IL CINQUANTESIMO ANNO DI LETARGO DELL’ORCOLAT

| |

di Giulia Scigliuzzo

Federico Savonitto Orcolat
Kublai Film – Rai Cinema
2026
La locandina

Cinquant’anni fa il Friuli tremava sotto le scosse di uno dei terremoti più feroci mai affrontati dal Paese. Proprio a ricordo di tale evento, si sono aperte le porte dell’edizione 2026 dell’Aquileia Film Festival, grazie alla proiezione del documentario co-prodotto da Rai Cinema: Orcolat.

Nel 1976 il risveglio dell’Orcolat fu così brusco da solleticare anche il resto dello Stivale, come a ricordare l’esistenza di quella singolare porzione di Italia. È così che il regista Federico Savonitto ci introduce alla figura mitica dell’orco ormai diventato per i friulani uno di quei parenti da amare a distanza di sicurezza. Prima della proiezione, Piazza del Capitolo ha saputo essere salotto accogliente per la presentazione del libro Quando tornano le rondini (Mondadori, 2026) di Giada Messetti, giornalista friulana che attraverso il lavoro di archivio è riuscita a completare il puzzle di un’infanzia figlia del terremoto. L’esperienza letteraria di Messetti ha saldato il patto di intimità necessario ad addentrarsi nella costellazione di voci che si raccontano nel documentario. A fare da filo conduttore in Orcolat ce n’è una, di voce: quella inconfondibile di Bruno Pizzul, che, senza fronzoli o formalità, ripercorre una storia che diventa, man mano che ci si incanala nella narrazione, la storia di molti. Paolo Rumiz, Dino Zoff, Manuela di Centa sono solo alcune delle personalità che hanno messo a servizio la loro esperienza in questa operazione di memoria corale.

Se è vero che il programma dell’Aquileia Film Festival ha potuto vantare proiezioni dal respiro internazionale, tra cui la prima mondiale de L’impero Assiro. La storia rivelata (vincitore di questa edizione) e urgenti dibattiti sulla distruzione provocata dalle guerre nel mondo (Italia: viaggio nella bellezza), il docufilm Orcolat è l’evento sentito, quello che unisce e valorizza il patrimonio immateriale della Regione. La proiezione più che essere una formalità volta a omaggiare un tragico anniversario, sembra voler guardare dritto negli occhi il proprio territorio, dimostrandone anche i lati più viscerali, così come il radicamento ad una tradizione panica.

Ciò che di certo affascina del documentario è il tono, popolare ed onirico, a metà tra la finzione ed il sogno, sorretto dalla figura mitologica dell’Orcolat, illustrato con il tratto di Davide Toffolo, artista e musicista di Tre Allegri Ragazzi Morti. Mentre fa i conti con una storia a tratti mistica e terrena, il pubblico di Aquileia sembra essere tenuto al sicuro dalle mura della basilica, dal suo imponente campanile e dai cipressi che contornano la piazza. Proprio le luci blu e rossa che vestono per l’occasione rispettivamente basilica e campanile, suggeriscono al pubblico il necessario contatto tra la scienza e la coscienza umana. In Orcolat di Savonitto non c’è spazio solo per le risposte gelide e razionali di una neonata scienza come la sismologia, ma anche per le suggestioni inspiegabili che hanno aiutato bambini e adulti ad affrontare il trauma della distruzione. Il film si apre infatti con la voce di un bambino, cauta guida nella casa dell’Orcolat, che la leggenda vuole alle radici del Monte San Simeone.

Un’altra è la storia che emerge dal ritmo incalzante che prende il documentario nei reperti d’archivio che ci mostrano la cruda realtà fatta di tendopoli, sirene e delle raccolte fondi volte a tamponare i danni del maggio del ’76. Le macerie provocate dal sisma non hanno semplicemente cancellato i sacrifici di migliaia di lavoratrici e lavoratori, hanno operato come un inchiostro indelebile che ha cambiato per sempre la geografia della regione. È rimasta solo la polvere, tanta polvere, a rievocare il ricordo di una terra che non c’è più se non nel ricordo, individuale o collettivo che sia.

Giada Messetti all’Aquileia Film Festival