GIANQUINTO E MONTANARO
Giancarlo Pauletto | Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025 | memoria
La bella vita del critico d’arte / 46
Dalla Laguna di Venezia, con due mostre ciascuno, proponemmo i lavori del veneziano Alberto Gianquinto e del buranese Carlo Montanaro
di Giancarlo Pauletto
olio su tela, 1998
Andammo – se non ricordo male nella primavera del 1978 – a Villa Simes di Piazzola su Brenta, per visitare la mostra di Alberto Gianquinto (1929-2003) Il paese promesso.
L’idea di una rassegna a Pordenone dell’artista veneziano datava già da qualche tempo, fummo perciò assai lieti di constatare la sua disponibilità, e un’attenzione che si concretò ben presto in una rassegna dei suoi ultimi dieci anni di pittura.
Sicché la mostra si intitolò appunto: Gianquinto 1968/1978. Dieci anni, e fu inaugurata nel dicembre del medesimo 1978.
«Il fascino della pittura di Gianquinto» – scriveva Mario De Micheli in un suo testo in catalogo – «sorge dalle virtù spontanee di una pittura che riesce a stabilire con noi un dialogo diretto, senza schemi, senza circonlocuzioni. E tuttavia non si tratta di un fascino effimero… L’acuta dolcezza delle sue immagini o la loro improvvisa veemenza manifestano un’efficacia che suscita dentro di noi risonanze profonde, che risveglia echi sopiti, e promuove sentimenti e ragioni ben più ricchi e durevoli. è la complessità di Gianquinto, che s’accompagna, appunto, e fa tutt’uno con la sua spontaneità».
Constati la verità di queste parole di De Micheli visitando più volte la mostra, dimorando a lungo, per così dire, dentro quella pittura e lasciandomi impregnare dai suoi spazi e dai suoi colori, assonanti con vari aspetti delle avanguardie del Novecento, espressionismo, Picasso, futurismo, informale, e nello stesso tempo realizzata con una sicurezza di stesura e una libertà d’invenzione figurale assolutamente specifiche, del tutto inconfondibili.
Nutrirsi della tradizione e, dal suo interno, emergere vittoriosamente nell’essenzialità allusiva del proprio discorso.
olio su tela, 1998
Lo sguardo di Gianquinto è “uguale”, il gesto con cui egli fa una gabbia con i canarini è così ampio e sicuro come quello con cui dipinge le sue opere più esplicitamente civili, A Guevara, La marcia, Il portabandiera.
Ciò perché tutto è “nella storia”, e nella storia è necessario “testimoniare”: di una soggettività lirica, certo, ed ecco opere come L’allodola, Il cancello, Plenilunio; ma anche del nostro essere uomini e partecipi del comune destino, ed ecco le opere “civili”: che sono pittura allo stesso titolo di ogni altra pittura, ed hanno il loro specifico contenuto proprio nella “forma” realizzata del loro apparire sulla tela e agli occhi dello spettatore.
Spontaneità e complessità, dunque, come dice De Micheli.
Gianquinto si schiera, il suo discorso si può forse così formulare: «Io sono questa concreta persona che ha fatto queste scelte concrete. Su esse mi interrogo e rifletto, proponendo, da pittore, il mio colloquio con tutti: ognuno sappia con chi sta parlando».
Si tratta infine di far vivere ciò che è vivo, di rappresentare una positività che pur attaccata e combattuta, spesso sofferente e quasi disperata, tuttavia resiste sulla scena del mondo, rifiuta di abbandonarsi all’irrazionalità.
Penso per esempio alla simbologia del libro, che ritorna più volte nei suoi quadri e che indica chiaramente la necessità della conoscenza, il tentativo di dare un senso alla storia in cui tutti siamo immersi.
Con una pittura larga, aperta, intuita, sintetica, piena d’aria: e di gramsciano “ottimismo della volontà”.
Il pittore ritornò poi, nel 2000, alla Sagittaria, con una mostra intitolata, molto semplicemente, Gesù.
Gesù come segno evidente di ogni perdita e fallimento dell’umano, restando impregiudicata l’assunzione, che ciascun visitatore poteva commisurare su se stesso, del versante religioso cui ad ogni modo quella figura rimanda.
Tema trattato dall’artista nei termini – come scrivevo – di un’ “epica prosciugata”.
L’epicità come appartenente alla natura mitica ed esemplare dell’argomento, la sua “secchezza” alla necessità che niente di retorico sfiorasse la nuda purezza “pedagogica” della storia.
Ecco perciò opere come Gesù alla colonna, o Gesù nel sepolcro, che vivono in trepide campiture attraversate da segni allusivi, da macchie che ora sono sangue ora sono buio, ma un buio non inerte, non vuoto: quadri come parole sfiorate, dette quasi con ritrosia.
Se ne sente la difficoltà, se ne sente la verità, se ne sente in ogni modo la forza comunicativa.
sette acqueforti incollate su cartoncino,
prima metà sec. XVIII
Carlo Montanaro, docente e direttore dell’Accademia di Venezia, cineasta, direttore di festival, collaboratore di varie imprese editoriali relative alla decima musa – quali ad esempio la Storia del cinema mondiale della Einaudi – è anche grande collezionista di tutto ciò che riguarda la preistoria di quest’arte, e in tale veste ha portato a Pordenone due bellissime mostre, nel 2006 quella intitolata Prima dei Lumière, nel 2019 quella intitolata Il giorno e la notte.
Niente di estraneo, in questo, all’attività della Sagittaria: a parte il fatto che al Centro di Pordenone ci si occupa di cinema fin dalle origini, e Carlo Montanaro è uno dei collaboratori essenziali in questo ambito, resta che le due mostre erano in prevalenza costituite da incisioni, litografie, fotografie, locandine e manifesti – cioè arte tipografica; in altri termini, di materiali che da sempre vengono allestiti nelle esposizioni.
C’erano, ovviamente, anche altre cose, come “mondi nuovi”, megaletoscopi, polyorami, lorgnettes, visori stereoscopici, cioè tutti quegli strumenti che hanno anticipato in qualche modo il cinema, e questo era l’aspetto specifico delle due rassegne.
Molto da godere, dunque, per gli appassionati della decima musa, ma molto da godere, anche, per chi più semplicemente volesse sincerarsi della qualità dei pezzi grafici, delle stampe, delle fotografie in esposizione.
Non escludendo, naturalmente, che il godimento fosse doppio per chi amava sia l’arte grafica sia il cinema.
Senza distinguere tra le due mostre, citerò tra i tanti materiali alcuni pezzi, giusto per dare un’idea della qualità “prelibata” delle due esposizioni, nelle quali aleggiava il gusto delle cose rare, delle cose “preziose”: e possono essere, queste cose preziose, anche dei semplici gadget, o delle cartoline, o una locandina, tuttavia in grado di evocare un tempo e un’aura, magari attraverso una nitida illustrazione raffinatamente liberty.
Quasi impossibile non partire dalla Veduta del Prato della Valle del Canaletto, 1740 circa, eseguita su due lastre, alta trenta centimetri e larga complessivamente ottantacinque, messa in testa alla seconda esposizione come una sorta di anticipazione di tutte le grandi panoramiche che il cinema avrebbe offerto in futuro: un pezzo splendido non solo per amplitudine e ariosità, ma anche per la nitidezza dei particolari, come per esempio la sequenza dei panni stesi ad asciugare lungo il porticato, sulla sinistra.
Poi, per fare subito altri grandi nomi, ecco William Hogarth con un’incisione del 1753, una “falsa prospettiva” in cui si legge tutta la sottile arte incisoria dell’autore, oltre che la sua capacità di “scherzare” con il tema prospettico, del resto ovvia in chi aveva inciso le celebri tavole della Carriera di un libertino; ecco il bel manifesto serigrafico di Fernand Leger, dedicato ad un’esposizione di cinema, ecco una fotografia originale di Man Ray, un Interieur della fine degli anni ’20, di preziosa limpidezza.
Ma poi, restando in ambito fotografico, tutta la serie di immagini di Carlo Naya, una Venezia “effetto chiaro di luna” di straordinaria suggestione, e siamo circa nel 1875.
acquatinta all’acquerello, 1882
Infine – per ricordare, attraverso di esso, anche la gran serie di altre stampe, vedute d’ottica colorate o no, traforate o no, effetti scenici ed effetti notte a volte strabilianti, oggetti di vario genere e via e via, il Diorama teatrale – sette acqueforti incollate su cartoncino, ritagliate e colorate, da montare in prospettiva, raffigurante l’Adorazione di Cristo morto mondi – di Martin Engelbrecht, Augsburg, Germania, prima metà del XVIII secolo.
Una costruzione di 17,5 centimetri di altezza per venti di larghezza, profonda forse una quindicina – il catalogo della mostra non riporta questa misura – di strepitoso effetto cromatico e scenografico, con un’infinità di figure e figurine, e di decori distribuiti senza parsimonia ma con eleganza: un teatrino di meraviglie, insomma, il cui effetto sull’acquirente e sull’osservatore settecentesco possiamo ben immaginare se noi, abituali a tutte le diavolerie del cinema, restiamo a nostra volta a bocca aperta.
