I WULZ DI NUOVO A TRIESTE

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In una mostra al Magazzino delle idee presentato il lavoro della famiglia di fotografi triestini ora affidato all’Archivio Alinari di Firenze

Giuseppe, poi Carlo, poi Wanda e Marion: oltre un secolo di fotografia nello Studio Wulz, attivo a Trieste dal 1868 al 1981

Dalle immagini della città che documentano le fasi dell’ascesa del porto ai ritratti, alle tentazioni avanguardistiche fino all’icona di Io+gatto di Wanda

di Paolo Cartagine

Giuseppe Wulz
Veduta di Barcola con il viadotto della Ferrovia Meridionale
Trieste, ca. 1875
Firenze, Archivi Alinari Archivio Studio Wulz

Fino ad aprile 2025 è visitabile al Magazzino delle Idee di Trieste la mostra“Fotografia Wulz”: Trieste, la famiglia, l’atelier”, una narrazione lunga più di un secolo costituita da varie testimonianze documentali e, soprattutto, da trecento fotografie realizzate da tre generazioni di autori: Giuseppe Wulz, poi dal figlio Carlo e infine da Wanda e Marion, le due figlie di quest’ultimo.

L’arco temporale va dal 1868 – quando Giuseppe Wulz aprì a Trieste il suo studio in Piazza della Borsa – al 1981, quando Wanda e Marion decisero di chiudere per sempre il loro atelier di Palazzo Hierschel in Corso Italia.

L’apparato documentale e quello iconografico in mostra illustrano bene al visitatore la genesi dell’iniziativa, i suoi contenuti, la metodologia usata e i risultati ottenuti. Gli inerenti materiali originali sono stati acquisiti nel 2019 dalla Regione Toscana che, dando vita alla “Fondazione Alinari per la Fotografia”, ha messo in campo due azioni coordinate per garantire l’unitarietà e la fruizione dell’archivio medesimo. Nel panorama espositivo ci sono anche reperti provenienti, per l’occasione, da altri fondi pubblici e privati, che hanno contribuito a mettere in relazione questo patrimonio culturale di rilievo internazionale, conservato a Firenze, con «la sede naturale di Trieste».

La mostra – ricompresa nel programma di GO!2025 – è promossa dall’ERPAC Friuli Venezia Giulia in collaborazione con la suddetta Fondazione, ed è curata da Federica Muzzarelli e Antonio Giusa. Sostenuta in particolare da Calliope Arts Foundation, la rassegna è accompagnata da un catalogo, con testi e didascalie in italiano e inglese, pubblicato da Silvana Editoriale.

Marion Wulz “In guardia” – Irene Camber
Trieste, 1952
Firenze, Archivi Alinari, Archivio Studio Wulz

Dal materiale esposto e dal catalogo, il fruitore percepisce con immediatezza che “Fotografia Wulz”nasce da un preciso intento progettuale: pervenire a una rassegna ragionata quale sbocco di una ricerca documentale e fotografica finalizzata ad approfondire, sotto diversi profili, più temi significativi riassumibili, in ordine cronologico, nei tre filoni principali dei rispettivi periodi di attività dei Wulz.

Il primo periodo attiene agli esordi di Giuseppe Wulz nella seconda metà dell’Ottocento, ed è contraddistinto da “ritratti romantici e vedute della Città”. Il secondo riguarda l’opera di Carlo che, nel periodo attorno al cambio di secolo, introdusse nuove tecniche di ripresa e stampa. Fotografò l’evoluzione della società triestina attraverso i ritratti, fra cui le maestranze della Dreher della Modiano, i balli in costume al Circolo Artistico, gli atleti della Società Ginnastica Triestina e, in studio, foto di nudo. Il terzo ruota attorno alle avanguardie, con protagoniste Wanda e Marion, le quali portarono il linguaggio fotografico verso la sperimentazione artistica e futurista, affrontando con determinazione anche aspetti legati all’autonomia e all’indipendenza femminile, fatto questo di assoluta novità per la fotografia italiana del tempo.

Qui si inserisce il sodalizio con Anita Pittoni, un’occasione per le sorelle Wulz di oltrepassare i rigidi confini espressivi entro cui la fotografia tendeva a essere relegata nell’Italia di allora.

Carlo Wulz Ritratto del pittore Arturo Rietti presentato nel 1927 al XXII Salon
International d’Art Photographique di Parigi
Trieste, 1927
Firenze, Archivi Alinari, Archivio Studio Wulz

In sostanza, lo scopo della mostra non è quello di ri-proporre semplicemente immagini già viste dal grande pubblico, bensì è quello di accompagnare i fruitori in una lettura incrociata per far conoscere meglio i Wulz e suscitare nuove curiosità, differenti interpretazioni e sensazioni non scontate.

Per portare a compimento l’opera di scavo negli archivi e costruire una rassegna su tracciati non usuali, i promotori hanno scelto di affidarne l’attuazione e la regia a due curatori: Federica Muzzarelli (per la produzione di Wanda e Marion) e Antonio Giusa (per i lavori di Giuseppe e Carlo) in modo tale da sfruttare la sinergia che nasce fra punti di vista potenzialmente non coincidenti.

Oltre allo specifico compito individuale assegnato, l’interscambio di idee ha consentito ai curatori di ricercare, analizzare, studiare, verificare, selezionare, commentare e assemblare reperti fotografici e documentali, anche inediti, contestualizzandoli nel periodo storico considerato, intrecciandoli con la storia quotidiana e personale delle tre generazioni dei Wulz.

Cosicché la mostra risulta essere un raffinato meccanismo in cui ogni elemento – che peraltro vive di luce propria – ha una sua puntuale collocazione nel sistema espositivo di “Fotografia Wulz”, dove l’integrazione fra tutti i singoli tasselli è l’elemento catalizzatore in più che conferisce all’insieme un nuovo e superiore significato alle opere esposte.

Marion Wulz Wanda Wulz Trieste, ca. 1930
Firenze, Archivi Alinari, Archivio Studio Wulz

Come il visitatore può approcciasi alla mostra?

Innanzitutto, anche per assaporare la storia della fotografia nel senso ampio del termine, è utile seguire la successione, stabilita dai curatori fra i differenti spazi del Magazzino delle Idee, che privilegia l’organizzazione per autori. In realtà, così com’è strutturata, la mostra stessa consente e invita il visitatore ad approfondirne i contenuti ponendo idealmente a confronto ravvicinato argomenti specifici, in primis il paesaggio urbano, la vita della Città e i ritratti, estrapolandoli idealmente dalla collocazione “fisica” loro assegnata.

In particolare i ritratti – siano essi singoli o di gruppo, in studio oppure in esterno, o ancora con le persone “ingessate” in rigida posa nell’800, ovvero con l’evidente dinamismo dei corpi nelle immagini del periodo futurista – consentono sia di cogliere analogie e differenze concettuali e operative in termini fotografici, sia di raffrontare modalità espressive e conseguenti risultati.

Basta al riguardo soffermarsi sulle carte de visite di fine ‘800 – inizio ‘900, e poi sui deliziosi sguardi in macchina di Wanda e Marion ancora bambine, o poco più, ritratte da papà Carlo. Ma pure i ritratti scattati dallo stesso Carlo con latenti connotazioni psicologiche, come la foto che ci mostra il pittore Edmondo Passauro, ripreso dal basso in uno studiato atteggiamento dove risalta un inquietante sguardo “fuoricampo” che va “oltre” le spalle del fotografo. Un altro “fuoricampo” particolarmente efficace è quello di un altro pittore, Arturo Rietti con la braccia conserte, pensoso e colto di lato in un’atmosfera ovattata.

Un ulteriore aspetto da sottolineare si riferisce alle intonazioni delle immagini, che vanno dal bianconero a varie gradazioni di viraggi seppia, “segni” che connotano differenti tipi di supporti cartacei, di prodotti chimici e di procedimenti di lavorazione delle stampe. Ma anche il tempo trascorso ha lasciato inevitabilmente altri segni, in specie macchie e graffiature, che danno complessivamente un sapore di antico.

Wanda Wulz Io + gatto Trieste, 1932
Firenze, Archivi Alinari,
Archivio Studio Wulz

Non manca la notissima Io + gatto, oggi un’icona della fotografia internazionale, ottenuta in camera oscura nel 1932 da Wanda sovrapponendo due negativi, di cui uno è il suo autoritratto mentre nell’altro appare Mucincina, la gattina bianconera di casa.

In copertina del catalogo compare un ritratto scattato da Marion alla sorella Wanda verso la fine degli anni ’20 e l’inizio del successivo decennio, quasi una moderna foto di moda per la posa di tre-quarti, l’intensità dell’atteggiamento di Wanda con gli occhiali scuri, e la cura della messa a fuoco per far risaltare il primo piano.

“Fotografia Wulz”, una mostra che non dimentica la Città in quanto illustra le trasformazioni degli edifici e lo sviluppo della configurazione urbana e del porto, contiene vedute dal mare e immagini di Miramare (talune colorate a mano), e rivela i cambiamenti sociali ed economici della vita a Trieste, città crocevia di epoche e culture che, negli anni dei Wulz, aveva visto quasi triplicare la propria popolazione.

E infine una quasi inedita Marion fotoreporter che, uscita dall’Atelier, nel maggio del ’45 è in Corso Italia e presso il Tribunale per immortalare da vicino e “dal di dentro” il passaggio storico fondamentale fra gli ultimi giorni di guerra e l’arrivo delle truppe jugoslave.