IL CASO VENEZI E L’ITALIA

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La prima legge di Murphy dice che, se una cosa può andar male, lo farà. Quindi Beatrice Venezi dal 2026 sarà direttrice artistica della Fenice

di Francesco Carbone

Concerto di protesta dell’Orchestra della Fenice
Campo Sant’Angelo, Venezia. 17 ottobre 2025

Comprate lo specifico,

per poco io ve lo do

(Dulcamara nell’Elisir d’amore)

Se i teatri di lirica in Italia crollassero, soppiantati da arene in cui i direttori sono «clown»(Riccardo Muti, Corriere della Sera, 21 novembre 2025), per chi sarebbe il danno? – Guardiamoci intorno (con gli occhi del Censis, dell’Istat, del CNR): l’Italia è una vecchia che non vuol sapere niente.

Sempre Riccardo Muti alla fine dei suoi concerti, specie se ha davanti una platea di potenti, predica che siamo stati il Paese di Cimarosa, Paisiello, Pergolesi… Anch’io, mentre il Maestro faceva il suo discorsetto dolente, ho visto le facce avulse dei rappresentati del popolo: sindaci con la fascia tricolore, presidenti e assessori in astinenza di cellulare e di ristorante che aspettano che finisca e che non sanno niente. E comandano loro. Rappresentano un popolo che non sa chi sia Monteverdi e che vive benissimo così (lo so, ho osato troppo: ma non conoscere il Vespro della Beata Vergine è come ignorare la Nona di Beethoven).

La prima legge di Murphy dice che, se una cosa può andar male, lo farà. Quindi Beatrice Venezi dal 2026 sarà direttrice artistica della Fenice. E questa è una delle tante spiacevoli conseguenze di quello che siamo: ignoranti (e incattiviti). Se non guardiamo questo, non capiamo niente. Certo che Venezi non ha il curriculum, che quando dirige muove le braccia a «tergicristallo» (Mephisto Waltz sul Sole 24ore) con «totale incongruenza del gesto rispetto a ciò che l’orchestra fa» (Alessandro Tommasi, Le Salon Musical), e che per non perdersi a seguirla «l’orchestra suona a testa bassa» (Angelo Folletto, La Repubblica); ma questo, ora che si tratta di potere, non conta niente.

Venezi è stata nominata da un potere eletto che la sente creatura sua. Quel potere è stato eletto da una minoranza che però, visto ormai che ai più piace non votare, è «maggioranza relativa» (specificazione recente del presidente della Repubblica). E questa è la democrazia, bellezza! – Ora, cosa dicono gli eletti a cui tocca propinarci la Venezi? Il sottosegretario del ministero della Cultura Mazzi dice, in un video che non posso che trascrivere pari pari: «…cioè l’opera è un qualcosa che nasce nella società pre-elettrica e tutte quelle cose che noi vediamo, anche come dire la forma nel canto, l’orchestra che è nella buca, perché è proprio per quello, cioè in fondo l’orchestra veniva considerata come doveva dare il suono, diciamo, quello che oggi magari fanno le basi, fanno altre cose e quel canto era un canto costruito in quel modo, proprio per consentire che anche il pubblico più lontano dei teatri potesse seguire l’opera. Poi dopo è arrivata l’elettricità e sono nate altre modalità, altre forme di canto». Chiaro?

Se Mazzi è la Volpe, il sindaco di Venezia Brugnano è il Gatto? A Brugnano scappa di dirci quanto conti per lui questa seccatura della Fenice: «Bisogna andare a sentire la musica classica da riposati. Se ci arrivi stanchissimo, come me che mi alzo alle sei, ti cade l’entusiasmo». Brugnano dice entusiasmo e tutti abbiamo capito al crollo di quale sua zona anatomica si riferisca. Brugnano e Mazzi di per sé non sono niente, ma rappresentano e ragionano come almeno mezza Italia.

Il Consiglio d’indirizzo della Fenice, che ha ribadito la nomina di Venezi, è fatto da sei persone: tutte nominate dalla democratica politica (Ministero della cultura, Comune e Regione): in questo caso, di fatto un monocolore di destra il quale ha pure vietato all’orchestra della Fenice di leggere un comunicato di protesta prima della Clemenza di Tito con cui è cominciata la stagione.

Alberto Mattioli sintetizzava già un anno fa: Venezi non è «un celebre direttore d’orchestra che è anche di destra. È un direttore d’orchestra diventato celebre perché è di destra» (Destra maldestra, Chiarelettere 2024). Leggiamo infatti su La Nacion di Buenos Aires che Venezi è diventata «directora invitada» del teatro Colón (il ruolo di cui più si vanta) solo per una richiesta dell’ambasciata italiana: «con una importante carta de presentación de mano de la política como es su amistad con Meloni…».

Che la politica non vada messa in mezzo perché qui conta solo la musica, che cioè la Fenice possa difendersi da una nomina stupida tenendo fuori della porta il diavolo già rientrato dalla finestra, a me pare un’inevitabile ma pia illusione. Riconoscere la competenza come primo criterio per scegliere un professionista è una azione eminentemente politica e sempre divisiva!

Questo governo, col suo sottobosco (si legga qualunque giornale: in Italia non si fa che nominare), è di destra: questa destra il trumpismo ce l’ha nel sangue da molto prima di Trump. Il trumpismo pratica regole semplici, monotone, inderogabili e al momento infallibili. Il refrain è noto: attaccare sempre, non ammettere mai niente, dire sempre che si ha vinto. Questo è il copione anche per portare Venezi alla Fenice.

Per capire l’aria che «la directora» si porta dietro: i professori d’orchestra del Massimo di Palermo che hanno osato dire come stanno le cose con lei sul podio, sono stati sospesi una settimana senza stipendio. Quando a Taormina è stata nominata direttrice artistica del festival lasciando ignaro il sindaco (che ha il doppio difetto di essere di centrosinistra e di rappresentare il 50% della Fondazione), con non so quale cavillo Venezi è stata nominata dal commissario regionale e dall’assessore al turismo della regione Sicilia: tutt’e due di destra. Sono nomine politiche che Venezi accetta beatamente.

I professori della Fenice e delle orchestre con loro solidali (tutte o quasi: Scala, Petruzzelli, Toscana, Rai, Opera di Roma, Arena di Verona, Catania, Bologna, Torino, Trento e Bolzano, persino Trieste), potranno ripetere all’infinito che la politica qui non c’entra. Ma non è vero. Se non trova un limite in un contropotere, il gusto del comando diventa sempre il piacere di fare tutto. Vecchia storia che si ripete: oggi il cambiamento climatico non esiste, allo zio acquisito della nipote di Mubarak si dedicano aeroporti e riforme costituzionali, Biden ha rubato le elezioni, in Cisgiordania regna la pace di Trump…

Quando la realtà stessa viene rimossa, nessun illuminismo è più possibile. – Torno al piccolo grande caso: che Venezi non sia la musicista che crede lo vedono tutti? Proprio per questo nominarla è un piacere doppio. Vedrete che la infileranno dappertutto come il prezzemolo. – Venezi diventa un simbolo, perché il punto ormai è radicale e primitivo: non si tratta di decidere se lasciarla agitare una bacchetta davanti a un’orchestra, ma di far vedere chi comanda. Ricordiamo La Nacion: la «directora» conta per la sua «amistad con Meloni». La Venezi è Meloni. Il futuro? Meloni al Quirinale, Venezi alla Scala. Ovvero: il cavallo di Caligola fatto senatore non è una perversione del potere ma la sua essenza folle. Avverrà sempre, se qualcos’altro non lo ferma (Montesquieu insegna questo).

Quando il ministro della cultura Giuli millanta che Venezi non farà sentire «la mancanza di nessuno dei suoi predecessori» (Abbado, Muti, Karajan, Kleiber, Ozawa, Chailly…), non solo è chiaro che non sa di cosa parla, ma che neppure gl’importa. Giuli è uno dei Dulcamara messi a difendere una della squadra. Quotidiani come Il Giornale intanto fanno il lavoro per cui esistono: Venezi gode «di fama mondiale»! Qui il mondo è il fantastico «globo terracqueo» di Meloni. Intanto Venezi ci crede, e non ci si può non domandare che senso morale abbia per pensare di dirigere con la forza orchestre che non la vogliono.

Non sul Giornale, ma su Musica, la migliore rivista di classica in Italia, Venezi semplicemente non c’è: ha inciso due dischi due, con orchestre di provincia, di cui non si è accorto nessuno. Ma per spacciare Venezi agli italiani bastano i Dulcamara: «Udite, udite, o rustici / Attenti, non fiatate…». Sarà dura non arrendersi, ma noi non ci arrenderemo.