IL MEIN KAMPF DI STEFANO MASSINI

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di Luigi Cataldi

 

Stefano Massini
foto di Filippo Manzini

Il pubblico che il 16 ottobre scorso gremiva il Teatro Rossetti ha ricompensato con una lunghissima ovazione Stefano Massini alla fine del suo Mein Kampf (con le scene di Paolo Di Benedetto, le luci di Manuel Frenda, i costumi di Micol Joanka Medda, la colonna sonora di Andrea Baggio; produzione Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana).

Se, come dice l’autore, «bisogna avere il coraggio di guardare il male negli occhi, per sventarlo», se lo spettacolo, per catarsi, è un antidoto all’orrore, allora l’entusiasmo del pubblico dovrebbe essere la dimostrazione del successo di questa operazione e l’orrore dovrebbe essere stato allontanato dal cuore delle persone presenti. Ho unito i miei applausi a quelli degli altri, per questo monologo, magistrale, per l’incisività del testo, per la forza della rappresentazione, per l’impatto che l’attore ha saputo esercitare sul pubblico, e lodevole per lo scopo che si prefigge. Ma allo stesso tempo esso solleva problemi di cui vale la pena discutere e che mi inducono a pensare che non è detto che lo scopo possa essere raggiunto per la strada (emotiva più che riflessiva, suggestiva anziché pedagogica) per la quale Stefano Massini ci ha condotto.

È giunto dal fondo del teatro e si è fermato sulle scale del palcoscenico per dar voce al dialogo, l’unico dello spettacolo, fra Emil Erich Kästner, celebre scrittore di libri d’infanzia, e un suo appassionato lettore, che lo incontra, nell’immediato dopoguerra, in una libreria. Il nazismo aveva distrutto i suoi libri nel grande rogo del 10 maggio 1933 in Opernplatz a Berlino e Kästner, per non abbandonare la Germania, aveva promesso di non scriverne altri e di assistere ad ogni altro simile rogo che sarebbe stato fatto. Con la fine del nazismo e la ritrovata libertà, i libri in libreria sono tornati, ma Kästner sorprende il suo interlocutore: a bruciarli non furono i nazisti, ma un libro, dice. «I nazisti, caro signore, erano un libro, niente sarebbe stato com’è stato, milioni di morti sarebbero vivi e milioni di libri non sarebbero cenere se un ragazzo di nome Adolf chiuso in una cella a Landsberg non avesse scritto quel libro».

Bücherverbrennungen
Rogo di libri
Berlino, 10 maggio 1933

Poi Massini, senza inutili metamorfosi, con la sua faccia, la sua barba incipiente, il suo abito scuro, sale sulla piattaforma inclinata, sghemba e luminosa, che fa da palcoscenico, e presta corpo e voce al lungo monologo del Führer. Senza precisi riferimenti storici, ma piuttosto con la voce dell’io che ora rievoca, ora rimugina, ora inveisce, egli traccia una sorta di autobiografia fino alla vigilia della dettatura, in carcere, a Rudolf Hess nel 1924, della prima parte di Mein Kampf. La piattaforma luminosa diviene così spazio immaginario interiore (coscienza frustrata, allucinata, piena di rancore, di collera) o esteriore (l’angusta casa borghese familiare, le strade di Vienna, le fabbriche e le birrerie di Monaco, le sale del partito, le piazze plaudenti). Su di essa precipitano con gran fragore, tanto da mutarla in una sorta di opera cubista, pezzi di storia che offrono spunti all’allucinato protagonista: cappello, soprabito e valigia (in quell’effigie spesso ricordiamo gli ebrei deportati), vetri infranti (allusione alla notte dei cristalli), libri (che evocano roghi e epurazioni), monete (che testimoniano il successo e i finanziamenti ottenuti). Frasi emblematiche, ossessivamente ripetute, spesso urlate, segnano gli accadimenti. «Io non voglio diventare un impiegato» dice il giovane Hitler abbandonando la casa paterna e la mediocre vita borghese; «Io vedevo tutto: lo sforzo infame dei facchini, le schiene piegate delle lavandaie, l’inchino dei lustrascarpe, calli alle mani dei falegnami, ustioni al polso dei fabbri, tagli sulle gambe degli stagnai, ulcere rosse fino al sangue di chi mescola la calce», rimugina a contatto coi lavoratori di Vienna mentre si mantiene là vendendo acquerelli. «In mancanza di soluzioni, la soluzione è inventare un nemico. Chi? Il diverso, l’altro, l’ebreo», esulta dopo averlo trovato. C’è poi il vittimismo di chi dal nemico si sente oppresso: «Parliamo di come ti hanno tolto la voce? Di come ti hanno soffocato in ogni minima ambizione? Hai dovuto ripiegare scendendo al contrario la scala, gradino dopo gradino… e tu stai zitto? Stai zitto. Tolleri». C’è infine l’esaltazione per la guerra («la guerra è selezione dei migliori») e, dopo la sconfitta della Germania nella Grande guerra, l’inizio di quella che egli chiama «la mia battaglia»: «Non è il tempo del dolore», urla, «è il tempo del riscatto».

Una scena di Mein Kampf
foto di Filippo Manzini

Sulla pedana c’è un unico, gigantesco io, con la sua maniacale e inflessibile volontà. È quell’io che crea ciò che prima non c’era, cioè seguaci sempre più numerosi, desiderosi di riscatto. È quell’io che li infiamma perché combattano la sua battaglia. L’idea di fondo dello spettacolo è quella sentita all’inizio dalla bocca di Kästner (che in verità non è solo uno scrittore di libri per bambini, ma un importante intellettuale berlinese, pacifista, esponente della Neue Sachlichkeit), secondo la quale il nazismo non ci sarebbe stato senza Mein Kampf e Hitler lo avrebbe creato quasi dal nulla, con le sue parole e la potenza della sua voce.

Io credo che le cose siano esattamente opposte. Che ci fosse bisogno di orecchie predisposte all’ascolto, che quelle orecchie abbiano riconosciuto, in quella voce, la voce del padrone che cercavano, il messia dell’orrore che aspettavano. Più semplicemente, che le circostanze storiche (Massini non tenta neppure di ricostruirle, ma lascia che il pubblico lo faccia da sé) abbiano creato il mostro e non viceversa. Perciò nell’interminabile ovazione di fine spettacolo mi pare ci possa essere, non solo e forse non tanto, la reazione di un pubblico vaccinato contro le derive autoritarie di oggi, quanto l’emotiva adesione degli spettatori al personaggio, che, pur senza baffetti, affascina per la sua forza, la sua determinazione, il suo successo.