JAMES JOYCE E LA SUA IRLANDA
Geografie letterarie | Il Ponte rosso N.° 116 giugno 2025 | Sabrina Di Monte
Diario di viaggio sulle orme del grande scrittore irlandese e della sua opera
di Sabrina Di Monte
A Pasqua di quest’anno, ho visitato per la prima volta il Joyce Tower Museum nella Martello Tower a Sandycove, a pochi chilometri a sud di Dublino. La Martello Tower è una delle tante torri costruite dagli inglesi agli inizi dell’Ottocento sulla costa irlandese, a difesa di una paventata invasione napoleonica che non ebbe mai luogo.

Torre Martello a Sandycove
La Torre smise di essere usata per fini militari nel 1897, e il primo civile a prenderla in affitto fu Oliver St. John Gogarty, studente di medicina, poeta, e amico di James Joyce.
La scena iniziale di Ulysses, che vede protagonisti Buck Mulligan (ispirato alla figura di Gogarty), Stephen Dedalus e l’inglese Haines, si svolge proprio in questa Torre, dove Joyce aveva soggiornato per qualche giorno nel 1904.
Al mio arrivo, sono accolta da volontari sorridenti che mi chiedono da dove vengo: «Trieste?!» esultano. Con uno di loro, un bel signore alto e gentile, che racconta di aver cantato anni addietro con il coro della moglie all’apertura della Trieste Joyce Summer School, ci scambiamo gustosi aneddoti della vita di Joyce.
Il Joyce Tower Museum è formato da tre stanze: le prime due sono al piano terra ed espongono foto, oggetti e documenti appartenuti a Joyce: tra questi, la prima edizione di Ulysses, il 45 giri con l’unica registrazione che abbiamo della sua voce, la sua valigia, la chitarra, il bastone e un bel gilet ricamatogli dalla zia; e poi lettere, cartoline e articoli di giornale. Salendo la scala a chiocciola, si entra nella terza e ultima stanza, arredata in modo simile al tempo in cui vi soggiornò lo scrittore.
Salgo ancora lungo l’angusta scala in pietra; esco all’esterno, sulla sommità della torre che ha al centro la piazzola rotonda sulla quale veniva installato il cannone. Non c’è nessuno, davanti a me la baia di Dublino, alle mie spalle le colline e un cielo azzurro percorso da nuvole veloci. Rileggo l’inizio del primo episodio di Ulysses guardandomi attorno, benedicendo tre volte, come Buck Mulligan, «la torre, la campagna circostante e i monti che si destavano».
Quante volte ho letto questo brano? Eppure, oggi per la prima volta vedo chiaramente i dettagli della scena: lo stretto vano delle scale a chiocciola dal quale Buck Mulligan esce nella luce abbacinante del mattino; la piazzola di tiro rialzata sulla quale sale per celebrare la sua messa blasfema; il parapetto «di granito scabro» sul quale Stephen Dedalus si appoggia. Al piano di sotto, la stanza a cupola dove i protagonisti del romanzo fanno colazione, la luce entra dalle alte feritoie, ora come allora, nella vita come nell’opera. Anche se il focolare è spento, vedo con gli occhi della mente «due fasci di morbida luce mattutina […] all’incrocio dei loro raggi una nuvola di fumo di carbone e vapori di grasso fritto».

Eccles Street
Una questione molto dibattuta nel campo dei cosiddetti studi spaziali letterari è il problema del referente, e cioè: nella sua dimensione spaziale, il testo ha un referente nel cosiddetto mondo reale? In altre parole: la Londra di Dickens, l’India di Emilio Salgari e la Dublino di Joyce, sono identificabili con la Londra, l’India, la Dublino reali che possiamo abitare oggi come allora? Oppure la loro geografia letteraria, facendo parte di opere di finzione, dovrebbe essere considerata a sua volta come una somma di luoghi altri, inventati o reinventati?
Una perfetta sovrapponibilità tra il luogo reale e quella narrato è sempre problematica, a causa delle manipolazioni dello spazio operate dall’autore, ma anche di eventi storici drammatici o di successivi interventi architettonici poco illuminati. Joyce sosteneva che nell’Ulisse aveva dato di Dublino un quadro così dettagliato che, se la città fosse stata distrutta, avrebbe potuto essere ricostruita perfettamente grazie al suo libro.
In realtà, la Dublino descritta da Joyce è cambiata molto. Molti luoghi non esistono più. Ad esempio, la casa dove vivono Leopold e Molly Bloom al numero 7 di Eccles Street sopravvive solo nella finzione: fu demolita nel 1967 per far spazio a un’estensione del Mater Hospital. Solo la porta d’ingresso fu salvata, e ora si trova al James Joyce Cultural Centre nel centro di Dublino, meta di affettuosi pellegrinaggi.
La casa d’epoca sulla Liffey, dove vivevano le zie di Joyce e dove lo scrittore ambientò The Dead, l’ultimo racconto dei Dubliners, e dove John Houston girò il bellissimo film tratto dallo stesso racconto, dopo aver rischiato di diventare un ostello o un complesso di appartamenti, ora sta lentamente ma inesorabilmente cadendo a pezzi a causa di quella che secondo John McCourt, presidente dell’International James Joyce Foundation, è «una totale mancanza di sensibilità verso questo palazzo storico». Questo nonostante sia quello in cui è ambientato «il racconto breve forse più famoso della letteratura del ventesimo secolo».

James Joyce Centre
Dublino
Ciò che finora non è stato fatto per la casa di The Dead, fu realizzato con impegno e intelligenza per il bell’edificio georgiano che ospita oggi il James Joyce Cultural Centre di Dublino. Lo scorso 12 maggio, il direttore del nuovo Museo della letteratura LETS Riccardo Cepach ha accolto la delegazione del James Joyce Centre in anticipazione del Bloomsday di quest’anno. In quell’occasione ci è stato mostrato come l’edificio, oggi sede di un museo e di un centro culturale che celebrano la vita e l’opera di Joyce, fu salvato dalla demolizione negli anni ’80 grazie agli sforzi di un gruppo di sostenitori, accuratamente restaurato e aperto al pubblico il 16 giugno 1996, in occasione del Bloomsday.
Visitare i luoghi della finzione, o quanto ne è rimasto, può anche sembrare feticista; chiedersi quanta differenza ci sia tra un luogo rappresentato in una cartina geografica e in un testo letterario, ozioso. Ma proprio questa domanda sta alla base di uno dei più importanti spartiacque nella storia dell’archeologia: la scoperta delle rovine di Troia sulla base del racconto dell’Iliade.
Si potrebbe obiettare che anche se la scoperta di Troia non fosse avvenuta, quello che ci sarebbe rimasto è il miracolo della scrittura di Omero, dove tutto si svolge al presente, adesso e sempre.
Eppure, se certi luoghi hanno influenzato l’immaginazione e la narrazione degli autori che amiamo, cercare di riviverli nella loro qualità di elemento narrativo può offrirci, oltre ad un’emozione nuova, una maggiore comprensione del testo letterario.
Allo stesso modo, conoscere un luogo attraverso un’opera letteraria modifica il modo in cui lo percepiamo nella realtà: quando vediamo il lago di Como, è automatico pensare ai Promessi Sposi, e quando sentiamo nominare la Transilvania la prima cosa che ci viene in mente è un vampiro (tra l’altro inventato da un irlandese che in Transilvania non ci aveva mai messo piede). Sono associazioni di questo tipo che hanno portato allo sviluppo del cosiddetto turismo letterario: visitiamo i luoghi legati al vissuto di uno scrittore, ma anche all’ambientazione di un’opera.
Certo, la geografia letteraria e quella reale spesso non sono sovrapponibili, ma non si può negare che siano in qualche modo legate: due rette parallele che anche se non si incontrano, si definiscono in base al loro inscindibile rapporto.
