IRREALTÀ E REALTÀ DI TRIESTE di Rebecca Bonato
Scrittori che passano, statue che restano
Trieste di giorno e di notte
di Rebecca Bonato
Hermann Bahr, figura centrale del modernismo viennese ed europeista ante litteram, fu tra i pochi intellettuali del suo tempo a volgere lo sguardo verso le regioni più marginali dell’Impero austro-ungarico. Il suo Viaggio in Dalmazia (Dalmatinische Reise, Fischer Verlag, Berlino 1909, indi, in traduzione italiana: Mgs Press, Trieste, 1996) si snoda lungo la costa adriatica, toccando luoghi che Bahr conosce già, ma che percorre con uno sguardo rinnovato, distaccato e penetrante, attento a cogliere le tensioni culturali, linguistiche e politiche che attraversano questi territori di confine.
Quando approda a Trieste, a metà febbraio 1909, Bahr restituisce un’immagine della città sorprendentemente lontana dai toni celebrativi di altri viaggiatori austriaci o tedeschi. Bahr non accenna all’incontro con il mare che ha emozionato Grillparzer, non parla delle rapide occhiate alle bellezze femminili locali che si era concesso il giovane Freud e non lo colpisce nemmeno la Trieste, insieme cattolica e pagana, che invece aveva ammaliato Ricarda Huch. Per Bahr «Trieste non è una città. Qui si ha l’impressione di non essere da nessuna parte. Sembra di muoversi nell’irrealtà».
Nell’intricato mosaico di definizioni possibili per la città, l’aggettivo irreale si distingue per una sua singolare aderenza.
È un ecosistema a sé stante, in sincronia con il ritmo della natura, che diventa ostica nei mesi invernali quando soffia un vento freddo e penetrante che solo i triestini hanno imparato a sopportare e a raccontare con formule gnomiche colorite come «Co la Bora ulula, el diavolo se ciama fora». Con la primavera, invece, la città si ridesta, i suoi abitanti escono dal loro letargo forzato e la città rinasce. Il vento, tanto amato dai locali, continua a soffiare anche nei giorni di calda estate, ma più mite, tanto da sembrare un sottofondo musicale della vita cittadina. La bora sembra essere il mezzo di trasporto prediletto da tutti quelli che approdano nell’eolico capoluogo di regione, pare quasi accompagnarli da quando escono dall’imponente edificio della stazione, fino alle zone più vive ma meno riparate della città.
Eppure, in questa irrealtà che tanto infastidiva Bahr, Trieste sembra trovare una sua forma più concreta proprio nei suoi fantasmi più illustri, che hanno lasciato la loro traccia e il loro peso sparsi per la città. Basta camminare per il centro per incontrare bronzee figure che sono presenze silenziose, ma tutt’altro che morte o irreali. Sono lì, tra la folla, immerse nel rumore della città, tra il tintinnio dei bicchieri nei caffè storici e le voci che si rincorrono sulle rive. Le statue di James Joyce, Umberto Saba, Italo Svevo e Gabriele D’Annunzio non sono monumenti immobili ma punti di incontro e di passaggio; così la città – che a prima vista pare sospesa – si anima nei suoi scrittori, trasformandosi in un palcoscenico. Joyce sul Ponte Rosso, D’Annunzio in Piazza della Borsa, Saba nei pressi della via San Nicolò, che ospita anche attualmente la sua Libreria antiquaria.
Proprio nei luoghi in cui queste figure si stagliano silenziose scorre tutta la vita; sembrano punti di innesco e nodi vivi in cui la vita triestina si racconta ogni giorno.
Se si passa in zona Ponte Rosso, in particolare la domenica, camminando lungo le vie pedonali che costeggiano il Canal Grande, si scopre il cuore pulsante del mercato. Ci si immerge in un mondo fatto di bancarelle in cui si può trovare di tutto: vestiti un po’ demodé, vinili di ogni tipo, dai grandi successi di Mina a dischi di Lorenzo Pilat, tele di autori sconosciuti un po’ accartocciate e mal riposte in cornici scolorite, e tanta bigiotteria, da sembrare inesauribile. Quello che c’è di peculiare sono le figure, che davvero sembrano irreali, di anziani che trascorrono ore ben riparati dal sole a guardare con attenzione e apprensione chi si avvicina ai loro oggetti. La domenica in Ponte Rosso è rumorosa e l’aria sa di solai chiusi e memorie impolverate. In aggiunta la fragranza del mare è inconfondibile, difficile capire se questa provenga dal canale o dalle cucine degli innumerevoli locali rigorosamente a base di pesce, sovraffollati nel fine settimana e silenziosi durante i giorni feriali.
In mezzo a tutto questo, la statua di Joyce resta lì, con il passo sospeso sul ponte, come se ascoltasse in silenzio la storia che ogni domenica prende forma attorno a lui.
Se poi si lascia il canale e si risale verso Piazza della Borsa, la scena muta totalmente. Qui la statua di D’Annunzio è immersa in un flusso continuo di gente, parole e passi. La piazza è uno di quei luoghi in cui il tempo sembra curvarsi: da un lato i palazzi neoclassici che guardano austeri, dall’altro la vita della città che si dispiega in tutte le sue forme. Sedendosi per qualche ora al cospetto della porta medievale la cui chiave di volta mostra una testa d’Ercole, si vedono uomini e donne dall’eleganza impeccabile che si concedono un bicchiere di vino terminata la giornata, lavoratori in pausa pranzo che sostano quasi reverenti accanto alla statua del Vate, oppure qualche scolaresca che in compagnia dagli insegnanti si ferma per immortalare la gita di fine anno con una fotografia, con D’Annunzio e la Camera di Commercio a fare da silenzioso ma autorevole sfondo. D’Annunzio osserva tutto con aria impassibile, testimone silenzioso di un’umanità teatrale che, senza saperlo, gli somiglia un po’. La piazza è il suo palcoscenico: lì tutto succede.
Basta allontanarsi di poche centinaia di metri dalla vivacità di Piazza della Borsa per entrare in una dimensione totalmente diversa, apparentemente più quieta e meditativa, dove la frenesia degli spazi aperti si smorza e prende un ritmo più lento. In piazza Hortis c’è la statua di Italo Svevo, ennesimo fantasma familiare, intorno al quale tutto prende una cadenza diversa: il mattino arriva timido e da lì il tempo si dilata. Al centro di questa quiete la statua bronzea ed elegantemente vestita diventa il fulcro di una coreografia che sembra studiata nei dettagli: ogni giorno, intorno alle sette del mattino, vengono allineate cassette di frutta e verdura da un uomo ormai anziano che con una lentezza cerimoniale inizia ad allestire il suo banchetto. Durante la mattinata, lo si vede osservare con curiosità i volti di chi si avvicina, intrattenendosi in un gioco silenzioso che consiste nell’indovinare da quale parte d’Italia provengono gli avventori intenti a scegliere con cura gli ingredienti per il pranzo. È un rituale che si ripete indisturbato e che Svevo pare osservare con benevolenza. Verso le 13, tutto questo scompare, come se si chiudesse un sipario, per poi riaprirsi e presentare un’altra scenografia. La piazzetta si riempie di bambini che giocano, madri che li rincorrono, anziani che leggono il giornale e professori universitari che si prendono del tempo per preparare le lezioni o per rispondere a qualche mail.
Con il calare della sera, piazza Attilio Hortis abbandona la sua compostezza diurna e diventa più vibrante: Svevo diventa il protagonista della vita notturna della città. Ogni studente universitario può vantare una fotografia sgranata con lo scrittore nella galleria del proprio telefono, il terreno diventa accidentato e sotto le suole si avverte lo scricchiolio dei cocci di vetro, resti di qualche bicchiere, proveniente dai locali vicini, caduto da mani distratte.
Se Hermann Bahr, in un’epoca certamente instabile, scelse un aggettivo che suggeriva un’aura di distacco, le statue di Trieste raccontano un’altra verità, più palpabile e vibrante. Se avesse oggi modo di passeggiare tra queste vie e di respirare il ritmo degli abitanti che si muovono attorno ai monumenti, probabilmente non scriverebbe più di «irrealtà». Si troverebbe, invece, a celebrare una vitalità inaspettata e una riscoperta concretezza che lo avvicinerebbero al sentire di quegli altri autori che, con sguardo più sereno o forse più lungimirante, hanno saputo cogliere la vera anima di Trieste.
