LA FINE DEL DIRITTO
Editoriale | giugno 2025 | Il Ponte rosso N.° 116
Gli ultimi anni ci hanno mestamente abituati a concetti innovativi, quali quello di “guerre asimmetriche”, che esistevano anche prima, ma che chiamavamo aggressioni, soprattutto nei casi in cui una potenza militarmente ed economicamente predominante – su base planetaria o regionale – varcava impunemente o con scarso rischio i confini di uno Stato più debole, violandone l’integrità territoriale per imporgli modificazioni territoriali, cambi di regime, o per assicurarsi il mantenimento della propria sicurezza.
Tutte le campagne militari che, in Europa o nel Medio Oriente, si sono accese o hanno subito una brutale accelerazione a far data dal 22 febbraio del 2022, allorché truppe e mezzi della Federazione russa invasero il territorio dell’Ucraina, presentano le caratteristiche cui facevamo accenno, essendo originate per iniziativa di una potenza largamente prevalente in termini di mezzi, di uomini e di disponibilità economica. Per di più, tanto nel caso dell’Ucraina che in quelli che si sono cumulati in Medio Oriente nel conflitto tra Israele e i palestinesi della Striscia di Gaza, la Siria, il Libano e, in questi giorni, l’Iran, le potenze che infrangono l’integrità territoriale dell’avversario sul terreno e/o dai cieli – rispettivamente la Russia in un teatro di guerra, Israele e gli Stati Uniti nell’altro –, oltre a vantare una schiacciante superiorità militare, dispongono anche di arsenali nucleari che, sebbene finora fortunatamente non utilizzati, costituiscono una latente intimidazione sia nell’aggredito che anche in eventuali alleati che potrebbero intervenire in sua difesa, ove non esistesse tale deterrenza nucleare.
Si obbietterà che in fondo è stato sempre così, anche in precedenza, ed in effetti è vero. Ci indignavamo, allora, per quanto avveniva in Ungheria nel ’56, in Vietnam tra il 1955 e il 1975, in Cecoslovacchia nel 1968, a Grenada nel 1983. Avremmo continuato ad indignarci – non tutti, ma almeno in molti – anche nel secolo successivo, per le guerre in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003). Si era però cercato, in ciascun conflitto, di giustificare l’intervento sul suolo straniero proponendo scusanti il più delle volte fantasiose, come la richiesta di soccorso da parte di fazioni politiche messe inopinatamente in minoranza all’interno degli stati aggrediti – come in Ungheria e Cecoslovacchia – o inventando di sana pianta depositi di armi chimiche di distruzione di massa che risultarono poi inesistenti, dopo l’occupazione dell’Iraq.
Nelle circostanze attuali, sembra che di tali giustificazioni non ci sia più alcuna necessità, tanto nelle dichiarazioni dei politici quanto nella loro riottosità a condannare almeno verbalmente aggressioni e sopraffazioni da parte dei più forti a danno dei più deboli, quasi fossero del tutto accantonate le limitazioni che, secondo una faticosa edificazione di un diritto internazionale basato sulle convenzioni, gli accodi e la creazione di istituzioni sovranazionali fin dal dopoguerra del 1945, quali l’ONU, le sue articolazioni quali la Fao, l’Unesco, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Unicef, l’ UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). E ancora l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale.
Oltre ai costi in termini di stragi e distruzioni, questa dottrina della guerra ha pure l’ulteriore demerito di vanificare gli sforzi tesi ad affermare cessioni di sovranità dei singoli Stati in favore di un diritto internazionale basato sui diritti dell’Uomo e su valori eticamente e politicamente condivisi. è lo stesso concetto di Diritto che viene deposto sulle cataste delle vittime incolpevoli, in nome del vecchio arnese del nazionalismo – purtroppo tornato di moda – che nelle forme di un sovranismo identitario intende affermare di nuovo la guerra come politica di potenza.
è una prospettiva nella quale larghe masse ancora non si riconoscono, nel nostro Paese e in Europa, che è nata come comunità di Stati su presupposti e valori di pace e di solidarietà del tutto opposti.
