“IL BIANCO NON È UN COLORE” DI LICIA UGO

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Storie di migranti ritratti a Trieste e di “orfani bianchi”, bambini lasciati in Romania dalle madri emigrate verso Ovest

di Gabriella Musetti

Licia Ugo
Il bianco non è un olore
Affiori, Roma 2025
pp. 258, euro 20,00

Di Licia Ugo, figlia di esuli istriani e nata in Australia, è recentemente uscito per Affiori, marchio della Giulio Perrone Editore, il romanzo Il bianco non è un colore, ambientato a Trieste. La città è una porta delle migrazioni odierne, ogni sera in Piazza della Libertà, ridenominata Piazza del Mondo, arrivano giovani, famiglie con bambini, persone diverse provate da un lungo cammino, dalle vessazioni delle polizie di frontiera; una umanità che fugge dalla miseria, dalle guerre, dai dispotismi. Il romanzo di Licia Ugo anticipa questa situazione contemporanea. Siamo nei mesi invernali del 2013, la città è battuta violentemente dalla bora fino ad arrivare a episodi di gelicidio soprattutto sul Carso. Milena, la protagonista, da poco superati i trent’anni, è una bibliotecaria in una scuola cittadina dopo essere stata per qualche tempo docente d’inglese, e ha un marito vice questore, assegnato, tra le altre incombenze, alle attività legate alla gestione delle migrazioni sulla cosiddetta rotta balcanica. Milena svolge settimanalmente un volontariato alla Caritas cittadina fornendo aiuto nelle operazioni di sostegno alimentare dei migranti che affollano Trieste in questo tempo gelido e ostile. L’attività di volontariato e le insicurezze della protagonista incidono sottilmente sul rapporto tra i coniugi creando zone di reciproca sospensione. Per motivi familiari, a un certo punto della narrazione, Milena ha la necessità di trovare una badante e, dopo un viaggio solitario in Romania alla ricerca della persona adatta a curare la suocera, entra direttamente nel mondo delle badanti e dei cosiddetti “orfani bianchi”, i bambini lasciati in patria dalle madri che lavorano all’estero, cosa che ulteriormente la rende inquieta.

Il racconto succinto di parte della trama serve a mettere a fuoco una peculiarità del libro, che a tutta prima potrebbe essere indicata come elemento problematico: il volume ha due temi (non solo uno, come solitamente viene raccomandato nei corsi di scrittura creativa per un romanzo), entrambi sono assai impegnativi sul piano sociale e politico, oltre che morale; tuttavia entrambi stanno in piedi. Com’è possibile? Di solito avere più temi in un romanzo è valutato come un difetto perché rende la narrazione squilibrata o non del tutto coerente nella costruzione. Di sbieco a questo discorso notiamo che entrambi i temi, l’immigrazione degli stranieri in Italia (e a Trieste generalmente vista come terra di passaggio, il cosiddetto game della rotta balcanica – che non è un “gioco”, ma una “caccia alla selvaggina” –, come l’autrice sostiene, e fa spiegare ad un migrante iraniano durante la cena alla Caritas) e quello degli orfani bianchi, ovvero l’abbandono, le conseguenze della perdita degli affetti sulla crescita di tanti bambini e adolescenti, sono temi durissimi, aggrovigliati, difficili da affrontare e soprattutto da coniugare in un medesimo romanzo.

Licia Ugo

È proprio la figura della protagonista, non tanto nel suo stato sociale, quanto nei suoi comportamenti quotidiani, nelle scelte, incertezze, riflessioni, ricerche continue di una sicurezza interiore a fare da collante credibile a questi due temi così pesanti. E il suo passato di bambina abbandonata ritorna in flashback ricorrenti che si aprono a diversi piani narrativi in cui passato e presente rimandano a situazioni personali e collettive, intime e sociali, con ottiche di relazione e sguardi multifocali che danno spessore al racconto, facendolo uscire dai canoni soltanto individualistici o al massimo familiari di tanta narrativa contemporanea. È un romanzo che tocca questioni sociali, si interroga su situazioni di emergenza, coglie aspetti spinosi e contradditori della nostra umanità, attraversa ambienti e luoghi geografici mostrandone le diverse angolature. Ad esempio Trieste, in questo romanzo, è narrata non come uno sfondo inerte in cui accadono degli eventi ma come un soggetto vivo, amato (ricordiamo che l’autrice ha studiato nelle scuole superiori della città), un luogo del cuore in cui le vicende e i personaggi trovano una loro collocazione precisa, anche suggerendo degli incontri imprevisti tra personaggi che non si conoscono in una piazza della città, osservata come una scacchiera. Anche nella figura della suocera, raccontando la vecchiaia delle triestine indomite e caparbie, l’autrice rende con una certa ironia un carattere autentico e comune di tante donne ancora battagliere di fronte alla propria fragilità.

Il bianco non è un colore è un libro complesso, con una architettura compositiva articolata che spazia in ambiti diversi, a volte contigui a volte distanti. Svolge una narrazione non lineare ma mescola piani della percezione e della rappresentazione chiedendo al lettore una partecipazione attiva per l’attraversamento del romanzo. Restituisce una realtà frammentata e ricca di sospensioni, interrogativi, mescolamenti, come accade nel colore bianco che esprime la forma dell’assenza, in cui si muovono tuttavia miriadi di soggetti desideranti. Proprio le incertezze e le contraddizioni della protagonista alla ricerca continua di una propria dimensione interiore pacificata, quasi di un risarcimento intimo, un perdono e un superamento di traumi infantili dolorosi portano sostegno alla credibilità della costruzione letteraria, ovvero sorreggono il “patto con il lettore”. Con queste parole intendo dire che una protagonista più assertiva o sicura di sé difficilmente sarebbe riuscita a maneggiare con la cautela necessaria la materia trattata. Non è facile comprendere che nella vita non si può spiegare tutto, ovvero rendere conto di ogni cosa facendo collimare i lati diversi di una situazione, mentre accettare una condizione umana difficile non come perdita ulteriore ma saper accogliere il bene che si ha, saperlo vedere e valutare può fare andare avanti con una maggiore fiducia pur nella fragilità condivisa, perché questa, in fin dei conti, è la vita che a tutti noi è dato vivere.

Migranti in Piazza Libertà a Trieste

 

Licia Ugo è nata in Australia da genitori esuli istriani. Tornata in Italia a nove anni è vissuta a Trieste, poi a Bologna dove si è laureata in Scienze Politiche e attualmente vive a Roma dove si è trasferita dagli anni novanta. Giornalista professionista ha lavorato per RAI 1 e RAI International con documentari, interviste e servizi spesso approfondendo temi sociali. Da sempre scrive racconti, pubblicati in varie raccolte antologiche, ottenendo buoni riconoscimenti. Il suo primo libro L’onnivoro e altri racconti, pubblicato per le Edizioni del Girasole nel 1996, ha vinto il premio “Spazio Donna” indetto dalla città di Striano. Nel 2021 ha curato la regia del docufilm pluripremiato “Detenute fuori dall’ombra”, (prodotto da Arimvideo), sostenuto da UDI Bologna all’interno di un progetto finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri- Dipartimento Pari Opportunità, sulle attività di volontariato dell’associazione nella sezione femminile del Carcere della Dozza, lavoro che racconta la situazione delle carcerate e raccoglie l’esperienza di due ex-detenute.