GLI ESODI E I LORO GHETTI

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Nel corso del Novecento, la presenza di profughi, emigranti, fuggiaschi, esuli in città assume caratteristiche nuove

di Roberto Spazzali 

La storia di Trieste, quella degli ultimi trecento anni, che ha modellato definitivamente il tessuto urbano e il ruolo economico della città, è stata profondamente legata ai flussi migratori che hanno generato per più volte intrecci e stratificazioni sociali che hanno dato vita a un melting pot in cui l’identità culturale italiana, per praticità, scelta individuale, condizioni e progettualità è risultata dominante anche se non esclusiva.

Città portuale e quindi di transito, passaggio, stanzialità. A cercare fortuna qui e da qui altrove. I fenomeni sono noti nelle loro dinamiche e di come quelle prime Nazioni, la cui principale connotazione era la confessione religiosa, abbiano poi determinato il presente di allora e il loro futuro che è poi il nostro presente. Tuttavia nel corso del Novecento, la presenza di profughi, emigranti, fuggiaschi, esuli in città assume caratteristiche nuove e per molti aspetti più drammatiche. Trieste città di transito dell’emigrazione centroeuropea soprattutto verso l’America meridionale, dove le compagnie di navigazione si specializzeranno in un traffico anche speculativo.

Già allora la città aveva conosciuto un ulteriore sviluppo grazie a nuovi e significativi flussi migratori, generati dalle opportunità economiche che essa stava offrendo nel corso dell’impetuoso sviluppo di fine XIX secolo, quando industrie, cantieri navali, porto, commercio, ferrovie avevano fatto raddoppiare il numero degli abitanti. Era un fenomeno che allora non faceva paura, ma era affrontato dalla classe dirigente come una sfida nell’integrazione culturale italiana e nella realizzazione di una città che aveva, in scala ridotta, tutte le caratteristiche di una metropoli europea.

Tensioni si verificarono allora nel primo decennio del XX secolo ma per effetto di una saturazione dei posti di lavoro e conseguentemente maggiore precarietà sociale e quindi frizioni di ordine politico e nazionale. Trieste nel primo dopoguerra conoscerà altri flussi migratori in entrata e in uscita. Immigrazione italiana dal Friuli, dal Veneto, dalle regioni adriatiche occidentali, dal Trentino (ma in questo caso erano sudditi austriaci), ma anche slava dalla Carniola, dalla Boemia e tedesca dalla Stiria e Carinzia. In questo caso, una parte della popolazione di origine tedesca e slava che non intendeva più rimanere in città in conseguenza del cambio di sovranità, se ne andrà. La stampa dell’epoca, già alla fine del 1918, accenna alla partenza da Trieste di treni di sfollamento con a bordo intere famiglie e non necessariamente soltanto di impiegati e funzionari della cessata amministrazione imperialregia. Poi sarà il rientro dell’emigrazione italiana che si era allontanata agli arbori della Grande guerra per non essere trattata da nemico; rientro accompagnato da nuova immigrazione italiana favorita a saldo dei vuoti lasciati da coloro che se n’erano andati.

Trieste che diventa pure la Porta di Sion negli anni Trenta: luogo di transito quasi obbligato per gli ebrei che lasciavano le antiche dimore nell’Europa orientale, ora frazionata in nuovi stati e nuovi confini e tormentata da crescenti tensioni nazionaliste e dall’eterno antisemitismo, per raggiungere la Palestina sotto il controllo di un mandato britannico.

Poi con la fine della Seconda guerra mondiale, Trieste diventa capolinea per moltissimi esuli istriani, fiumani e dalmati, fin dal 1943 e poi, in modo più massiccio ed evidente, dal 1945 per almeno un quindicennio.

Campo Profughi di San Sabba: ingresso

Anche se all’inizio le autorità anglo-americane non volevano trattenerli in città per il timore che la loro presenza, anche passiva, potesse aggravare le presenti tensioni politiche e nazionali – ed infatti molti esuli furono spinti verso Veneto e Friuli – poi fu deciso diversamente con l’allestimento di Centri raccolta profughi e sistemazioni di fortuna.

Non potendo disporre di luoghi idonei, quella crescente massa veniva sistemata in alberghi requisiti, edifici scolastici, più tardi in qualche caserma in disuso, ma anche realizzati veri e propri campi profughi con baraccamenti nelle periferie.

Per effetto del Trattato di pace, coloro che decidevano di lasciare le località in procinto di passare alla Jugoslavia, avevano un anno di tempo per presentare domanda di opzione, ovvero di mantenimento della nazionalità italiana, e quindi avere il diritto di esodo. Ma il vaglio delle domande e le relative autorizzazioni spettavano alle autorità jugoslave che esercitarono una serie di pressioni e vessazioni per frenare e rendere molto difficile l’esodo. Che comunque avvenne, in forma autorizzata, clandestina oppure compiuto da soggetti privi della nazionalità italiana, quando scaduti i termini la nazionalità diventava automaticamente jugoslava.

Così a Trieste e provincia, come altrove, erano stati realizzati campi profughi per italiani e per stranieri e in questi ultimi finirono pure gli italiani che avevano perduta la nazionalità. Nel 1955 risultano ben 59 mila profughi provenienti per lo più dai territori ceduti alla Jugoslavia nel 1947 e dalla Zona B del Territorio libero di Trieste dopo il Memorandum di Londra. A costoro si dovevano aggiungere quasi seimila stranieri arrivati a Trieste da paesi dell’Europa orientale e dai Balcani che avevano chiesto asilo politico. Una situazione davvero difficile perché la città era aumentata di un quinto nei suoi residenti ma quelle 65 mila persone non lavoravano tutte e dovevano essere inizialmente assistite e sostenute. Mentre per i profughi istriani le autorità intervennero con un progressivo piano residenziale e di inserimento lavorativo, per gli stranieri si trattò per lo più di transito verso altri campi allestiti a Cremona, Latina e Capua dove erano pure destinati, sia pur in misura minore, quegli istriani provenienti dai territori ceduti che non avevano ottenuta l’opzione e pertanto perduta la nazionalità. Potevano riacquisirla dopo cinque anni di permanenza in Italia ma ci furono diversi casi di persone che preferirono emigrare come stranieri o apolidi per mezzo dei programmi del Comitato intergovernativo per l’emigrazione europea (CIME) che regolavano i flussi migratori secondo contingenti stabiliti dai singoli Stati accoglienti.

Campo Profughi di San Sabba

A Trieste negli anni Cinquanta c’erano due campi per profughi stranieri: nella ex Pilatura di riso di San Sabba e nell’ex carcere dei Gesuiti, dei quali solo il primo ebbe lunga durata. Inoltre, nella località di Padriciano, all’interno di una struttura militare anglo-americana era stato realizzato un Centro raccolta profughi per accogliere i nuclei familiari provenienti dall’Istria e in attesa di invio in analoghi campi allestiti nella penisola italiana. L’intera area era recintata e vigilata dalla Polizia civile e successivamente dai carabinieri: potevano entrare e uscire solo coloro che erano lì alloggiati e si poteva lasciare definitivamente il campo soltanto dopo aver dimostrato di avere un alloggio proprio e un impiego. L’ambiente non era confortevole in quanto le persone erano sistemate in baracche in legno, con bagni esterni e mensa in comune. Non erano stati pochi i casi di coloro che vennero colpiti da malattie e si verificò pure la morte per freddo di una bambina di pochi mesi.

Questa struttura, appartata e lontana da ogni centro urbano vicino e ancor di più da Trieste, venne definitivamente chiusa a metà degli anni Settanta con lo sgombero delle ultime famiglie ancora residenti. Il campo avrebbe dovuto accogliere i profughi stranieri che erano stati sistemati nella ex Pilatura di riso, ovvero la famigerata Risiera di San Sabba, spesso negli stanzoni che avevano recluso internati nelle mani dei nazisti, in attesa di deportazione o di esecuzione sommaria. Ancora negli anni Sessanta era in funzione con alcune baracche destinate a uffici e perfino a scuola materna a pochi passi dal primo monumentino che ricordava il punto in cui era stato realizzato il forno crematorio. Non erano infrequenti le risse e le rappresaglie tra gruppi divisi da odio nazionalista e le autorità erano state costrette ad intervenire. Erano pure scoppiati alcuni scandali. Un sacerdote era venuto a sapere che all’interno del campo alcune ragazze erano obbligate a prostituirsi e pertanto aveva ottenuto il vigoroso intervento del vescovo Antonio Santin il quale era riuscito a mettere in salvo quelle giovani e denunciare il fatto alle autorità.

La Prefettura di Trieste venne pure a conoscenza che in Risiera si erano presentati alcuni emissari statunitensi per convincere e raccogliere volontari da inviare nei teatri di guerra del sudest asiatico, in cambio della concessione della cittadinanza. Almeno una decina di giovani avevano accettata la proposta.

Poi nel 1962 un gruppo di jugoslavi richiedenti asilo politico, dopo essere stati sentiti dalla commissione paritetica che assegnava la qualifica di rifugiato, invece di partire verso Latina erano stati inviati al confine per la restituzione alle autorità jugoslave, contravvenendo alle iniziali assicurazioni offerte. Erano principalmente croati. All’interno della Risiera scoppiò una rivolta, sedata con metodi sbrigativi e piuttosto duri. Era chiaro che quella struttura, in funzione dal 1950, non aveva più i requisiti ed era pure pericolosa per chi era costretto a rimanervi, così fu deciso di realizzare un nuovo campo profughi, moderno e funzionale, escludendo l’utilizzo di quello di Padriciano.

Campo profughi di Padriciano. Veduta aerea

Sotto le pendici di monte Globojner, quasi sul ciglione carsico e poco distante da Padriciano, veniva individuata l’area per il nuovo allestimento, realizzato in pochi anni e aperto nella primavera 1966 alla presenza di Sadruddin Aga Khan, alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. Prima ancora dell’inaugurazione erano già stati trasferiti 500 profughi dalla Risiera, dal momento che questo luogo era stato dichiarato monumento nazionale ed era in attesa di una sistemazione museale.

Era costituito da ben 14 palazzine su uno spazio di 35 mila metri quadrati, con alloggi per famiglie, gruppi e singoli distinti per genere. Ogni palazzina residenziale disponeva di 32 stanze e non più angusti cameroni. C’era la mensa, uno spaccio per generi di conforto, un bar, una scuola, l’asilo materno, un edificio religioso e un struttura ospedaliera con 45 posti letto, anche per l’infanzia e per i casi di malattie infettive.

L’area interna, pur recintata e vigilata dalla pubblica sicurezza, era divisa in tre settori: amministrativa con uffici e alloggi per la polizia, residenziale comprendente pure i magazzini, assistenziale dove veniva operata l’osservazione sanitaria dei nuovi arrivi. È interessante osservare i rilevamenti degli arrivi, per lo più jugoslavi, ma anche cecoslovacchi, ungheresi, polacchi, rumeni tutti in possesso di titoli di studio e professionali. Questi ultimi erano giunti a Trieste con visto turistico per la Jugoslavia e poi si erano presentati al confine italiano chiedendo asilo politico.

Complessivamente, nel 1964 erano giunte 4.640 persone e l’anno successivo 5.896, con una media mensile che oscillava tra le 700 persone durante l’estate e le 300 nell’inverno.

Il nuovo Campo profughi di Padriciano aveva le funzioni di centro di primo accoglimento, tanto che qualsiasi straniero che si presentava in Italia in quelle condizioni era qui inviato. Dopo le visite mediche e le vaccinazioni, veniva sentito dalla commissione paritetica per la concessione della qualifica di rifugiato e iscritto nei registri dell’emigrazione CIME. Entro 45 giorni dall’arrivo, lo straniero veniva inviato a Capua o Latina. Come accennato, una permanenza più lunga era invece prevista per i profughi del Gruppo A, ovvero italiani che, diventati nel frattempo jugoslavi, erano arrivati clandestinamente a Trieste; rimanevano all’interno e spesso erano adibiti ad alcune mansioni pratiche. Per questo motivo era stata allestita la scuola destinata ai figli di questi connazionali, allo scopo di dare loro una utile distrazione durante la permanenza nel campo.

All’epoca era ritenuto un centro all’avanguardia, lodato dalla stampa locale quale «primo solidale aiuto dell’Occidente a chi non più sopportava la dura e sempre drammatica realtà dei regimi comunisti». Nel giudizio era allora ben evidente l’aspetto di confronto ideologico e di contrapposizione.

Gli ultimi ospiti giunti a Padriciano, furono le famiglie di vietnamiti raccolte in mare dalla missione della Marina militare italiana. Allora fu riaperta una scuola elementare, con l’assegnazione di alcune maestre per  l’insegnamento della lingua italiana a bambini e adulti. Era il 1979 e la struttura in gran parte già dismessa perché si riteneva ormai chiusa la stagione dell’emigrazione clandestina dall’Europa orientale, tanto da non sentire l’esigenza di un suo mantenimento. Sarebbe sparita se non ci fosse stato il colpo di genio di Fulvio Anzellotti che riuscì a stornare parte dei finanziamenti previsti per la zona franca industriale a cavallo sul confine, prevista dagli Accordi di Osimo, e realizzare già nel 1981 il Consorzio obbligatorio per l’Area di ricerca scientifica e tecnologica che avrebbe dato vita nel 1981 all’Area Science Park. Oggi centro di eccellenza internazionale con la macchina di luce di di Sincrotone a Basovizza.

Dove era passato il più triste passato, ora si poteva inventare il futuro.

Campo Profughi di San Sabba