LA CARTA COPERTA DI VEGLIANI
Il Ponte rosso n. 102 - aprile 2024 | narrativa | Roberto Dedenaro
Incursione nella narrativa dell’autore triestino, rileggendo un testo quasi dimenticato
di Roberto Dedenaro

Uscito nel 1996, La frontiera, film di Franco Giraldi ebbe il merito, fra l’altro, di riportare attenzione sull’autore del libro da cui il film era tratto. La frontiera è un bel film, come il romanzo è senza dubbio un bellissimo libro e il suo autore, Franco Vegliani, meriterebbe una maggior attenzione di critica e di pubblico.
Franco Vegliani (Trieste, 17 febbraio 1915 – Malcesine, 31 luglio 1982), è stato scrittore e giornalista e, senza paura d’esagerare, ha scritto almeno due romanzi fondamentali di quella che si potrebbe chiamare letteratura di frontiera, o letteratura che parla dei confini orientali d’ Italia, delle dolorose ferite che le genti di questi territori plurali portano con sé. Ma negli anni, accanto a questi due libri, Processo a Volosca e La frontiera, anche per il prezioso lavoro della studiosa Patrizia Hansen, altro materiale è emerso ed è stato riedito anche il terzo romanzo La carta coperta, meno conosciuto, ma meritevole di attenzione. Il libro che uscì per la prima volta nel 1972 dall’editore milanese Palazzi e, pur essendo un testo totalmente autonomo, un modo di leggerlo può essere anche quello di evidenziare i suoi legami con gli altri due romanzi pubblicati precedentemente. Il libro, fra l’altro, è stato ripubblicato nel 2006 dall’Istituto Giuliano di Storia, Cultura e Documentazione e presentato nel corso di un incontro intitolato “Franco Vegliani, un uomo di frontiera”.
Nella puntuale introduzione di Paolo Quazzolo si può leggere: «le opere narrative di Vegliani sono virtualmente legate da un percorso di ricerca interiore volto da un lato all’analisi delle proprie origini e dall’altro alla ricerca delle motivazioni che stanno alla base dei travagli e dei malesseri della sua generazione». Anche La carta coperta, come i due precedenti romanzi inizia in media res con la voce del protagonista che traccia una sorta di perimetro di quanto seguirà e soprattutto la natura del suo soggettivo punto di vista, un punto di vista che proprio perché soggettivo lo ha visto in qualche forma privilegiato testimone dei fatti poi ricostruiti, spesso attraverso flash-back quasi cinematografici. Scrive Patrizia Hansen che: «La frontiera contiene le premesse di quello scarto che il successivo romanzo, La carta coperta, avrebbe rappresentato con l’immagine suggestiva e catartica del naufragio come incontrovertibile ritorno alle origini, approdo alle qualità perdute della autenticità».

Il protagonista Voiko, l’alias-alter ego di chi narra. è un giovane croato che ha abbandonato la natia Abbazia, in Istria, varcando il confine per arrivare nell’anonima città di pianura ove il narratore/protagonista fa il giudice. Voiko è accusato di un crimine gravissimo: ha ucciso una prostituta ed è reo confesso, non c’è nulla, quindi, da scoprire, da investigare, ma il rapporto con l’imputato porterà il suo giudice a mettere in discussione i fondamenti su cui si basa la sua vita, il suo sistema di valori. Voiko è apparentemente fragile «biondo, dolce, indifeso», ma in realtà dotato di grande forza interiore. Nel lungo dialogo con il giudice è lui a portare il suo interlocutore in un tormentato percorso introspettivo, lui sembra non avere necessità di cambiare, le sue intenzioni sono cristalline: sa di essere colpevole e di meritare una giusta punizione. Voiko rappresenta, in qualche modo, l’altra faccia del giudice, viene dagli stessi luoghi, ha la stessa origine, ma non conosce le doppiezze, gli accomodamenti che il giudice accetta nella sua quotidianità: il rapporto con la moglie è appassito negli anni e il figlio un qualcosa lontano e non comprensibile.
Giudice e imputato, appunto, vengono entrambi dallo stesso luogo, da Volosca, hanno voluto entrambi andar via per trovare una vita migliore: «Io volevo come se l’avessi cercata o addirittura provocata quella burrasca e basta. Dusan [un amico di gioventù, n.d.r.] ] non lo poteva capire […] non si era mai mosso di là: era rimasto quando noi, quasi tutti gli altri, eravamo partiti per un’esistenza diversa, o non eravamo tornati perché avevamo fatto una scelta». Così scrive Vegliani nelle pagine finali del libro, in cui racconta un onirico e volontario naufragio. I luoghi hanno una forza, un ruolo decisivo nel racconto, la città di pianura dove si svolge la vicenda è il luogo della rinuncia, della costrizione, della “retorica”, come giustamente, a mio avviso, indica Patrizia Hansen, se vogliamo usare un linguaggio mutuato da Michelstaedter, a cui si contrappongono i luoghi della giovinezza, dell’aspra autenticità carsica.
è questa ricerca non realizzabile dell’autenticità, della libertà che segna, come un filo rosso, tutta la narrativa di Vegliani, fino al postumo La città provvisoria, uscito nel 2016, un romanzo apparentemente diverso dal Vegliani più conosciuto ma che nella fantascientifica analisi dello statuto della futuristica città di Kapra, torna ad analizzare quella frontiera fra vita e norme, spazio pubblico e privato, libertà e costrizione, che appaiono come elementi inconciliabili, ma costituenti, mi pare di poter dire, il costante assillo filosofico dietro la scrittura di Vegliani. Forse anche l’attenzione dedicata a Curzio Malaparte, di cui Vegliani scrisse una biografia, può aiutarci ad entrare nel laboratorio della scrittura, e del pensiero di Vegliani, il scegliere per i suoi romanzi un punto di vista così interno alle vicende e al contempo così soggettivo, quale la prima persona. I luoghi dicevamo: ne La carta coperta, è evidente la contrapposizione fra la città di pianura e i luoghi natali contrassegnati da un paesaggio aspro e dal mare: «Lo sai – gli dissi – che io conosco i tuoi paesi, che sono nato dove sei nato tu? Lo so – rispose – , ma so anche che lei è venuto via prima che io nascessi […] ma la frattura era questa […] mi metteva di fronte a tutti gli anni in cui io ero stato, e lui no, mi metteva di fronte a tutti gli anni in cui era vissuto con i miei luoghi, e io no». In questo paesaggio, sostanziale utopia, non c’è spazio per la retorica, c’è il mare instabile e infinito, spazio d’avventura e della giovinezza. Gli eroi alter ego di Vegliani, verrebbe da dire, sono tutti giovani e belli, la fine dell’adolescenza è il momento cruciale in cui si può scegliere se diventare adulto con quanto ciò significa o entrare in conflitto con le norme del vivere civile e rimanere per sempre in una giovinezza senza tempo. La scelta del giudice, a differenza di Voiko, è stata in realtà definitiva e può solo immaginare un ritorno ai luoghi natii e una morte riparatrice che lo paralizzi in una seconda impossibile giovinezza nello status di chi ha saputo sottrarsi appunto agli accomodamenti e alle regole, agli stanchi riti famigliari e allo sfiorire dell’età. Superata quella soglia, sembra volerci dire Vegliani, tutto diventa molto, molto più difficile ed è possibile farlo solo in una dimensione onirica del pensiero, non della vita reale, che deve convivere con un’esistenza che è compromesso essa stessa.
In questo percorso di consapevolezza o di adattamento, come vogliamo chiamarlo, oppure di rinuncia il giudice trova in Voiko un elemento di aiuto e di scardinamento al tempo stesso. L’incontro con lui scatena nel narratore una reazione prima non preventivabile, che giungerà sino ad ipotizzare la fuga assieme al reo confesso, nel desiderio di ripercorrere con lui i sentieri così ben conosciuti che conducono verso i luoghi dell’infanzia. Non è possibile qui approfondire quanto meriterebbero tutti gli aspetti di questo interessantissimo scritto; a Franco Vegliani e alla sua opera ha dedicato una giornata di studio nello scorso novembre l’Associazione Fiumani nel mondo, in occasione della pubblicazione della traduzione in croato de La frontiera, in uno splendido cofanetto bilingue. Riprendere in mano l’opera di Franco Vegliani può servire ad aprire una finestra su queste terre in cui viviamo e sulle mille trame che i confini non riescono a tagliare e che continuano a vivere.
