IL “BARBIERE” E “LE NOZZE DI FIGARO” AL “VERDI”

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Le due opere, ispirate entrambe da un medesimo testo letterario, hanno inaugurato a serate alterne la stagione del teatro lirico triestino

di Luigi Cataldi

Il Barbiere di Siviglia
Esecuzione dell’Inno nazionale
28/11/25, foto di F.Parenzan

La stagione d’opera e di balletto del Teatro Verdi di Trieste 2025-26 è stata inaugurata da due opere rappresentate insieme a serate alterne, Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini e Le nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart, con un unico allestimento scenico.

L’idea è originale ed è resa possibile dalla contigua ambientazione, visto che le due opere hanno una comune fonte letteraria, la penna di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, e sono l’una (le Nozze) il seguito dell’altra (il Barbiere). Ma, se la contiguità è evidente per la versione teatrale, lo è assai meno per i due melodrammi. Il capolavoro mozartiano su testo di Lorenzo da Ponte fu rappresentato per la prima volta a Vienna il primo di maggio del 1786, solo quattro anni dopo la prima parigina de La Folle Journée, ou Le Mariage de Figaro di Beaumarchais (1784), mentre il più illuminato degli imperatori, Giuseppe II, era ancora saldamente sul trono. Il barbiere di Siviglia, su libretto di Cesare Sterbini, ebbe la prima a Roma il venti febbraio 1816, quando la Rivoluzione e Napoleone erano ormai eventi passati e si respirava aria di Restaurazione. Due composizioni lontane non tanto perché distanti trent’anni, quanto per il diverso clima culturale che ispira i loro autori.

L’operazione è dunque ardita e, forse, dovuta più a ragioni di parsimonia, che d’altro tipo: un solo allestimento anziché due, una sola compagnia per ciascuna opera anziché una prima e una seconda, un solo direttore e un solo regista, Pier Luigi Pizzi (che firma anche scene e costumi). Egli, a dispetto dei suoi 95 anni e con la collaborazione di Massimo Pizzi Gasparon Contarini (responsabile in proprio delle luci), è stato in grado di realizzare un allestimento coerente e credibile, anche se non nuovo. L’impianto scenografico (e, in verità, anche le gags, la disposizione e la guida degli attori, insomma, l’intera messinscena) viene dal Barbiere rappresentato a Pesaro per il “Rossini Opera Festival” del 2018, ed è stato riadattato per il palcoscenico del Verdi, con apporti presi da un’altra bella regia, sempre di Pizzi, delle Nozze di Figaro, realizzata per il Teatro delle Muse di Ancona nel 2012. Il pubblico, che ha riempito il teatro alle due rappresentazioni a cui ho assistito (con ordine invertito: prima a quella delle Nozze, il 29/11, e poi a quella del Barbiere, il 5/12), ha applaudito con calore e di certo può dirsi contento di avere assistito a due allestimenti di qualità, nati da una riflessione intorno ai testi e dei testi rispettosa, circostanza per niente scontata coi tempi che corrono.

Il Maestro Enrico Calasso Foto di F. Parenzan

Pizzi, intervistato da Patrizia Ferialdi, ha detto di aver lavorato «per sottrazione» per trovare, «se non un’unità di stile, almeno un coerente processo narrativo». Il regista ha così reso i riferimenti storici meno stringenti, ma non li ha elusi ed è riuscito a trovare una base comune per i due allestimenti. Bianche sono le architetture, bianchi i drappi che ricoprono mobili e poltrone, bianchi i soprabiti che a tratti i personaggi indossano, bianche, addirittura abbaglianti, le luci delle scene diurne. Su questo intenso candore risaltano i colori vivaci degli abiti di Rosina, i costumi neri dei suonatori e della Forza nel Barbiere e persino le più varie e tenui tinte pastello di molti dei personaggi delle Nozze. Il bianco è colore matrimoniale per eccellenza e con matrimoni per diverse ragioni risolutori e sorprendenti si chiudono le due opere.

Il direttore musicale Enrico Calesso è andato nella stessa direzione, scegliendo per il Barbiere un’orchestrazione corposa, ma non troppo imponente e evitando di eccedere nei fortissimi e nei crescendo, ma facendo attenzione a mettere in risalto i diversi timbri strumentali e a mantenere l’equilibrio fra le sezioni orchestrali in entrambe le opere. Originalità e sicurezza nella scelta dei tempi e dei contrasti dinamici, precisione nel fraseggio e, soprattutto, capacità, oltre che di guidare, di ascoltare l’orchestra (eccellente e in perfetta sintonia col direttore), nonché il coro (come sempre ben preparato da Paolo Longo) e i cantanti hanno caratterizzato la bella direzione del maestro e determinato la convincente resa musicale.

Le nozze di Figaro: Simone Alberghini (Figaro)
e Carolina Lippo (Susanna)
foto di F.Parenzan

Da lodare l’intera compagnia, a partire dai comprimari, ciascuno adeguato al proprio ruolo: Andrea Concetti (Bartolo), Andrea Galli (Basilio) e Pietro Picone (Curzio). La voce più convincente mi è parsa quella di Ekaterina Bakanova: una Contessa che rimpiange l’amore perduto del marito (“Dove sono i bei momenti”), che non è priva di desideri (che Cherubino in lei risveglia), ma capace di mettere in gioco il proprio pubblico onore pur di ricondurre il consorte alla ragione. La voce è dolce, l’intonazione perfetta, il fraseggio suggestivo. Un conte dalla voce robusta e dalla buona presenza scenica è Giorgio Caoduro. Simone Alberghini è un Figaro vivace e pronto sulla scena. La sua voce è forte, anche se non sempre precisa nell’intonazione. Carolina Lippo impersona una Susanna vitale e piena di ironia, grazie alle sue doti di attrice e alla precisione tecnica (frasi eleganti, fioriture convincenti) della sua non possente, ma cristallina voce. Paola Gardina è efficace nel rendere (sulla scena e con la sua fresca vocalità) la sfrontatezza, la passione e l’ironia di Cherubino. Anna Maria Chiuri, senza mai scadere nella farsa, ha buona presenza comica, ma sa anche mettere in luce, grazie alla sua voce matura e alla lunga esperienza sulla scena, il sentimento materno della sua Marcellina. Uno scombinato e vivace Antonio dalla buona presenza sulla scena è William Corrò. Brava è anche Veronica Prando nel dar corpo alla briosa ingenuità di Barbarina.

Il barbiere di Siviglia: Il lieto fine
foto di F.Parenzan

Vista dopo queste belle Nozze, la rappresentazione del Barbiere di Siviglia mi è parsa meno convincente. Non per la direzione musicale, sempre attenta e originale, né per orchestra e coro per i quali vanno replicate le lodi espresse in apertura, ma per la regia. Giustamente Pizzi ha dichiarato che il Barbiere «è una commedia perfettamente strutturata, senza eccessi. Non è mai farsa e i personaggi non sono mai macchiette. Va letta con divertimento e ironia, ma anche con rigore». Eppure a me pare che il tono farsesco non sia stato affatto evitato: Figaro, durante la cavatina, si spoglia, resta in mutande e si lava nella fontana della piazza; il Conte, travestito da don Alonso, maestro di musica, si finge nano camminando sulle ginocchia; Bartolo ha la erre arrotata e danza come in dicoteca; Basilio tartaglia quand’è impaurito; i servitori starnutiscono platealmente perché storditi dal tabacco. Se nel 2018 al ROF di Pesaro queste trovate (esattamente le stesse riproposte a Trieste) parvero riannodare il filo con la tradizione, reciso dall’apparire dell’edizione critica di Alberto Zedda nel 2009, che ne aveva fortemente scoraggiato l’impiego, viste oggi, con le premesse dichiarate dal regista, paiono una scelta poco coerente. Poco coerente ma pur sempre godibile. I cantanti sono stati ben condotti sulla scena, hanno tenuto il ritmo vorticoso delle gags, sfoggiando buona dizione, adeguata capacità mimica e soprattutto buon affiatamento dal punto di vista vocale.

Alessandro Luongo è un Figaro dinamico dalla voce sicura e potente. Una fresca, precisa ed elegante vocalità sfoggia la Rosina di Annalisa Stroppa. Marco Ciaponi regge bene col suo timbro vocale, leggero ma sonoro, la non semplice parte del Conte, in tutta la gamma degli atteggiamenti, da sentimentali a violenti, da seri a farseschi. Virtuosistico, con erre moscia e senza, nella torreziale sillabazione e a voce spiegata, è il senso comico di Marco Filippo Romano nei panni di Bartolo. Robusto anche quello del Basilio di Abramo Rosalen. Bene anche William Corrò (Fiorello), Anna Maria Chiuri (Berta), Armando Ceccon (Ambrogio) e Armando Badia (ufficiale).