IL TEATRO, HERR SCHMITZ… IL TEATRO!

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Una serata movimentata in Via dei Fabbri

di Riccardo Cepach

Locandina delle manifestazioni sveviane

Trieste, 20 dicembre 2024. Teatro dei Fabbri. Era dai tempi di Pirandello e Marinetti che non si assisteva a una rappresentazione teatrale tanto vivace e battagliera. Fra palco e platea va in scena il conflitto. Non solo e non tanto quello storico che fra 1914 e 1918 ha insanguinato l’Europa (impropriamente detta “mondo”), al centro della pièce La Guerra, Herr Schmitz… la Guerra!, scritta da Fulvio Senardi e diretta da Maurizio Zacchigna, ma quello fra l’autore e il regista, il testo e la messa in scena, differenti concezioni artistiche, censura e libertà.

Del resto, è sempre dai summenzionati tempi che la prosa giornalistica dedicata alla rappresentazione teatrale non si configura più correttamente come “cronaca”, ciò che in questo caso, invece, è assolutamente necessario. Non citerò le personalità intervenute e sorvolerò sulle toilettes delle signore, ma questa rappresentazione non si può raccontare senza ripercorrere lo svolgimento della serata. Che inizia con quello che viene annunciato come un breve preambolo – designato “cantuccio dell’autore” – e si rivela come una contestazione anticipata dello spettacolo: Senardi sale sul palco per riferire di non essere stato coinvolto in alcun modo nella messa in scena di cui ha potuto prendere coscienza soltanto a cose fatte, all’altezza della prova generale. La quale gli si è rivelata come un tradimento del suo lavoro drammaturgico divenuto «un canovaccio per una farsa da teatro delle marionette, a metà fra strada fra Sturmtruppen e la Commedia dell’arte». Nei termini di Brecht si tratta di «teatro gastronomico», avverte, ossia di facile digestione, con l’aggravante di aver censurato alcuni passaggi politicamente delicati del testo (cosa che, alla prova dei fatti, nella rappresentazione non si riscontra, né dal punto di vista della censura, né, a dire il vero, della delicatezza). Il pubblico reagisce: si contesta all’autore di rendere impossibile una fruizione serena dello spettacolo; l’autore ribadisce il suo diritto alla parola; interviene un membro del cast; gli animi si scaldano; infine si conviene di dar avvio alla rappresentazione.

La voce di Italo Svevo (Maurizio Zacchigna), che per l’occasione parla in dialetto triestino, si mischia con quella dei cannoni che riecheggiano nell’aria: siamo nel 1916, in piena guerra e Svevo, a Trieste, dal tavolino di un caffè, legge, osserva, discute gli eventi bellici con due militari, entrambe figure storiche ed entrambi scrittori: uno austriaco, Volkmar Iro (Omar Giorgio Makhloufi), e uno tedesco, Walter Flex (Tommaso Sculin). Li riconosciamo – così come il cameriere-violoncellista interpretato da Massimo Favento e la cantante Carla (evidentemente figura del personaggio dell’amante di Zeno nella Coscienza) interpretata da Enza De Rose – dai nomi che portano scritti a caratteri di scatola, bianchi sulle maglie nere, sicché si intuisce che le scelte registiche non vanno esattamente nella direzione della rappresentazione naturalistica. L’intuizione si rafforza con il palleggio acrobatico che il protagonista Svevo-Zacchigna inscena lanciando in platea – mai tanto coinvolta – un pallone gonfiato ad aria a forma di mappamondo (evidente citazione del Grande dittatore chapliniano), fragile tanto che per farlo deflagrare non servirebbe un ordigno di potenza inaudita, come quello preconizzato da Svevo nella chiusa del suo romanzo, ma basterebbe uno spillo. Insomma, il punto della contesa si chiarisce presto: la regia – collettiva, ribadisce Zacchigna a fine spettacolo – fa largo uso di effetti scenici e di stilemi di un teatro espressionista (potenti declamazioni in un tedesco abbaiato, movimenti a scatti, rigidi e innaturali) che, a dire il vero, mi sembrano armonizzarsi efficacemente con l’ambientazione cronologica della pièce, donando vivacità e colore alla messa in scena. Il testo, da parte sua, procede con sicurezza, condotto con intelligenza e competenza da Senardi che ha una profonda conoscenza dei temi di cui si parla e fa emergere chiaramente la pur complessa posizione di Svevo sui temi della guerra e della pace, oggetto di un suo incompiuto scritto saggistico: «La Guerra è e resta una cosa turpe per ogni Uomo equilibrato e morale… La sua turpitudine non è diminuita né dal Patriottismo né dall’Eroismo…È moralmente inferiore al Duello […] è pura nequizia…».

Si resta incerti. Da un lato dispiace il conflitto così platealmente aperto, il duello per un’opera che, sorprendentemente, funziona su diversi piani, coinvolge e diverte. Dall’altro vien voglia di considerare il tutto come uno straniante – di nuovo Brecht – complesso meccanismo provocatorio che in un gioco raffinatissimo di mise en abyme, come si diceva un tempo, inscena l’essenza stessa del conflitto, la sua natura profonda, fatta di incomprensione e disconoscimenti incrociati. L’autore disconosce la professionalità e l’esperienza del regista, il suo istinto di abitatore del palcoscenico e, soprattutto, la libertà interpretativa del metteur en scène. Non consente che l’autore, licenziato il testo, debba fare un passo indietro, spossessarsene per quanto possibile e consentire al regista di darne la sua versione. Sull’altro lato il regista designa l’autore di incompetente, poco avvezzo alle prassi della scena che vedono, lui, l’autore, lontano, prudentemente e igienicamente fuori dalla messa in scena. E mi pare che sbagli due volte. La prima perché la sterilizzazione dell’autore, nel caso di una pièce al debutto, non è che sia proprio prassi. Che Shakespeare, per fortuna, sia morto, è un vecchio adagio del teatro ma, quando così non sia e l’autore, nonché Shakespeare – ma questo Senardi non lo ha mai preteso – non sia neppure trapassato, ignorare del tutto la sua opinione, il suo intento, rifiutarsi addirittura al confronto con chi quel testo teatrale ha pensato e prodotto mi pare al contrario un tantino irrituale e, come si vede, poco accorto. In secondo luogo, Senardi non è affatto incompetente di teatro. Lo ribadisce lui stesso nel corso del confronto, ricordando la sua laurea in Storia del teatro e la sua intensa attività di critico, e non cronista, teatrale per importanti testate lungo decenni. Il che, magari, non significa molto dal punto di vista della conoscenza dei meccanismi di messa in scena, del concreto lavoro del palcoscenico, ma di certo vuol dire che, in questo caso, egli è legittimamente portatore di un’idea teatrale del suo testo che, per essere diversa da quella del regista, non può dirsi semplicisticamente ingenua, e non dovrebbe esser irrilevante.

Dopo il sipario e i non avari applausi, la polemica si riaccende. Il regista replica, il cameriere-violoncellista Massimo Favento, autore delle musiche, ricorda che una messa in scena è sempre un atto d’amore, interviene il pubblico, commentano gli attori. Fuori, sul marciapiede gelato, terzo (o quarto? Quinto?) tempo: incurante dell’orario e del clima il pubblico, fra cui molti giovani, discute e si accalora, ma senza asprezza. Risuonano i nomi di Stanislavskij, si rievoca l’attore “supermarionetta” di Edward Gordon Craig, la supremazia del testo, il contesto, il dramma borghese, l’espressionismo, il teatro nel teatro… Il conflitto si volge in confronto, si compie la catarsi. A Italo Svevo, autore di tredici commedie e critico teatrale raffinato, la cosa non sarebbe dispiaciuta. È il teatro, signori… il teatro!