IL SILENZIO RACCONTA
Fabia Trotta | Il Ponte rosso n. 119 - ottobre 2025 | saggi
In Esplorare il silenzio, Nicoletta Polla-Mattiot riflette sul valore della comunicazione tacita
di Fabia Trotta

Esplorare il silenzio
ED Enrico Damiani, Vignate (MI) 2024
pp- 268, euro 14,00
A poco più di un anno dalla sua nuova pubblicazione, la prima risale al 2004, la raccolta di saggi Esplorare il silenzio (ED Enrico Damiani, 2024) di Nicoletta Polla-Mattiot costituisce una pietra miliare nello studio pluridisciplinare del silenzio; a ribadire l’attualità e l’interesse che il tema del silenzio suscita, l’inclusione come traccia all’esame di Maturità 2024 di un brano tratto dal volume da lei curato Riscoprire il silenzio. Arte, musica, poesia, natura tra ascolto e comunicazione (Dalai editore, 2013).
In un’epoca in cui domina la necessità narcisistica del raccontarsi e raccontare, anche quando si ha ben poco da dire, il silenzio ribadisce la sua imprescindibile valenza, grazie alla quale avviene qualsiasi forma di comunicazione. Esso svela una volta in più le sue ‘tacite’ ma ineludibili funzioni, prima fra tutte quella di creare una pausa nel parlato, uno spazio vuoto che funge da cassa di risonanza del ‘non-detto’.
D’altronde già nelle scuole di retorica antica, veniva insegnato puntualmente l’impiego della pausazione e del non detto. Come sintetizza l’autrice: «È questa tecnica che vogliamo indagare. La capacità di scegliere un mezzo di comunicazione complementare più che alternativo alle parole, di approfondire le sue ampie potenzialità espressive, persuasive, seduttive e di applicarlo, di volta in volta, a discipline e territori di ricerca diversi».

Ecco dunque in primo luogo che l’invito di Menandro (III sec. a.C.) «Di’ qualcosa di migliore del silenzio o taci» diviene parametro del parlare. Ma la funzione del silenzio travalica l’ambito del parlato e si esplica, con modalità diverse, in qualsiasi campo artistico: dalla scrittura alle arti figurative, dalla scultura alla musica. Come dichiara Paul Claudel: «La poesia non è fatta di questi versi che pianto come chiodi, ma del bianco che resta sulla carta». In modo analogo John Cage, compositore e teorico musicale statunitense, rivoluziona la definizione convenzionale di musica con la sua composizione 4’33’’ (1952), in cui «prescrive all’esecutore un silenzio completo ed è questo che il pubblico è invitato ad ascoltare.[…] gli unici fenomeni acustici» prosegue la Polla-Mattiot «sono i rumori ‘eseguiti’ dagli ascoltatori stessi». Il pubblico ‘passivo’ diventa dunque ‘artefice attivo’. Il tema del silenzio sarà ripreso da Cage, dieci anni più tardi, nella sua raccolta di scritti e saggi, Silence (1962)appunto. Ma applicazioni simili del silenzio si trovano anche in numerose rappresentazioni teatrali. L’autrice a tal proposito sceglie a titolo esplicativo l’opera Le sedie di Eugène Ionesco nella quale sul palco un oratore muto si rivolge a un pubblico di sedie vuote. «Il paradosso si sviluppa contemporaneamente in tre direzioni: attirare l’attenzione del nulla (la platea vuota) sul nulla (il discorso impronunciabile) col nulla (il silenzio grondante di gesti, con il quale l’oratore cerca di comunicare)».

Allegoria del silenzio
affresco, 1582
Città del Vaticano, Sala degli Svizzeri
Ritornando al parlato, il silenzio non consente semplicemente la turnazione nella conversazione ma, abilmente usato, si ammanta di un’aura di superiorità, di sacralità. L’autorità si esprime attraverso il silenzio, un silenzio conativo che sottende un comando. A questo proposito si veda la figura del logoteta (la ‘bocca’ del sovrano), colui che traduceva per i sottoposti il volere dell’imperatore che invece sedeva silenzioso sul trono. E ancora a questo tipo di silenzio si potrebbe associare anche quello del mistico che proprio attraverso questa modalità si pone in ascolto del divino.
Ma come già evidenziato dalla Polla-Mattiot il silenzio è una potente arma di seduzione. Nell’Ars amandi di Ovidio si legge il seguente consiglio: «Cela le tue forze, non far vedere quanto sei abile nel parlare, le tue frasi rifuggano da parole eccessive e moleste. Chi se non uno sciocco declama di fronte a una tenera amica?». Le pause, i silenzi opportunamente dosati costituiscono l’arma infallibile del perfetto seduttore. Un sospiro, una frase lasciata a metà sono più efficaci delle parole. L’aposiopesi appunto o reticenza è una figura retorica collegata e interconnessa con la preterizione. «Nella prima», spiega la Polla-Mattiot «si interrompe, più o meno seccamente, una frase, lasciando all’ascoltatore il compito di completarne il senso. Nella seconda, si finge di voler tacere ciò che in realtà si dice (Non nominiamo neppure le sue qualità, dalla bellezza alla cultura…Non puoi sapere la noia di quel programma…)».

affresco, 1442, Museo di San Marco, Firenze
A tale proposito è particolarmente interessante l’uso del silenzio nella comunicazione fra uomo e donna. L’autrice cita il bellissimo saggio di Marina Mizzau in cui si analizza il monologo, da La mite di Dostoevskij (pp.34-35). In questa analisi la Mizzau evidenzia come il silenzio sia strumento di potere.
Il silenzio dunque non deve essere inteso come sottrazione ma come aggiunta, dal potere soverchiante rispetto alla parola. A tale proposito l’autrice cita un racconto di Kafka Il silenzio delle sirene, nel quale lo scrittore ipotizza che Ulisse fosse stato sedotto non dal canto delle sirene ma dal loro silenzio. «Sennonché», scrive Kafka «le sirene possiedono un’arma ancor più temibile del canto, cioè il loro silenzio».
Il silenzio, per sua natura difficilmente definibile può essere associato al vuoto. Di nuovo non nel senso aristotelico di mancanza, di aporia ma di aggiunta. Si veda ad esempio l’uso dello spazio vuoto nelle arti figurative o il semplice abbozzo dell’opera incompiuta nella scultura ma il vuoto ha una sua funzione anche in relazione all’attività creativa. A tal proposito credo sia pertinente citare un passo di Massimo Recalcati che nel Lavoro del lutto. Melanconia e creazione artistica (ed.Poiesis, Alberobello, (Bari) 2009, pp.63-65) racconta il caso di Ruth Kjär, tratto da un articolo di Melanie Klein. Ruth è una donna che possiede tutto quanto si possa desiderare: bellezza, intelligenza, denaro. Tuttavia è depressa e soprattutto ha perso la propria capacità creativa. In passato la donna dipingeva. Un fatto però innesca un rinnovato impeto creativo. L’episodio risale al periodo natalizio in cui il cognato, mercante d’arte, le comunica di aver venduto un’opera e che pertanto passerà a ritirarla per consegnarla all’acquirente. La casa di Ruth infatti è piena zeppa di quadri tanto che se si volesse non sarebbe possibile aggiungerne uno nuovo alle pareti. «Mentre fa colazione, dopo che quest’opera è stata tolta dalla parete, Ruth Kjär osserva il vuoto che si è aperto nella catena fitta di quadri. […] Ruth rimane come sedotta dal vuoto della parete. […] Comincia allora a lavorare sulla tela e a dipingere quadri. […] Quando gli mostra le opere, il cognato resta stralunato: ‘Non le avrai certo fatte tu!’. Ma invece le aveva fatte proprio Ruth Kjär». Recalcati quindi conclude con l’osservazione che la condizione dell’impeto creativo è l’esperienza del vuoto.
In conclusione, la riscoperta del vuoto, del silenzio in contrasto con l’anelito bulimico di possesso e di sonorità della nostra epoca, si pone come condizione di comunicazione sia nell’esperienza quotidiana, nei rapporti interpersonali, sia in ambito artistico. «Il resto è silenzio». (cit. di Maffei dall’ Amleto di Shaekespeare, in Polla-Mattiot, p.18).
