ISTROROMENI, UNO SGUARDO ALL’OGGI

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L’esposizione si compone di una sessantina di immagini a colori realizzate qualche anno fa nell’ambito di un progetto, sovvenzionato dal Ministero per i Romeni all’estero

Molte foto sono veri e propri brandelli di storia, come l’immagine scattata a Žejane ad Ana Manfreda

lu’ Martenina la donna più anziana del villaggio

di Paolo Cartagine

Ana Manfreda lu Martenina (Žejane)

Il Circolo Fotografico Triestino ospita, nella sua sede di via Zovenzoni 4 a Trieste, nei mesi di novembre e dicembre 2024, la mostra fotografica “Istroromeni”.

Come lo ha definito Claudio Magris, Istroromeni è il nome del “piccolissimo popolo” che vive da oltre cinquecento anni attorno al Monte Maggiore nel territorio dell’Istria oggi in Croazia, costituito da circa duecento persone che tuttora parlano uno dei dialetti della lingua rumena.

Per sfuggire alle invasione ottomane nei Balcani, attorno alla metà del 1400, pastori che parlavano lingue di origine romena, migrando da est, si erano pacificamente insediati in aree spopolate da precedenti epidemie, e si erano mescolati con i pochi autoctoni sopravvissuti. Ne nacque, fra l’altro, una lingua neolatina non scritta, denominata istrorumeno, o rumâreşte oppure vlăşeşte, una sorta di traccia delle complesse stratificazioni di idiomi che la Storia ha lasciato su queste terre.

L’esposizione si compone di una sessantina di immagini a colori realizzate qualche anno fa nell’ambito di un progetto, sovvenzionato dal Ministero per i Romeni all’Estero, finalizzato a documentare le persone di questa comunità e i luoghi in cui vivono.

Gli autori sono Constantin Demeter, Ovidiu Gabor e Gheorghe Petrilă, membri del Club Fotografico Etno Foto Arte di Oradea in Romania che si occupa di valorizzare e divulgare la tradizione popolare della Romania.

Le mostra è organizzata dal Circolo ospitante assieme all’Associazione culturale di amicizia italo-romena Decebal, ed è patrocinata dal Consolato Generale di Romania per il Triveneto. Già presentata in Romania, questa è la prima volta in Italia; l’anno prossimo sarà portata a Roma.

Il Circolo Fotografico Triestino è stato costituito nel 1925 dal dott. Roberto Zuculin che aveva riunito attorno a sé un gruppo di amici con lo scopo di divulgare la cultura fotografica in tutte le sue forme. Da allora l’attività è continuata in maniera ininterrotta, tanto che oggi il sodalizio è uno dei circoli fotografici più longevi in Italia, il più vecchio del Friuli Venezia Giulia. Si appresta a festeggiare il secolo di vita con proposte di rilievo internazionale, come la presente, anche allo scopo di incentivare conoscenze, riflessioni e approfondimenti tematici che vadano oltre la fotografia nel senso stretto del termine.

Matia Smolver presso la bottega del padre falegname a Žejane

Il punto di centrale della mostra è costituito da ritratti ambientati. Giovani, meno giovani e anziani, donne e uomini facenti parte di quella comunità, fotografati in vari momenti e in differenti circostanze: la quotidianità del lavoro e delle faccende domestiche, il recarsi a scuola, le manifestazioni folcloristiche indossando costumi tipici delle ricorrenze importanti. Non secondarie sono lo foto dei paesi e delle abitazioni, nonché degli edifici religiosi, che completano e ampliano il quadro informativo.

La mostra è frutto dell’impegno di persone che ben conoscono questa realtà, essendo fortemente legate alla comunità da fattori umani, linguistici, religiosi e culturali, e da tradizioni. Il contenuto delle foto non si limita a registrare aspetti superficiali o di primo impatto, ma punta invece a cogliere l’essenza dell’atmosfera che connota, nel profondo, luoghi e persone. Per raggiungere questo risultato, gli autori hanno adottato una precisa strategia: fotografare le persone nel loro ambiente, lasciandole libere di assumere atteggiamenti spontanei. Una modalità antitetica rispetto al classico “ritratto di maniera” o alle immagini rapportabili al “mordi e fuggi” dei turisti in cerca di novità e di sensazioni effimere da collezionare.

Per far ciò, gli autori hanno messo al primo posto l’empatia e il rispetto verso le persone da fotografare. In tal modo ogni soggetto ha potuto esprime con tranquillità sé stesso e la propria personalità, con sguardi, posture e atteggiamenti non appiattiti in un unico cliché standardizzato frutto dei desideri o delle imposizioni del fotografo.

Condizionamenti – qui positivamente evitati – che avrebbero precluso al fruitore finale la possibilità di cogliere le sfumature dei diversi modi di essere delle persone, e avrebbe dunque ostacolato l’avvicinamento (ideale) a un mondo che dobbiamo imparare a conoscere.

Chiesa cattolica romana di San Duh a Nova Vas

Perché il compito principale del fotografo che affronta un siffatto tipo di reportage è quello di gettare un ponte fra soggetto e autore, le due individualità che, in quel frangente, si sono venute a trovare davanti e dietro alla macchina fotografica al fine di costruire un’esperienza da condividere. In tal modo quel fotografo diviene il tramite non invasivo dei contenuti fondamentali che ciascuna foto porta con sé. Poi il fruitore avrà modo di osservare e interpretare i risultati per pervenire a una propria motivata interpretazione su ciò che la foto racconta. Perché c’è sempre un io al centro di chi scatta, e c’è sempre un (altro) io al centro di chi viene fotografato, così come lo è per chi guarda la foto.

Coloro che visiteranno la mostra “Istroromeni”percepiranno da subito queste scelte, in forza delle quali i tre autori hanno saputo trovare soluzioni equilibrate ed efficaci in termini di comunicazione visiva, soluzioni che – senza idealizzazione alcuna – sembrano restituire sapori e sensazioni di un mondo ancora non contagiato dai ritmi della vita delle città.

Sono immagini che, oltre all’impressione d’assieme, spesso vivono della presenza di particolari – l’abbigliamento di ogni giorno, gli attrezzi dell’attività agricola, gli arredi, un vecchio pozzo – solo in apparenza secondari ma che fanno parte della storia principale narrata dalla foto.

È inoltre da apprezzare la cura, a monte del progetto, di proporre le immagini con dimensioni tra loro analoghe, segno che non esistono né personaggi privilegiati né situazioni dominanti, ma che tutto è degno di nota e che perciò va testimoniato e ricordato. Dimensioni, peraltro, che suggeriscono di andare vicino alle foto anche per avvalersi delle puntuali didascalie che, con nomi, date e brevi riferimenti storici, integrano ciò che viene mostrato.

Molte foto sono veri e propri brandelli di storia, come l’immagine scattata a Žejane ad Ana Manfreda lu’ Martenina la donna più anziana del villaggio, peraltro custode del dialetto Žejanska puro e senza parole derivate dal croato o dall’italiano. Ma anche osservare l’immagine di Matia Smolver, un ragazzino che già frequenta la bottega del padre falegname, o quella di Georgia Faraguna, figlia di Mirko Belulović l’ultimo fabbro di Šušnjevica, un’antica famiglia istro-rumena di fabbri dove il mestiere veniva tramandato da padre in figlio. Ma pure la foto che ritrae Vilim Sanković lu’ Gržinka intento al lavoro nell’orto che circonda la sua abitazione.

Una completezza mai fine a sé stessa che conduce alla descrizione attenta di ambienti e di modi di vivere, perciò alle persone, da assaporare con un’osservazione lenta e minuziosa, opposta allo scrolling con cui usiamo gestire compulsivamente le foto sui nostri smartphone.

Georgia Faraguna figlia dell’ultimo fabbro di Šušnjevica