IL MALE OSCURO DI D’ANNUNZIO
il Ponte rosso n. 111 - gennaio 2025 | Pietro Gibellini | saggi
Un libro-chiave di Gianni Oliva per comprendere la personalità dell’autore abruzzese
di Pietro Gibellini
Le pagine che seguono e che con piacere ospitiamo sul Ponte rosso portano una firma illustre, quella di Pietro Gibellini, per anni docente di Italianistica all’Università di Trieste e fra i maggiori conoscitori dell’opera di Gabriele D’Annunzio e in particolare di Alcyone, il capolavoro lirico del poeta, di cui ha curato l’edizione critica. Le note che pubblichiamo sono state scritte a commento di un volume già apparso nel 2007 (ma ora ripubblicato in versione aggiornata) di un altro importante studioso, Gianni Oliva, già docente all’università di Chieti-Pescara, anch’egli conquistato dal fascino dell’Immaginifico, cui ha dedicato una nutrita serie di opere.
La redazione
pp. 208, euro 22,00
Un giorno, visitando il Vittoriale tanti anni fa, un amico mi disse: «Peccato che non l’abbia chiamato Sconfittuale, o almeno Conflittuale». La battuta mi torna alla mente rileggendo D’Annunzio e la malinconia, il saggio che Gianni Oliva pubblicò da Bruno Mondadori nel 2007 e che, da tempo esaurito, torna ora in libreria in versione aggiornata. Il titolo potrebbe trarre in inganno il lettore. Questo non è uno studio biografico e nemmeno un repertorio di passi dall’epistolario o dalle opere dello scrittore che potrebbero costituire un ottimo terreno di caccia per uno psicologo alle prese con una sorta di sindrome bipolare che affliggeva D’Annunzio, e non solo nella triste vecchiaia. Sotto l’amante e il guerriero che appassionano i lettori meno illuminati e raffinati si nasconde un atrabiliare cronico. Non è neppure un libro tematico, o almeno soltanto tematico, anche se lo studioso percorre lungo la pista della malinconia la cartiera letteraria dello scrittore, dai versi giovanili, non sempre solari, fino alla sua ultima opera significativa, il Libro segreto di Gabriele d’Annunzio tentato di morire la cui copertina l‘autore volle che recasse due liste di lutto, come un manifesto funerario. Si tratta in realtà di un libro-chiave, una interpretazione globale della vita e soprattutto dell’opera dannunziana alla luce del sentimento dominante della Malinconia. Uso la maiuscola perché Oliva inserisce, accanto a questa grande, altre categorie, varianti o forme affini: frustrazione, nostalgia, depressione, rimpianto, sgomento, evasione, disperazione. Oliva parte da lontano, da Ippocrate e dalla teoria dei quattro umori che determinano i caratteri: il sanguigno, l flemmatico, il collerico e il melanconico, nel quale, come dice il nome, predomina la bile nera. Una svolta decisiva la imprime Aristotele, il quale teorizza che i grandi artisti e pensatori sono quasi tutti toccati da quel male oscuro, che peraltro in più occasioni è il motore della loro operosità.
Lo studioso indica poi altre fonti presenti a D’Annunzio, dall’incisione di Dürer ai saggi noti a D’Annunzio; ma soprattutto ha il merito di appoggiare la sua interpretazione sui testi dannunziani, pezze d’appoggio che costellano il libro e lo trasformano in una sorta di prezioso e mirato repertorio. Rilette in sequenza, le pagine malinconiche dello scrittore assumono una luce, anzi un’ombra nuova. I protagonisti dei romanzi, trasparenti controfigure dell’aurora, ci appaiono come dei superuomini falliti, dei velleitari insoddisfatti dai limiti imposti loro dalla umana condizione: Andrea Sperelli, il protagonista del Piacere, che vorrebbe amare sia Elena che Maria le perde entrambe quando, abbracciando questa le sfugge di chiamarla con il nome dell’altra. Claudio Cantelmo, delle Vergini delle rocce, che vorrebbe generare con una delle tre principesse il futuro re di Roma, resta a mani vuote, incapace com’è di sceglierne una e una sola. Giorgio Aurispa, frustrato dal pensiero di possedere solo il corpo dell’amata e non la sua mente, si getta nell’abisso trascinandola con sé in un gesto suicida e omicida in conclusione del Trionfo della morte. Quando, dal Notturno in poi, D’Annunzio rinuncia ai sosia romanzeschi per esprimersi in prima persona, l’affioramento carsico della malinconia si fa più frequente.
Riluttante ad accettare la realtà labile e transeunte, lo scrittore la riveste di veli simbolisti e drappi mitologici. Persino le imprese d’alcova e di trincea di cui si vanta Gabriele («erotica heroica») nascerebbero da insofferenza malinconica: sotto i panni del dongiovanni c’è un seduttore seriale, costretto a cercare sempre altre donne perché perennemente insoddisfatto; il poeta-soldato rischia la vita sperando di ottenere, più che una vittoria trionfale, la «bella morte» che può dargli una gloria meno effimera.
La radice di questa Malinconia con la maiuscola risiede infatti, secondo Oliva, nell’incapacità dell’uomo di accettare la sua finitudine esistenziale, un sentimento che accomuna d’Annunzio ai grandi autori della modernità secolarizzata, da Foscolo a Leopardi a Baudelaire. Come loro, l’unica speranza è riposta nella forza eternatrice dell’arte: ma è una speranza traballante anche nel poeta che si proclamava postero di se stesso. Il vecchio poeta, pensando ai suoi levrieri sepolti nel giardino, vergò un epitaffio che scovai tanti anni fa, non senza emozione. Comincia con versi da brivido in cui il poeta immagina che gli scheletri canini rodano le loro stesse ossa e termina con i seguenti: «Ogni uomo nella culla succia e sbava il suo dito, – ogni uomo seppellito è il cane del suo nulla».
