IL ROMANZO AUTOBIOGRAFICO DI SABA ANGLANA
Fulvio Senardi | Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025 | narrativa
Un fermo monito a un presente che traligna
di Fulvio Senardi

La signora Meraviglia
Sellerio, Palermo 2024
pp. 298, euro 17,00
Il romanzo La signora Meraviglia di Saba Anglana – cantante, attrice e scrittrice, qui all’opera prima – entrato nel 2025 nella dozzina di prima scelta dei candidati allo Strega è attualmente, a quasi due anni dalla prima uscita (marzo 2024), alla sua terza riedizione. Sarebbe ingeneroso nei confronti della giuria che ha incoronato L’anniversario di Andrea Bajani attribuire l’esclusione del libro della Anglana dalla cinquina finalista a una certa sordità italiana nei confronti della tematica coloniale; eppure è giusto ricordare che si tratta di un tema rispetto al quale il Paese si sente vergine e pulito, con la conseguenza di un relativo disinteresse, come se l’Italia non avesse offerto anch’essa un pesante tributo di sangue (africano) al mito dell’uomo bianco civilizzatore.
Il libro, dall’evidente contenuto autobiografico (Anglana nasce a Mogadiscio nel 1970, frutto di un matrimonio misto), tesse abilmente sull’ordito del racconto, a tratti tragicomico, della faticosa acquisizione della cittadinanza italiana da parte della zia della protagonista – in Italia da decenni ma sempre scarsamente interessata al riconoscimento ufficiale della sua appartenenza – una trama brulicante di episodi e personaggi, con un suggestivo andirivieni nella Storia, a partire dal rapimento della nonna dell’Io narrante che, strappata dall’Etiopia, viene portata in Somalia negli anni dell’Africa orientale italiana.
La complessità del contesto consente ad Anglana di mettere a tema una serie di roventi nuclei problematici: essere minoranza (gli etiopi in Somalia), esperire il razzismo come una morsa costante e soffocante, vivere vittime del pregiudizio (che è morbo contagioso ed esportabile, forse connaturato alla natura umana: i somali musulmani nei confronti degli etiopi cristiani) e della violenza; condizioni nelle quali, oltre lo specifico delle situazioni narrate, non è difficile riconoscere lo specchio e la metafora della grande malattia di un Occidente che si sente, a torto, invaso, dopo essere stato, da Hernan Cortes in poi, lungo uno scorrere di secoli che comprendono gran parte della Modernità, uno spietato invasore che sfrutta e fagocita sotto l’ipocrita maschera del civilizzatore.
Chi ora pensasse a un testo di denuncia del colonialismo italiano sarebbe fuori strada; il giudizio, per quanto non ambiguo, si desume soltanto da minimi segnali, mentre l’impianto complessivo resta quella dell’epos familiare, con due fondamentali centri di gravità: il motivo della ricerca identitaria e quello della scarto di civiltà tra il mondo africano ed europeo, paradigmi che in qualche modo si incarnano nella figura autobiografica della protagonista (ma, sembrerebbe, senza lacerazione). A partire dall’assioma che solo dopo aver sciolto il mistero dell’origine si diventa ciò che si è, riconoscendo la propria specificità individuale e, con postilla umanistica, acquisendo la capacità di aprirsi all’Altro accettandone la diversità, la protagonista scava nelle vicende della famiglia, nel suo lato africano, a partire dalla consapevolezza di essere il prodotto di “radici svolazzanti” (dato di fatto, se vogliamo, che appartiene all’umanità intera, ma di cui ha perfetta coscienza solo chi è stato stritolato nei tempi brevi di una Storia che ha generalmente un metabolismo assai più lento e provoca metamorfosi quasi impercettibili). Guai però a lasciarsi intrappolare in una identità che reclude e occlude, rendendo impossibile ogni apertura alla diversità (ciò che in termini politici si potrebbe definire come “sovranismo”).

Anglana lo racconta benissimo nella cifra metaforica del monte Entoto, il punto più elevato di Addis Abeba, coperto da una foresta di eucalipti creata da Menelik II, e dove sorge la chiesa di San Michele e un reclusorio per gli indemoniati; ebbene, spiega la protagonista, gli alberi sono talmente resilienti, per la forza delle radici, che, anche tagliati, continuano a buttare germogli succhiando tutta l’acqua del terreno e inaridendolo. Una bella immagine dall’evidente ambivalenza, facilmente trasferibile alla vicenda della pianta-uomo, irremovibilmente radicata nella sua humus, ma anche pericolosamente ancorata a un retaggio che richiede, per la realizzazione di sé, un pieno superamento; come conclude Anglana, con intonazione quasi aneddotica: «occorre occuparsi delle radici per potersene liberare» (p. 230).
E c’è poi – ragione non ultima del fascino del libro – l’evocazione del mondo africano, ora in chiave eminentemente narrativa: la ricostruzione del passato della famiglia a partire dalla nonna, la fanciulla rapita alla sua terra e trascinata in un ambiente nuovo e ad essa irriducibile, anche per quei soli tratti somatici che la condannano a restare eternamente straniera, istillando poi nella famiglia (un sentimento che a Trieste conosciamo bene) un “complesso di minoranza” che è sinonimo di esclusione e annuncio di possibili abusi; ora come diario del viaggio in Etiopia della protagonista, per ottenere informazioni e documenti necessari alla concessione alla zia della cittadinanza italiana, con la curiosa dissociazione di sentirsi a casa (per la somiglianza somatica: «i nostri corpi, persino il mio, sembrano fatti su questi altipiani, gli occhi grandi, le ossa allungate, le fronti spaziose che prendono meglio tutta questa luce», p. 244) e al tempo stesso straniera (per l’ignoranza dell’amarico) e la sgradevole sorpresa di vedersi venire alle labbra, come per velenoso contagio ambientale (di matrice italiana), parole venate di razzismo. Infastidita delle domande delle autorità e dalla petulanza della burocrazia, così Anglana, «mi si affollano nella testa frasi che non so da dove vengano, non sono nemmeno mie – E allora quando sbarcano in Italia loro (corsivo nel testo NdA) e non hanno nemmeno i documenti? –» (p. 246).
Peraltro, l’aspetto più problematico del libro – che nulla toglie alla qualità né al piacere della lettura – è il tentativo di avvicinamento al cuore misterioso della civiltà africana. Lungo due direttrici: una strada narrativa che ingloba una sorta di sguardo antropologico e un risvolto lirico-metaforico che si sforza di compensare sul piano della scrittura (con risultati, lo ripetiamo, di alto livello) l’impossibilità di cogliere da dentro una civiltà totalmente aliena al razionalismo occidentale.
Europa ed Africa (quella appena sfiorata dalla cultura cristiana o islamica, importanti fattori di omogeneità culturale e di razionalizzazione del lato oscuro della spiritualità), due mondi sordi l’uno all’altro. Vicini geograficamente ma distanti, come lo è l’uomo-natura che è concresciuto nel vivente in tutte le sue forme e colloquia con i trapassati, si nutre di presagi, pratica la magia come chiave d’accesso ai segreti dell’Essere, articola il suo rapporto con il presente, il passato, il Tutto in forma di mito, dall’europeo del cartesiano “chiaro e distinto”, delle “sensate esperienze” e “necessarie dimostrazioni” di Galileo, dall’“hypotheses non fingo” di Newton che inaugura, a inizio Settecento, la stagione del razionalismo trionfante. Tanto distanti che già porre in scrittura, con le regole della sintassi, della consecutio, dell’ortografia, la realtà pre-alfabetica di un mondo retto da logiche di “partecipazione mistica” (Lévy-Bruhl), è una maniera di proclamarne l’inafferrabilità. Una sorta di “principio di indeterminazione” applicato alle culture, in forza del quale lo sguardo dell’osservatore impregna delle proprie certezze, e quindi travisa, il fenomeno osservato (caso estremo: l’Orientalismo studiato da Edward Said).
È ciò che proclamava in fondo Joseph Conrad, nel suo più suggestivo racconto africano, Cuore di tenebra, sfiorando il mondo nero e sigillandolo nel silenzio, senza osare penetrarvi con strumenti logico-linguistici, grazie a formule (sostanzialmente elusive) come “barbarie”, “orrore”, “greve, muto incantesimo della selva selvaggia” (traduzione di Francesco Persichelli), ecc., oppure sfidava l’intelligenza del perplesso André Gide, nel Viaggio al Congo degli anni Venti, quando assiste alle danze africane notando che, ben oltre la categoria estetica a cui si sforzava di ricondurle, contenevano un inspiegabile surplus mistico-religioso che poteva condurre a fenomeni di possessione, trance, ecc.
Abilmente Anglana cifra questa incomunicabilità in un titolo dal duplice significato. Perché la “signora Meraviglia” è tanto la maga somala che interpreta il destino, guarisce le malattie (del corpo e dell’anima), mette in comunicazione con il mondo degli antenati, padroneggia insomma tutto ciò che contesta e nega i presupposti illuministi dell’intelligenza occidentale, quanto, nella prospettiva africana, quel «mistero insolubile inventato dall’uomo bianco» (qui è Conrad, che si pone dalla parte di un africano della ciurma in viaggio sul fiume Congo) che sono le leggi sulla cittadinanza, la burocrazia che le sostiene, e la regola che le determina.
Un libro fallito dunque? Non direi. Collocandosi nella posizione di Gide che, ammirando il canto dei rematori in terra congolese (con il rimpianto, divertente osservazione, che Strawinsky non sia con lui ad ascoltarlo), annota che «questa polifonia per allargamento e disfacimento del suono, dubito che sia possibile annotarla coi nostri mezzi grafici. […] Alcune voci salgono, altre discendono. Si direbbero liane attorno al tronco principale, che ne assecondano la linea, ma senza seguirla esattamente. Pare un tronco di ficus.» (traduzione di Franco Fortini). Scegliendo dunque una strada metaforica, chiusa quella, impossibile, della partecipazione al mistero dell’Altro.
In conclusione, con suo pieno merito, La signora Meraviglia, appare, se non un passo decisivo verso la comprensione di una realtà totalmente estranea all’Occidente (ammesso che sia possibile), un fermo monito etico-politico – cui dà forza la sapienza letteraria e l’urgenza testimoniale dell’esperienza vissuta – rivolto a un presente attraversato da tendenze isolazioniste e in cui paiono prevalere moti di chiusura e pulsioni di rifiuto; dove, diciamolo con le parole del presente, la “sfavillante” Europa, patria della democrazia, copre di fango i suoi tanto decantati valori.
