KLAVDIJ PALČIČ A GRADISCA

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La Galleria La Fortezza di via Ciotti 25 a Gradisca d’Isonzo è uno del luoghi da tenere d’occhio, perché da anni propone ai visitatori una selezione di autori – in prevalenza, ma non soltanto, isontini – e di opere di rilevante interesse, seguendo un preciso itinerario conseguente una programmazione rigorosamente orientata alla qualità degli eventi espositivi. “La Fortezza” è gestita dal Circolo Culturale “Gradisc’Arte”, composto da sei soci Livio Comisso, Fulvio Dot, Romano Ferlan, Marcello Grosso, Giuseppe Latella e Flavio Snidero, tutti e sei impegnati nelle arti visive secondo esperienze e prospettive diverse, ma ugualmente attenti a quanto si muove nel mondo dell’arte, particolarmente nel loro territorio.

Klavdij Palčič
Genius loci III
tecnica mista su tela
1998
120×100 cm.

Le mostre si susseguono da quindici anni ed hanno superato il numero di centoventi, tra collettive e personali. Per dire, soltanto nell’ultimo anno: il fotografo naturalista Lucio Tolar, l’artista monfalconese Stefano Ornella, lo scultore Adriano Piu, Stefano Scanferla, autore di un reportage fotografico sulle condizioni dei migranti nel Silos di Trieste, l’artista staranzanese Laura Boletig, il friulano Evaristo Cian, lo sloveno Rudi Skočir, Fulvio Dot, intervistato su queste pagine nel n.47 del luglio 2019. E tra le personali anche due collettive, una delle quali da segnalare, perché riguarda i giovani allievi del Liceo artistico “Max Fabiani”di Gorizia, il che dimostra di un interesse dela Galleria autenticamente orientato all’assolvimento di un compito di rilevante interesse sociale e culturale, quale l’esplorazione dei più giovani talenti.

Ma ora “La Fortezza” ha inaugurato lo scorso 19 aprile la mostra che è anche un omaggio alla memoria di un importante artista sloveno di Trieste, Klavdij Palčič (Trieste, 1940-2021). Intitolata “L’arte della frontiera Est”, l’esposizione, che rimarrà visitabile fino al 25 maggio, si è avvalsa anche della presentazione critica di Franco Rosso nell’affollata serata inaugurale.

L’evento espositivo pare in singolare connessione con lo spirito che unisce Gorizia a Nova Gorica negli eventi legati a GO!25, in quanto presenta un importante autore sloveno, nato e vissuto in territorio italiano, al di qua di quella “frontiera Est” che, solo a pochi chilometri di distanza, diviene “frontiera Ovest”, se solo ci si volta a guardarsi alle spalle.

Le opere presenti in sala, tutte di generose dimensioni, provengono dall’ultima stagione creativa dell’autore, connotata, come quasi la sua intera produzione, da un incontro fra figurazione e astrazione, dove il disegno della figura umana, riassunto per dettagli anatomici, emerge da un viluppo di forme astratte dove il colore e il gesto completano la composizione che pare emergere dallo spazio il più delle volte lasciano nell’indeterminatezza del bianco nella parte inferiore dello spazio scenico del dipinto. Anche quando la figura umana rimane assente nel dipinto, la presenza dell’uomo è sottintesa, com’è nelle opere ispirate alla guerra.

Nel riquadro che completa queste brevi note sulla mostra di Gradisca, riportiamo, a conferma di quanto appena detto, il pensiero dello stesso artista riguardo al suo lavoro, estrapolandolo da un’intervista, frutto di una nostra conversazione del giugno del 2019.

La mostra alla Galleria La Fortezza
Gradisca d’Isonzo

 

La mostra alla Galleria La Fortezza
Gradisca d’Isonzo

 

«[…] Mi dicevi di quella prima mostra a San Giovanni: cosa esponevi, in quel tuo esordio, erano soggetti figurativi o astratti?

Mah, direi che si trattava delle due cose mischiate assieme…

Come, sempre, come oggi, dunque!

In un certo senso, sì. Puoi osservare in molti dei miei quadri la copresenza di una parte realistica, di un particolare anatomico assai spesso, e di un’altra componente non ancorata alla realtà immediatamente percepibile con i sensi, le aree normalmente invase dal colore, dal movimento del pennello sulla tela e dallo stesso spessore materico del colore, che rimandano a un altro pensiero, a una diversa e più complessa emozione.

Quanto si avverte sempre, pure in mezzo al turbine emozionale offerto dal colore e dall’energia della composizione, è la presenza e la centralità dell’uomo, sia quando è direttamente rappresentata, appunto, da un particolare anatomico, da una mano o dalle gambe, sia quando è sottintesa o richiamata simbolicamente.

è proprio così: l’uomo, la condizione umana è il centro del mio lavoro, il punto da cui parto senza nemmeno avere chiara la percezione di dove poi intendo approdare. Io ritengo che la prima garanzia di qualità in un’opera d’arte sia data a chi la realizza dal percepirla come un momento per lui stesso emozionante, dove le modificazioni che intervengono sulla tela non solo offrono una soddisfazione immediata di chi al variare di un gesto vede corrispondere un cambiamento in quanto si vede davanti, ma è di per sé fonte di ulteriori suggerimenti, di suggestioni che incanalano l’agire successivo.

Se posso permettermi, direi che in te, nel tuo lavoro, questo avvertimento avviene in maniera speculare in chi osserva la tua opera finita, nella possibilità di percorrere a ritroso l’itinerario che tu hai seguito, fino a condividere con te almeno una parte dell’emozione che tu hai inteso rappresentare.

Ecco, quando succede questo si realizza la massima soddisfazione cui io posso ambire, è quanto dà senso a tutt’intero il mio lavoro».

L’intervista completa, pubblicata sul n. 46 del Ponte rosso col titolo Il mondo di Palčič tra materia e fantasia è disponibile all’indirizzo:

https://www.ilponterosso.eu/il-mondo-di-palcic-tra-materia-e-fantasia/