LE MONTAGNE DI LINO TOROSSI
Il Ponte rosso n. 123 - febbraio 2026 | narrativa | Roberto Dedenaro
di Roberto Dedenaro
a cura di Marina Torossi Tevini
Campanotto, Pasian di Prato, 2025
pp. 180, euro 20,00
Con l’attenta cura della figlia Marina, dallo scriptorium, o meglio, tra le carte, o ancora nel lascito o in altre parole è uscito postumo un nuovo libro di Lino Torossi, dopo La valle del ritorno del1996. Se consideriamo, poi, Trieste. La resa dei conti del 2019, formalmente attribuito a Marina ma largamente attinto dalle memorie di Lino, potremmo arrivare a tre titoli in totale, nemmeno pochi per un funzionario dell’Inps che in vita non ha pubblicato nulla, anche se, evidentemente, alla scrittura doveva tenerci davvero molto. In particolare, La resa dei conti, ripeto, seppur firmato dalla figlia Marina è a parer mio, uno scritto interessantissimo, che narra un periodo della storia locale assai poco indagato da scrittori triestini e no: quello dell’occupazione nazista e dell’insurrezione armata proclamata dal C.L.N. prima dell’arrivo delle armate jugoslave e alleate alla fine della Seconda guerra mondiale.
La sfinge del Montasio che è una particolare formazione rocciosa, sull’omonimo massiccio montuoso è il primo romanzo scritto da Lino Torossi, negli anni ’70 del Novecento ed insieme alla Valle del ritorno, forma un dittico che contribuisce a ingrossare le fila della letteratura triestina di montagna, un filone che conta precedenti illustri e titoli interessanti a cominciare da Rudolf Baumbach e a Julius Kugy che sono stati gli i veri e propri inventori dell’escursionismo e del turismo nelle Alpi Giulie Orientali, fornendo a queste montagne una mitologia che le poteva avvicinare in qualche modo alle più titolate Dolomiti, arrivando poi a nomi come Spiro Dalla Porta Xydias, Pietro Spirito e Toni Klingendrath, e ai recenti successi di Dušan Jelinčič. Questo è, a parer mio, il principale merito del libro: quello di restituirci un ritratto vivido e realistico di un gruppo di giovani triestini innamorati della montagna, in un arco di tempo che va dal 1930 al 1939. La trama principale del libro, per altro non si discosta da un romanticismo di maniera, un amore travolgente degno contraltare alla possanza dei paesaggi montani, ma destinato (ciao ciao San Valentino) a non realizzarsi mai.
Che il libro sia stato scritto negli anni ’70 e non al tempo dei fatti narrati lo capiamo anche da qualche piccolo dettaglio: nelle pagine finali si cita il celeberrimo canto Signore delle cime, forse pensando che si tratti di materiale tradizionale, ma il canto venne composto in effetti nel 1958 da Bepi de Marzi, importante musicista che diresse per anni il coro I crodaioli, ben noto a tutti gli amanti della montagna.
Ma come abbiamo detto il valore principale del libro è quello di ricostruire l’ambiente di un gruppo di giovani che, negli anni Trenta del secolo scorso, condividono la passione per la montagna, e dentro questa passione il rifiuto del fascismo allora imperante e in termini appena più ampi, la ricerca di una vita fuori dalla ritualità borghese, attenta all’espressione artistica, soprattutto la musica, uno dei protagonisti è un validissimo musicista.
Ma interessanti sono anche le mete delle escursioni di questa allegra brigata, il Montasio, che titola il libro, insieme al Jof Fuart, al Mangart, al Canin sono fra le cime più alte e conosciute del tarvisiano, ma non mancano uscite sul Carso. Impossibile non notare le differenze toponomastiche, per la gioia degli amanti della retorica del confine siamo in zone ampiamente bilingui se non trilingui: Valbruna, in sloveno fa Ovčja vas e in tedesco Wolfsbach. C’è pure qualche arcaismo come l’altopiano di San Servolo chiamato altopiano del Madrasso da San Pietro del Marasso, centro abitato che oggi si dice Klanec.
Un’annotazione a parte lo merita, la Val Rosandra, straordinaria palestra di roccia per generazioni di alpinisti triestini prima che le pareti sintetiche, l’alpinismo agonistico divenuto disciplina olimpica e la montagna fagocitata da masse di turisti scatenati non deglutisse tutto questo mondo in cui la montagna era sinonimo, o tentava di esserlo, di valori autentici, di mettersi alla prova, scoprendo i propri limiti e scoprendo la natura circostante.
