FANTASMI DISOCCUPATI, ROMANZO

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Sandro Bertoni
Fantasmi disoccupati
Il Rio edizioni, Mantova 2024
pp. 142, euro 14.00

L’incipit del libro di Sandro Bertoni, Fantasmi disoccupati (Il Rio edizioni, 2024), ci introduce in modo suggestivo nell’atmosfera a tratti onirica, a tratti metafisica o distopica, dell’universo poetico dell’autore: «I Fantasmi Disoccupati sono paesaggi umani, intravisti da una porta socchiusa, colti in una penombra e poi lungamente lasciati ad attendere in una stanza o a vagare nei corridoi del Ciò che È, con occasionali incursioni nei locali di Ciò che Potrebbe Essere».

Il testo, contraddistinto dall’adozione di vari registri stilistici e da una certa vocazione sperimentale, è caratterizzato da una complessa e originale struttura configurandosi, secondo l’Avvertenza, come un dittico: il primo quadro, Un’evocazione, delinea con pennellate rapide e vagamente chagalliane una sorta di (auto)ritratto dell’artista da giovane, dall’infanzia e giovinezza a Carpi, nell’Emilia profonda, ai vagabondaggi (mittel)europei, tra Bratislava, Vienna, Brno e Trieste, all’esistenza di docente precario in Lombardia.

Si delinea in filigrana anche l’immagine di una generazione, cresciuta tra gli ultimi sussulti dell’Italietta partitocratica e le macerie della prima Repubblica; lo stile è lucido ed elegante, spesso venato d’umorismo, a tratti poetico, intessuto di echi letterari che rimandano a Hrabal, Kafka e Flaiano, con reminiscenze di versi di cantautori come Fossati, De Andrè e Guccini.

Il secondo quadro, Fantasmi disoccupati, è composto da un mosaico di racconti brevi e apparentemente eterogenei, legati da rimandi simbolici e tematici e ritmati dal Leitmotiv dell’incontro mancato tra il dottor B. e il fantasma di una donna dai capelli ramati, amata in gioventù. L’universo parallelo a quello “reale” in cui si muove  la narrazione è abitato da personaggi esili e inadeguati che “disimparano a vivere”, come il dottor B., o sono in balia di eventi inesplicabili, ad esempio ineluttabili  “chiamate” o visitazioni notturne d’uno scheletro di cavallo travestito da clown; o talora personaggi più poetici, come il protagonista di  Quasi una melodia  o Quello che non Balla, cui sfugge per un soffio la possibilità di un amore. Ma sono presenti anche protagonisti postumani, entità oggettuali, realtà materiche, tra cui scorpioni, formiche, il Vitello Grasso, Fido – il cane che fortuitamente ha ingerito i residui del frutto dell’albero della conoscenza –, gli Angeli, gli Zombie, l’alfiere di una scacchiera; c’è qualche incursione nei territori della Genesi e dell’Apocalisse, laddove l’ipotesi, espressa con un sottile  umorismo, che la mela originaria fosse bacata per la presenza di un anellide diventa spunto per una critica della ragione e dei fondamenti dell’antropocentrismo.

Così la scena dell’eterna partita a calcio in cui si resta sempre sullo zero a zero e le bandierine d’angolo sono il confine dell’universo oltre il quale c’è solo l’incomprensibile Nulla suggerisce l’idea di una realtà che funziona secondo una logica ferrea, ma negata agli umani; e il suggestivo ritratto del professore il quale tra lo sbalordimento generale tiene le sue lezioni in una lingua sconosciuta e arcana, ma di straordinaria potenza evocativa induce a interrogativi sulla filosofia come ricerca della Verità, che lungi da poter essere espressa «nelle nostre povere lingue, nipoti di Babele», potrebbe invece «ammiccare sorniona in qualche punto imprecisato tra le nostre orecchie e quelle parole».

«L’inesplicabile dissimulato eppure incombente» della campagna d’infanzia intorno a Carpi, con l’apparente razionalità geometrica dei pioppeti agitati dal vento, ritorna dunque variamente declinato in molti racconti, configurandosi come uno dei nuclei generativi più profondi del mondo poetico dell’autore, nonché la cifra della sua scrittura tersa ed “esatta” in senso calviniano, affilata  al punto da far spesso scattare la lama di una clausola aforistica o d’una battuta lancinante e rivelatrice.