GLI ALTROVE DI FEDERICA MARZI
Il Ponte rosso N.° 116 | maggio 2025 | narrativa | Walter Chiereghin
Il confine alle spalle di Trieste, quello stesso che divide in due realtà statuali diverse quella Nova Gorica/Gorizia, quest’anno capitale europea della cultura, ha avuto storicamente – a partire dal suo posizionamento alla fine del 1918 e ancor più in esito alla sua modificazione conseguente al secondo conflitto mondiale – un peso rilevante nella psicologia di chi vive dall’una o dall’altra parte della linea che esso traccia sulle carte geografiche. Un discrimine il cui rigore si manifesta fluttuante nel tempo, in funzione del variare della rilevanza statistica delle comunità etniche, culturali e linguistiche rimaste nella parte “sbagliata”, del modificarsi degli orientamenti politici ed economici dei due Stati confinanti, dell’appartenenza – o meno – a due blocchi contrapposti. La dissoluzione della ex Jugoslavia, pur non modificando per nulla la linea di confine, di linee ne ha tracciate altre, ulteriori, al contempo accrescendo l’interesse – e talvolta anche la preoccupazione – per quanto avveniva nell’area dei Balcani più remoti.
L’attività letteraria prodotta in loco negli ultimi anni, in particolare per mezzo di quel sensibile sismografo che è la sua articolazione narrativa, ha dato conto della variata percezione del confine conseguente alla sua parziale cancellazione in seguito all’applicazione del trattato di Schengen, alla creazione di nuovi Stati un tempo federati nella Jugoslavia, alla memoria delle guerre che hanno insanguinato i Balcani negli anni Novanta. Del confine, scrivendone da Trieste, si sono occupati nelle loro narrazioni una quantità di autori, anche negli anni più recenti: vengono per primi in mente i nomi di Diego Zandel, di Mary Barbara Tolusso, di Pietro Spirito, di Federica Manzon, di Diego Marani, di Federica Marzi. Curiosamente, tra quelli citati, soltanto quest’ultima è nata a Trieste, per di più da un padre triestino della comunità slovena e da una madre esule dall’Istria, da Isola più precisamente, e con alcuni parenti rimasti “di là”, mentre altri, sul finire degli anni Cinquanta, emigravano in Australia: tutti fattori che le conferiscono una particolare certificazione biografica a corredo della sua prima prova narrativa, ove si escludano alcuni racconti, inediti in italiano, ma pubblicati invece in traduzione croata.

Federica Marzi
L’avverbio di stato in luogo che è incluso nel titolo del romanzo d’esordio di Federica Marzi La mia casa altrove (Bottega Errante, 2021) offre fin dalla copertina del volume una chiave di lettura, perché in una serie di “altrove” sono ubicate le abitazioni di tutti i personaggi che lo animano, ciascuno dei quali proviene da un luogo “altro” rispetto a quello in cui si trova, ed è in quel luogo lontano che affondano le problematiche radici di ognuno di loro.
La casa dove l’anziana Norina vive con il marito Mariano è ubicata nella frazione di Bristie/Brišče, sul Carso triestino, «un pugno di case con cartelli stradali piantati da ogni lato: quelli che ne stabilivano l’inizio in due lingue e, poco distanti, quelli tagliati da una striscia rossa, che ne annunciavano la fine. Sempre in due lingue. Una strada stretta in discesa la collegava a Santa Croce e al mare» (p. 52). Nella mente di Norina, però, esisteva – altrove, appunto – una casa precedente, a Buie/Buje, in Istria: la «casa col rosèr», una vecchia pianta di rose vicino alla quale lei, ancora ragazza, aveva dovuto abbandonare il suo gatto di nome Luli, perché «le bestie, loro non potevano venire a Trieste» (p. 44), dove lei era diretta assieme alla famiglia, per un breve viaggio senza ritorno in un’ondata dell’esodo degli italiani dall’Istria.
Anche Amila, studentessa universitaria che a Bristie, in casa di Norina, ci va per raggranellare lavorando qualche soldo, pur essendo residente a Trieste, in un appartamento di via Pascoli dove vive con i genitori e la sorella Majda, ha un’altra casa altrove, e precisamente a Zvornik, nella Bosnia da poco uscita dalla guerra che ha frantumato la ex Jugoslavia, quando alla sua famiglia era stato concesso di rientrare in possesso del loro vecchio appartamento che ora, vuoto, è a loro disposizione laggiù. «Per Amila non era per niente facile. Con mamma Selma e papà željko aveva già i suoi problemi da risolvere. Uno si chiamava Italia. L’altro Bosnia ed Erzegovina, tagliata in due entità: la Federazione e la Repubblica serba di Bosnia» (p. 33).
Il fulcro della vicenda narrata nel romanzo – che inizia in medias res nell’ospedale di Isola d’Istria – si dipana tra l’estate del 2004 e i primi mesi dell’anno successivo, tra Trieste, Bristie e le località dell’Istria più prossime all’Italia oltre i confini sloveno e croato, ma grazie ad alcune opportune analessi sapientemente disposte, i limiti cronologici dell’intreccio si dilatano a circoscrivere una cronologia compresa tra il maggio del 1954 e il dicembre del 2005 (nessun timore: ciascuno dei trentuno capitoli è preceduto da un’annotazione che indica data e luogo in cui si svolgerà l’azione).

Federica Marzi
La mia casa altrove
Bottega Errante, Udine 2021
pp. 330, euro 17,00
Anche se tutti i personaggi che agiscono nel romanzo sono rappresentati – senza darlo a vedere – per mezzo di un’analitica attenzione psicologica che li caratterizza in ogni minimo dettaglio, appare chiaro che le due protagoniste sono l’anziana Norina e la giovane Amila. La prima è portatrice di una storia rivolta all’indietro, al suo personale passato, che tratteggia con un ordito di romanzo storico persino il suo più contemporaneo presente, mentre la ragazza si muove in una prospettiva tutta orientata al suo futuro, rendendola eroina di un romanzo di formazione. E per entrambe, la vicenda narrata assume anche la connotazione di un romanzo d’amore, sfortunato ed irrisolto per Norina, ancorato alla memoria di un fugace incontro con un giovinastro, tale Franco Radonich, detto Bacàn. «Il giorno in cui Franco l’aveva baciata sotto la Losa [belvedere panoramico di Buie. Ndr.] era stato uno degli ultimi momenti felici della sua vita, quand’era ancora una ragazza istriana libera di camminare dritta e superba sul selciato di Buie» (p. 112). Per Amila, invece, la storia d’amore si presenta gravida di potenzialità; quando la ragazza accompagna Simon, il nipote australiano di Norina, dalla spiaggia di Cannovella de’ Zoppoli a Buje e a Buroli, in Istria, alla ricerca di un nonno sconosciuto. Un nonno che si rivelerà essere proprio il medesimo Franco Bacàn di cui s’era innamorata la giovane Norina, un balordo, che s’era imbarcato per l’Australia assieme alla sorella di Norina, Nevia, che aveva finito per sedurre e per abbandonare, una volta che la donna era rimasta incinta, sparendo poi per sempre dalla sua vita.
Una così succinta esposizione della trama del romanzo è sufficiente per fissarne alcune coordinate, ma Marzi ha realizzato una narrazione composita e plurale, che si espande su un territorio assai più esteso di quello della Trieste che scopriamo essere il baricentro di una storia e di una geografia assai più vaste, che si espandono fino ad includere, in cerchi concentrici, Bristie, le località dell’Istria slovena e croata più prossime al confine, e poi giù giù fino a Zvornik, a Srebrenica, a Saraievo, o se si vuole fino a Melbourne, per ricordare tanta emigrazione giuliana degli anni del dopoguerra verso l’Australia.
La prosa piana e discorsiva che percorre con coerente omogeneità tutte le pagine del libro si piega a disegnare con efficacia e sensibilità le immagini più disparate, dalla scena quasi epica della ricerca affannata della sorella da parte di Norina tra la folla che si accalcava a fianco della Stazione Marittima ad assistere alla partenza della nave che avrebbe portato Nevia (e Franco) dall’altra parte del mondo, oppure quella intimistica del bosco, un querceto, dietro la casetta di Bristie dove Norina passeggiava col suo cane, che portava lo stesso nome del gatto abbandonato a Buie vicino al roser. Magari considerando malinconicamente cos’era stata la sua vita, a partire dalle sue inutili attese ancora al Centro di raccolta profughi di Padriciano, attese vane del ritorno di Nevia e di Franco: «l’unico uomo che Norina avesse amato, L’amore si era affacciato una volta sola nella sua vita e non era voluto riapparire una seconda. Col tempo, Norina aveva invece visto inaridire, seccare, irrigidire tutto quel che le stava intorno. La sua giovinezza era rimasta un groviglio denso e palpitante in un ventre vuoto. E quell’amore, che non era voluto tornare, era diventato ormai vecchio, vecchio almeno quanto lo era lei» (p. 114).

La versione croata
L’accostamento fra la figura dell’anziana profuga e quelle dei due giovani che vivono in un’inaspettata vicinanza la loro storia, confidandosi i rispettivi progetti di vita – diventare giornalista a Trieste Amila e scrittore Simon – è servito a Federica Marzi per narrare il diverso straniamento vissuto da chi ha avuto la dura esperienza della profuganza in prima persona, tacendone persino, negli anni della più avanzata maturità, gli aspetti più acuminati della propria esperienza, e quello dei giovani di seconda generazione, lo spaesamento di chi vive ed agisce in un ambiente sociale connotato da una pluralità di lingue e di culture, alla ricerca di un’appartenenza che fatica a definirsi certa e stabile, quello stesso ambito cui appartiene, per motivi generazionali, la scrittrice. Per definire questo straniamento a lei più vicino, Marzi confeziona per il suo personaggio di Amila un neologismo: «non era più questione di affermare un diritto di scelta, ma di scegliere. Non era volere, ma sapere. Sapere che cosa stesse sempre nel mezzo. Le sembrava che ciò si potesse chiamare stranezza. O meglio, stranieritudine, che nel suo caso si sarebbe dovuta scrivere con due “t”. Un misto di stranieraggine e rettitudine. Quella era lei. C’era tutto lì dentro, di sé, della sua famiglia, della sua storia. Voleva sapere che cosa fosse l’inquietudine dell’indecisione, del volere ma non riuscire mai a prendere una direzione retta. Eppure non si poteva vivere andando contemporaneamente in due direzioni, questo era chiaro» (p. 278).

La versione inglese
Si tratta di un punto nodale, quello in cui alle figure dei personaggi del romanzo si sostituisce per un inciso la voce in prima persona di chi il romanzo lo ha scritto, in uno sforzo maieutico di autoanalisi, pur raccontando storie di personaggi inventati, fissando comunque un nuovo modo di vedere sé stessa e, insieme, una nuova generazione di persone abitanti in posizione liminale, tanto in senso topografico che esistenziale, procedendo oltre a quanto è stato testimoniato – e molte volte scritto – da molti prima di Federica Marzi.
Che tale nuovo avvertimento di una società complessa, problematica e articolata non sia limitato a un ambito territorialmente circoscritto è dimostrato dal fatto che di Una casa altrove sono state stampate una versione croata – Moj dom negdje drugdje, tradotta da Lorena Monica Kmet – ed un’altra inglese – My Home Somewhere Else, tradotta da Jim Hicks – che consentirà alla nostra scrittrice di essere letta anche al di là del confine. Altrove, appunto.
