I BRONZI DI SAN CASCIANO AD AQUILEIA
archeologia | Gennaro Rega | Il Ponte rosso n. 121 -dicembre 2025
A cinquant’anni di distanza dal recupero dei Bronzi di Riace del 2022 fu annunciato il ritrovamento di 24 sculture in bronzo durante gli scavi nel Bagno Grande di San Casciano, in provincia di Siena
di Gennaro Rega
All’inizio di dicembre, in una grigia mattinata feriale ho deciso di visitare per la seconda volta la mostra “Gli Dei ritornano. I Bronzi di San Casciano”, curata da Massimo Osanna e Jacopo Tabolli, allestita all’interno dei nuovi depositi del Museo archeologico nazionale di Aquileia, dove rimarrà aperta fino all’8 marzo 2026. L’esposizione arriva in regione dopo le edizioni che si sono svolte nelle prestigiose sedi del Palazzo del Quirinale, del Museo archeologico nazionale di Napoli, del Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria e della James-Simon-Galerie di Berlino. Ma ha il pregio di mostrare per la prima volta in Italia anche le ultime novità delle più recenti campagne di scavo (2023 – 2024). Si tratta quindi di una proposta culturale di assoluto rilievo, ricca di suggestioni sui rituali e sulle dinamiche cultuali di un’area ritenuta sacra nell’antichità etrusco-romana per la presenza di acque termali dalle spiccate qualità terapeutiche.
Per sottolinearlo riprendo una frase del coordinatore scientifico dello scavo e co-curatore della mostra Jacopo Tabolli, direttore del CADMO (Centro di Archeologia per le Diversità e le Mobilità preromane) dell’Università per Stranieri di Siena: «quest’ultima edizione della mostra aggiunge un tassello fondamentale alla conoscenza del santuario del Bagno Grande a San Casciano dei Bagni e soprattutto al suo carattere eccezionale di spazio millenario di multiculturalismo e plurilinguismo».
Il visitatore avrà dunque l’occasione di ammirare un prezioso documento dello stratificato e variegato patrimonio archeologico nazionale, testimonianza dell’articolata storia di popoli che hanno abitato nei millenni l’Italia. Ma da quando la ricerca archeologica ha permesso la fruizione di tutto ciò al grande pubblico?
A cinquant’anni di distanza dall’eccezionale recupero (16 agosto 1972) delle due celeberrime, ma non ancora definitivamente attribuite e denominate, statue di bronzo, nel mare di Riace, nel novembre del 2022 venne annunciato un emozionante ritrovamento di ben 24 sculture in bronzo durante gli scavi nei pressi e all’interno del Bagno Grande di San Casciano, in provincia di Siena. Sto menzionando due tra le più rilevanti scoperte archeologiche avvenute nel Dopoguerra in Italia, che contribuiscono fortemente a un «progresso […] spirituale della società» (art. 4 Cost.) di cui ancor oggi abbiamo assoluto bisogno. Ma se il primo rinvenimento fu il frutto di una fortunata casualità, il secondo è avvenuto grazie a un accurato studio di perlustrazione del territorio e a una lungimirante programmazione interdisciplinare. Si tratta, in effetti, di una vasta perlustrazione nel territorio senese condotta sotto la direzione scientifica del già citato Jacopo Tabolli, in accordo con il Ministero della Cultura e il Comune di San Casciano dei Bagni, e in collaborazione con la soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio delle province di Siena, Grosseto e Arezzo.
La prima campagna di scavo era stata avviata nel 2016 con l’intenzione di mettere in luce un monumentale complesso sacro legato alla presenza di fonti d’acqua calda fino a 40°, proprio nell’area di San Casciano. Dunque uno scavo relativamente giovane, ma che con regolari e metodiche ricerca sul campo porta via via alla luce sempre nuovi straordinari reperti. Dagli strati di fango che coprivano il cosiddetto Bagno Grande ecco dunque riaffiorare quello che, accuratamente ripulito e restaurato, il visitatore potrà ammirare esposto ad Aquileia. Statue di pazienti, strumenti chirurgici e parti anatomiche in bronzo (in particolare due rilevanti placche poliviscerali), bronzetti raffiguranti bambini in fasce, migliaia di monete, lasciate come obolo alle divinità e ai loro sacerdoti, ma anche i resti di offerte votive come oggetti in legno, frutta, pigne, gusci d’uova, e altri reperti organici, di cui soltanto un’atmosfera priva di ossigeno ha potuto garantire la conservazione per millenni. L’area termale salutifera, ancor oggi attiva, era infatti conosciuta e frequentata dalle popolazioni etrusche e da quelle italiche fin dal III° secolo a.C. D’altronde il termalismo per cure di ogni tipo (come anche in questo luogo con dovizia testimoniano gli ex-voto riproducenti ogni parte del corpo umano) era particolarmente apprezzato nell’antichità greco-romana. Ad esempio, in un passo delle Epistulae di Orazio dove il grande poeta venusino chiede consiglio per un luogo termale curativo dei suoi malanni, si allude alle “fonti di Chiusi” (fontes Clusinae) che gli archeologi (cito Massimo Osanna) non escludono si possano identificare proprio nei Bagni di San Casciano.
A questo proposito vorrei osservare che nell’allestimento attuale manca un plastico o un diorama che aiuterebbe i visitatori a ricreare l’ambientazione di questo «miracoloso» luogo dove le acque calde introducevano il fedele al contatto con la divinità. Essa, come possiamo leggere nelle tante iscrizioni su bronzo o su pietra, nei tempi più antichi veniva riconosciuta come Apollo (Aplu, in etrusco) o Fortuna Primigenia, e in età imperiale come Asclepio o Hygea o Iside. Ma perfino la stessa vena d’acqua in almeno cinque iscrizioni dedicatorie è definita in etrusco «Flere Havens», cioè «Nume della Fonte Calda».
Dunque sopperendo con le mie scarne parole a questa mancanza, ecco una descrizione che può dare un’idea di tutto il complesso santuariale. L’edificio, con la sua grande piscina centrale, non era un semplice impianto termale, per balneazioni o benessere quotidiano, ma una costruzione monumentale volta a circoscrivere, proteggere e sacralizzare la sorgente, le cui acque erano destinate appunto a fini terapeutici o propiziatori, come testimonia la considerevole quantità di ex-voto di ogni tipo e di monete soprattutto di età imperiale fresche di conio. A sud di questo insediamento, denominato Bagno Grande e scandito un tempo da un portico con colonne alte cinque metri, si estendevano ampi spazi per offrire edifici e terme pubblici, luoghi di accoglienza per i pellegrini. Infine nel territorio circostante durante l’Impero di Roma sorgevano perfino ville rustiche di grandi personaggi della politica. In definitiva il “santuario di sorgente” era il fulcro di un’area sacra che nel corso di sei secoli fu oggetto di continui ampliamenti e abbellimenti fino alla sua soppressione in conseguenza dell’affermazione del Cristianesimo come religione di stato. La pietas pagana, tuttavia, non obliterò ma mise quasi a dormire questo luogo di devozione. Nel V° secolo le macerie e le colonne spezzate sigillarono la Vasca Grande e tutto il resto del santuario. La scoperta dei “moderni”, però, ha permesso di farci rivivere con una evidenza emozionante la pratica devozionale degli “antichi” per un bene di tutti: «per sora Acqua/ la quale è molto utile, umile, preziosa e casta».
Ed ecco lungo il percorso di sale dalla luce soffusa venirci incontro per primo, quasi come un padrone di casa, lo splendido bronzo di Apollo in atto di scagliare una freccia con la bocca socchiusa e una torsione del corpo che sembra quella di un danzatore. Poi, a seguire, le statue, tutte rappresentate secondo la cosiddetta «misura onorata», alte cioè fino a tre piedi romani (circa 1 metro) di donne, uomini, bambini offerenti e riconoscenti alla calida aqua senese. Alcune hanno braccia aperte alla preghiera, volto estatico, ma anche i segni della sofferenza. Un giovane orante è rappresentato con le mani rattrappite e una postura rigida. Una testa ritratto di donna non cela le rughe che si incurvano verso il basso della bocca, e le borse sotto gli occhi. Attraggono inoltre le acconciature femminili e maschili di alcuni personaggi. Ad esempio, il volto di una matrona dalla chioma bipartita con due lunghe trecce annodate che lo incorniciano. Come anche la resa della capigliatura di alcune teste virili: una mostra ciocche a ricciolo che paiono annodarsi, un’altra presenta capelli bulinati e cortissimi che mettono in bella evidenza la forma del cranio. Ammirevole infine il bronzo del cosiddetto «infante con palla», che reca sulla gamba destra inciso il nome della città (e forse del dio) di Chiusi. In una posa di aggraziata naturalezza alza la destra reggendo quella che probabilmente era un’offerta alla divinità e nella mano sinistra, abbassata sul fianco, stringe una sfera ancora in grado di ruotare. Al petto ha la bulla sospesa da una fascia chiusa sul collo che è il caratteristico amuleto che proteggeva gli infanti nella prima parte di vita.
Le sale a conclusione del percorso espositivo propongono i nuovi sorprendenti ritrovamenti nell’area del santuario. Infatti le perlustrazioni degli archeologi nella stratificazione più profonda della Vasca Sacra, proprio al di sotto del compatto strato di tegole dove fu deposto il sigillo rituale del fulgur conditum (esposto nella mostra)⁶ che secondo una tradizione etrusca doveva essere “sepolto” nel luogo stesso del tempio dove per prodigio divino era caduto il fulmine, hanno permesso di recuperare altro prezioso materiale votivo. Del putto ho accennato in precedenza. Ma di forte suggestione scultorea è il torso maschile tagliato a metà nel senso della lunghezza, con la dedica votiva e il nome del fedele. Sono inoltre esposti cinque serpenti in bronzo di varie dimensioni, e allusivi allo spirito della sorgente e alle sue virtù rigenerative, di cui uno con barba e «cresta» notevole per forma e per lunghezza⁷.
In tarda mattinata esco da questa emozionante immersione nel mondo antico, con sotto braccio ancora il mio catalogo “napoletano”, rammaricato perché non ho potuto sostituirlo con il nuovo sull’allestimento di Aquileia, in corso di stampa.
