L’IMPEGNO CIVILE DI BERENGO GARDIN

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La scomparsa del fotografo sollecita una riflessione sulla sua opera, tesa a rappresentare con straordinario rigore ed acutezza la società della quale si è fatto interprete

di Paolo Cartagine

 

Gianni Berengo Gardin
primi anni 2000

Mercoledì 6 agosto a Genova ci ha lasciati a 94 anni Gianni Berengo Gardin, Maestro del reportage, uno dei più grandi fotografi del ‘900. Era nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, ma considerava Venezia la sua vera città natale perché da lì proveniva la sua famiglia d’origine, ed era lì che aveva mosso i primi passi con la macchina fotografica.

Ho conosciuto Gianni Berengo Gardin ad Arezzo nel 1999 a un Convegno sulla Fotografia Italiana. Alloggiavamo nello stesso albergo e al mattino presto ci incontravamo per colazione. Scambiava volentieri con me opinioni e idee; inconfondibile la sua “erre moscia” in un eloquio cortese, essenziale, diretto. Sguardo mobile e penetrante, osservava e ascoltava, rispondeva solo dopo aver velocemente riflettuto. Al contrario dei suoi altrettanto famosi colleghi professionisti giunti per il Congresso, amava appartarsi, e poi con la sua fedele Leica M al collo se ne andava per i fatti suoi, passo svelto e deciso di chi sa bene dove dirigersi e agire senza ripensamenti: «Non voglio fare “fotografie belle”, ma “fotografie buone”, la notizia non l’estetica». Un approccio foto-giornalistico scandito da chiarezza mentale, nitore comunicativo e stringatezza grafica, poi ritrovati puntualmente in tutti i suoi lavori.

Gianni Berengo Gardin, Vaporetto a Venezia
anni ’60

Un patrimonio – che oggi annovera oltre due milioni di negativi, più di duecentosessanta libri e quasi quattrocento mostre personali in tutto il mondo – frutto di una incessante esplorazione per concatenare più riflessioni con una prospettiva di tipo storico guardando sempre al presente, una fotografia, la sua, alla ricerca delle tracce della vita dell’uomo. Una carriera fuori dal comune impreziosita da numerosi unanimi riconoscimenti internazionali, un instancabile impegno durato quasi sette decenni per narrare la storia dell’Italia e non solo.

Le sue immagini – catalogate e archiviate dalla figlia Susanna – sono conservate nei più prestigiosi musei e istituzioni culturali, come il MoMA e il Guggenheim Museum di New York, la Maison Européenne de la Photographie e la Biblioteca Nazionale di Francia a Parigi, il Reina Sofía di Madrid e il Maxxi di Roma.

Gianni Berengo Gardin, Stabilimento Olivetti a Ivrea
anni ’60

Le sue foto? Sempre in bianconero «perché il colore distrae». E sempre su pellicola anche dopo l’avvento della tecnologia digitale.

Gardin ha sempre applicato con coerenza due principi per lui imprescindibili: quello della testimonianza diretta, «ma mai neutrale di quanto ho visto», e quello della correttezza comunicativa «perché il fotografo non deve modificare le stampe, cioè il messaggio, con trucchi o manipolazioni (quali l’aggiunta di elementi estranei, o la sottrazione di aspetti solo apparentemente secondari) che fuorvierebbero il lettore».

Concepiva e realizzava sistematicamente ogni foto come un breve racconto fatto solo con gli elementi necessari e sufficienti, «non con il superfluo per stare lontano dalla forma fine a sé stessa». Poi inseriva le foto in una pertinente serie tematica da cui nascevano libri e mostre. Le immagini non sono illustrative dei testi correlati, sono invece narrazioni autonome ma coordinate, spesso improntate al taglio giornalistico, nelle quali si avverte la volontà di dare voce a chi spesso non ne aveva. In tale maniera, i suoi reportage sono diventati strumenti di indagine capaci di stimolare anche il dibattito pubblico.

Gianni Berengo Gardin, Manicomio, Gorizia, 1969

Iniziò a dedicarsi alla fotografia fin dai primi anni ’50 documentando, in particolare, l’evoluzione del paesaggio e della società italiana uscita dal secondo dopoguerra. Fu tra i primi nel nostro Paese a scoprire Dorothea Lange, Eugene Smith, i fotografi della Farm Security Administration sulla grande depressione del 1929: «Quelle fotografie le avevo già ‘viste’ nei romanzi di Steinbeck, Faulkner, Dos Passos».

Quello che lo interessava di più era «porre l’uomo al centro del suo raccontare», connotazione che traspare nelle immagini della Olivetti degli anni del nascente boom economico, foto che non erano solo documentazione tecnica ma ritratti della composita identità industriale italiana degli anni ’50. Quelle foto “industriali”, in quanto testimonianze sobrie e intense di un mondo che non esiste più, sono oggi studiate come fonti storiche.

Da queste esperienze partì il lungo racconto visivo di Gardin dell’Italia del ‘900 fatto di operai, di intellettuali, di famiglie contadine, di quartieri popolari e centri storici, di treni locali, di periferie urbane, ma pure di marginalità, di paesaggio urbano, e tanto altro ancora.

Gianni Berengo Gardin
Davanti alle Zattere nel Canale della Giudecca,
Venezia, 2012

Ogni fotografia di Gardin è una finestra su un momento storico, ma anche una riflessione sul presente, dove il suo obiettivo ha sempre rispettato la dignità dei soggetti ripresi evitando manierismi e forzature. Emerse da allora un’Italia in cambiamento e ogni situazione divenne per lui un pretesto per riflettere con uno stile apparentemente semplice, che in realtà nascondeva una grande cura compositiva e un occhio attento all’interazione tra persone, ambiente e società.

Tra le attività e i temi che lo hanno visto protagonista in quel periodo si possono citare la collaborazione con Il Mondo di Pannunzio, e il reportage su Italsider e Porto Marghera, inscritto nel più generale rapporto uomo-macchina dei riti del lavoro collettivo, della fatica quotidiana, degli emigranti che dall’Italia meridionale si trasferivano al nord per lavorare nelle fabbriche del triangolo Torino-Milano-Genova.

Tutta la sua fotografia è permeata di impegno civile verso i singoli e verso la collettività, e due sono forse i suoi contributi più noti.

Il primo risale al 1969 quando – con Carla Cerati e sotto la guida di Franco Basaglia – aveva realizzato, per la Einaudi, Morire di classe, un libro che aveva svelato per la prima volta le condizioni disumane dei manicomi italiani. Immagini nette, graffianti e indimenticabili che avevano contribuito a portare nel 1978 alla promulgazione della Legge Basaglia. «Fotografavamo solo con il consenso dei malati e non volevamo mostrare la malattia, bensì la condizione». Era la cifra del suo lavoro: non colpire con lo choc effimero, ma far riflettere con consapevolezza coloro che venivano a contatto con le sue foto.

Il secondo attiene all’esposizione a Venezia e a Milano di una decina di anni fa del reportage- denuncia sul passaggio delle grandi navi da crociera a Venezia, allo scopo di richiamare l’attenzione sui potenziali rischi di impatto ambientale causati dal turismo di massa. Ci furono accese polemiche e il Comune di Venezia denegò la relativa autorizzazione alla mostra.

«Col reportage non si diventa ricchi. D’altra parte, in questo modo si possono dire cose forti e chiare, esprimere idee e valori che si sentono, dare un aiuto a chi ne ha bisogno. Una fotografia riuscita, dal mio punto di vista – ribadiva sempre Gardin con un filo di latente amarezza temendo di non esser stato capito a fondo – è forse una goccia nel mare, ma è qualcosa che può servire. Io ho questa soddisfazione, di aver lavorato anche per aiutare gli altri».

Gianni Berengo Gardin
Centro Pompidou (progetto Renzo Piano)
Parigi, anni ’80