblica sicurezza locali, ebbe sempre l’appoggio delle autorità centrali, con in testa il capo della polizia politica Michelangelo di Stefano. Riceveva indicazioni sul suo operato dal commissario Luigi De Michele, funzionario dell’Ovra di stanza a Fiume, che incontrava a Gorizia. Quando occorreva, si recava a Roma dalle autorità centrali di polizia.
Nei giorni dell’entrata in guerra dell’Italia non manca di segnare lo scarso entusiasmo della cittadinanza. In una corrispondenza del 14 giugno 1940 informa che le dichiarazioni del Duce non avevano sollevato, «fra la gente di Gorizia, l’entusiasmo patriottico che si poteva sperare, anzi». Nel contempo continua l’attività intellettuale e pubblica due saggi storici, La papessa Johanna (Del Bianco, Udine 1936) e Aquileia seconda Roma (Del Bianco, Udine 1936 e quindi Edizioni Abc, Gorizia 1939). La nomea di scrittore e artista gli permette di entrare in contatto con diversi ambienti. Frequenta intellettuali e artisti triestini e goriziani, come il futurista Sofronio Pocarini a cui dedica un suo libro, Tre donne, edito dalla Cappelli di Bologna, che aveva una libreria a Trieste. Per le sue attività, sceglie come base il lussuoso Caffè Garibaldi lungo il Corso principale, ritrovo dell’intellighenzia goriziana, da dove scrive a mano, con bella e rotonda scrittura, le informative che manda a Roma. Oltre 1880, una ogni due giorni, dal 1931 al 1941.
Una testimone racconta che a Gorizia dava lezioni di disegno alla figlia dei padroni di casa di via Petrarca n. 3. Abitava nel grande appartamento al primo piano, mentre nel cortile interno un magazzino al pianoterra fungeva da studio. Proprio lì doveva aver iniziato a scolpire la lapide per la tomba di un ricco ebreo triestino, certo Bruno Baar, lasciata incompiuta quando, alla fine del 1941, deve riparare a Milano, probabilmente per il timore di essere stato scoperto e di poter fare una brutta fine, stante la recrudescenza in città della resistenza slovena, accresciuta dopo l’occupazione della Jugoslavia.
Lo studio di Canali informa che, da Milano, continua l’opera di spionaggio, questa volta nei confronti degli ambienti cittadini e nei diversi circoli intellettuali in cui era introdotto. A Milano, prima e durante la guerra, sappiamo da un suo scritto che intraprende un’ennesima impresa commerciale, in una ditta specializzata nella verniciatura interna dei contenitori di combustibili, che però interrompe l’attività a causa dei frequenti bombardamenti alleati.
Con la fine della guerra, forse anche prima, termina la carriera di spia di Carlo de Medici, che scopriamo domiciliato dapprima a Milano e poi a Como, dove vive con Maria, probabilmente la moglie incontrata durante la sua permanenza a Milano. Da Como, mantiene i contatti con alcuni amici di Trieste e di Gradisca. Con il triestino Edgardo Loy, amico d’infanzia, intreccia rapporti epistolari piuttosto stretti. Alcune sue lettere, scritte all’amico tra il 1944 e il ’49, sono conservate presso la Biblioteca civica di Gradisca d’Isonzo assieme ad altre sue carte in cui non fa alcun cenno alla sua attività passata, ma offre molti spunti sul suo stato d’animo e sulle sue residue attività letterarie.

Edizioni Cliquot, Roma 2019
Non tornerà più sui luoghi in cui aveva operato, stante la mutata situazione internazionale e locale, con Gorizia tagliata in due dal confine con la Jugoslavia e Trieste sotto il governo alleato, ma aderisce, seppur a distanza, da Como, alla ricostituita Lega nazionale, associazione filo-italiana molto presente a Trieste e nel Goriziano fino al Primo conflitto mondiale, sciolta durante il periodo fascista e “rinata” dopo la divisione dei territori giuliani in seguito al trattato di Londra del 1945.
Nelle lettere all’amico Loy, oltre a lamentarsi del disagiato, precario stato economico in cui si trova a vivere, denuncia con asprezza la divisione delle terre per lui irrinunciabilmente italiane. Si scaglia violentemente contro gli “occupatori slavi”, denuncia le loro nefandezze, ingigantendo la portata delle vittime dell’occupazione jugoslava nei difficili quaranta giorni del maggio-giugno del ’45, a cui imputa di voler accaparrarsi definitivamente Trieste e l’Istria. Il suo odio maggiore è però riversato a chi, in Italia, negli anni del dopoguerra pareva giustificare i trattati internazionali e incolpare di bieco nazionalismo chi voleva, al contrario, il ritorno dell’Italia.
Nelle lettere e nelle invettive che, tramite l’amico Loy, manda ai vertici della Lega nazionale, è presente la rancorosa lamentela di chi si sente tradito dai suoi stessi compatrioti. Contro certa opinione pubblica italiana, che sembrava non considerare le istanze nazionaliste locali in favore di uno status quo derivante dal fatto che la guerra era stata persa e che un prezzo si doveva per forza pagare, ha parole di forte sdegno. Recrimina il fatto che, storicamente, l’irredentismo giuliano, di cui si sente parte, non sia mai stato considerato negli anni del fascismo, in favore di una immigrazione italiana che ha spolpato le risorse locali. Sono le teorie dell’autonomismo nato nel dopoguerra a Trieste, condito con un represso e inascoltato amor di patria. Soli contro tutti, i nazionalisti locali dovrebbero reagire in massa. Sogna addirittura un ritorno con il cannone e la mitraglia in Istria e in tutti i luoghi ora affidati alla Jugoslavia del maresciallo Tito. Infine, si definisce un “non fascista”, di non esserlo mai stato, e di aver agito solo in favore delle sue terre, di quella Venezia Giulia italiana in cui solo si riconosce. Stupefacente. Quanta doppiezza, da parte dello scrittore spia, dell’esteta moderno epicureo, come si definisce in uno scritto all’amico Loy. All’uomo ormai sconfitto dalla storia, pervaso dai suoi rimpianti, percorso da demoni nemici assai più presenti di quelli fermati in gioventù sulla carta, non resta altro che riprendere i suoi antichi progetti, vagheggiare la ristampa dei sui scritti, l’impossibile opera omnia puntigliosamente tratteggiata nell’ultima lettera all’amico, assieme al progetto di un’enciclopedia letteraria di quattromila pagine su luoghi e paesaggi friulani che non farà a tempo di ultimare. Morirà pochi anni dopo, nel 1956, e sarà sepolto nel cimitero di Como.
