L’ISOLA CHE (FORSE) VERRÀ
beni culturali | Il Ponte rosso n. 131 settembre 2026 | Roberto Curci
Cambierà volto dopo vent’anni il Salone degli Incanti, ex Pescheria
Troppo alto e vasto come contenitore di mostre d’arte? Intanto resta chiuso
di Roberto Curci

Ci sono ancora, a Trieste, molti che la ricordano e alcuni (anziani fragili, s’intende) che la rimpiangono. La Pescheria, sì la vecchia Pescheria Grande, quella di Riva Nazario Sauro, ovvero “Santa Maria del Guato”, col suo impianto basilicale e il suo campanile che in realtà era la torre dell’acqua. La ricordano per l’atmosfera specialissima che vi regnava, per l’animazione, per il vocio, perché faceva da pretesto per una passeggiata “in Riva” a chi la preferiva alle tante pescherie rionali e se ne ritornava a casa con cartocci gocciolanti.
Sappiamo com’è andata. Col pretesto delle aste del pesce che vi si svolgevano è stata ribattezzata Salone degli Incanti e tramutata in Centro Espositivo d’arte moderna e contemporanea, ma meglio sarebbe dire contenitore di mostre preconfezionate e importate, talora egregie talaltra opinabili. Il bando di gara comunale per un concorso di progettazione era del 1999, il contratto d’appalto del 2002, anno in cui iniziarono i lavori di ristrutturazione, che si conclusero nel 2006 (la storia dell’edificio, ideato e costruito dall’architetto Giorgio Polli nel 1913, è riepilogata in un volume edito appunto nel 2006 da Iniziative Culturali, “braccio” editoriale di Fondazione CRTrieste, co-titolare della riconversione assieme al Comune: “La Basilica in riva al mare” il titolo, con molte foto d’epoca e un testo di chi sta oggi scrivendo queste righe). Sindaco era, dal 2001, Roberto Dipiazza; Riccardo Illy era Presidente della Regione FVG (da lui, come precedente sindaco, il primo impulso all’operazione); presidente della Fondazione CRTrieste era – ed è – Massimo Paniccia. E la struttura fu con gran battage inaugurata da una mostra sulle “Timeboxes”, ovvero le “scatole artistiche” del re della Pop Art, Andy Warhol.

Che ragione c’è, oggi, di riparlare dell’ex Pescheria? Il fatto, d’altronde già ben noto, che ancora una volta, vent’anni dopo, la coppia Comune-Fondazione ha pensato (bene, male?) di rimetter mano alla fisionomia interna dei 28 mila metri cubi di volume del Salone, cioè di ripensarlo e di ristrutturarlo. Si riscopre quanto già si sapeva: era scontato fin da subito che la vastità e l’altezza ecclesiali dello spazio interno costituissero un busillis per qualsiasi allestimento si rendesse necessario per qualsivoglia mostra calendarizzata. Ma che il problema fosse risolvibile, anche con soluzioni creative decisamente funzionali e pure eleganti, sembrava – ed era – altrettanto ovvio.
«è uno spazio talmente bello» aveva detto alla sua prima visita uno che se ne intende (o intendeva), Vittorio Sgarbi: «è una Kunsthaus perfetta. è in centro, a pochi passi del Museo Revoltella. Servono – aggiunse – un gestore e una programmazione di almeno due, tre anni». Non andò così, e la scelta delle mostre da importare a Trieste fu affidata (certo, con assenso municipale e congruo esborso) a ditte esterne specializzate in produzione, organizzazione e realizzazione di eventi espositivi: e in effetti, dal 2006, sono transitati nel Salone nomi eccellenti del Gotha artistico e culturale internazionale (alla rinfusa: Kounellis, Banksy, Escher, Tolkien, Lachapelle…), con mostre più o meno azzeccate benché con lo scandaloso record negativo (epperò “multimediale e sensoriale”) di una sedicente Frida Kahlo, rappresentata da nessuna opera sua e da un ammasso di cianfrusaglie con la sua immaginetta votiva.
Al contrario, la conferma che nello spazio madornale del Salone si potessero creare situazioni espositive perfino affascinanti la si ebbe, probabilmente, con le mostre dedicate a due maestri sommi della fotografia, Steve McCurry e Sebastiao Salgado, impaginate entrambe in maniera suggestiva e, queste sì, fortemente “sensoriale”.

Progetto preliminare di ristrutturazione
E tuttavia si cambia, a dispetto dell’opinione di Sgarbi (che tra l’altro s’infuriò col Comune, e col Sindaco in persona, quando nel 2017 la “sua” mostra sulle opere della collezione Cavallini-Sgarbi, “Le stanze segrete”, fu – a suo avviso – scarsamente promossa e ci furono rabbiose divergenze sui costi e sui ritorni economici. Questioni di vil denaro, insomma. Per cui «Mai più una mostra a Trieste!» fu la conclusione del noto storico e critico).
Fatto sta che oggi la parola è ripassata allo studio fiorentino Archea Associati di Marco Casamonti, che già fu artefice, nel 2017, della mutazione del vecchio edificio ottocentesco del dirimpettaio Magazzino Vini in un ampio (e poi fortunato) punto vendita di Eataly. Allora l’intervento – parola dell’architetto – comportò l’inserimento di «una struttura eterea e trasparente all’interno delle volumetrie originarie tutelate dalla Soprintendenza».
L’attuale progetto preliminare per il Salone prevede invece (ovviamente su tutt’altri spazi) «la creazione di un giardino d’inverno polifunzionale al pianoterra e di un’isola sospesa interna per spazi espositivi dedicati alle grandi mostre, oltre a una terrazza panoramica vista mare». Questo in poche e assai generiche parole. Se ne deduce comunque che chi vorrà bearsi delle prossime, futuribili mostre (al momento, e ormai da tempo, il Salone è ovviamente chiuso), dovrà salire, per così dire, al primo piano, ovvero ai 230 metri di superficie espositiva dell’isola sospesa, che si spera non sia del genere di quella di Peter Pan.
Resta il dubbio per il profano. Era davvero necessario questo “ribaltone” della fisionomia originaria dell’opera di Giorgio Polli? Qual è la vera motivazione di tale operazione, che stravolge comunque – “modernizzandolo”, forse – lo “spazio talmente bello” visto da Vittorio Sgarbi, e non solo?
E si affollano un sacco di altre domande. Ammesso che il progetto preliminare proceda (probabilissimamente sì), quali saranno i tempi dei lavori, a Salone chiuso e senza alcun altro spazio espositivo cittadino di tale capienza? Si sa che Trieste è famosa per i suoi annosi stand-by, ed è vano qui enumerarli, essendo noti a tutti (una parolina soltanto per un altro congruo e spettacolare spazio, lasciato al degrado o quanto meno inutilizzato, nonostante i tanti volontaristici progetti stilati dall’uno e dall’altro: il Gasometro del Broletto, ahimè periferico).
Quando dunque riaprirà i battenti il Salone? Farà la fine dell’Aquario, tanto per fare il nome di una realtà contigua? E che cosa si vedrà al piano di sopra? Beh, su questo è davvero inutile riflettere. Certo non si vedrà alcunché che abbia attinenza col territorio, come in vent’anni ampiamente dimostrato. E si badi che, col “territorio”, andrebbe intesa a parer nostro una vasta area geopolitica che la posizione frontaliera e di “ponte” di Trieste autorizzerebbe a ipotizzare.
«Un contenitore perfetto – aveva giudicato a suo tempo (2013) anche l’allora direttrice del Revoltella, Maria Masau Dan –. In passato, dopo Mascherini, avevo proposto una terna di mostre di scultura: Ivan Meštrović, Attilio Selva, Arnaldo Pomodoro. Immaginate che bello vedere le opere dorate di quest’ultimo alla luce del tramonto. Un vero e proprio effetto gioielleria». Un immaginario diverso, insomma, che traeva linfa – come sarebbe stato giusto – dalle risorse di un “territorio” comprensivo di Vienna, di Budapest, di Lubiana, di Zagabria (Meštrović, appunto). Ma vinsero i grandi nomi sospinti da mezzi e interessi di ben altra dimensione, niente affatto “provinciali” (accusa rivolta a chi, consentendo illo tempore con Sgarbi, concordava con l’opportunità della scelta di un “gestore” del Salone e di un’assennata, non casuale programmazione).
L’ex Pescheria resta dunque in non troppo fiduciosa attesa. Per la sua riapertura, sia pur resa ormai irriconoscibile nelle fattezze, con robusti innesti di vetro e metallo, scatta da oggi (a vent’anni dalla sua trasformazione in Salone delle arti) un conto alla rovescia, di cui vedranno l’epilogo gli eventuali posteri.

Salone degli Incanti – 7 febbraio -21 giugno 2015
ULTIMA ORA. Il presidente della Fondazione CRTrieste Paniccia conferma al quotidiano locale il progetto e, con esso, il proposito di trasformare il sito in una “piazza coperta sul mare”, non “una cattedrale nel deserto, ma una piazza viva per Trieste”. Mostre? Sì, anche. Ma al piano di sopra, appunto.
